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Mafia Capitale, nel mirino anche i clan calabresi

Quando, il 26 novembre scorso, Giuseppe Pignatone prendeva la parola nell’aula magna della Luiss per la presentazione del “Terzo rapporto dell’Osservatorio sulla legalità dell’economia, intitolato …

Pubblicato il: 05/12/2014 – 14:28
Mafia Capitale, nel mirino anche i clan calabresi

Quando, il 26 novembre scorso, Giuseppe Pignatone prendeva la parola nell’aula magna della Luiss per la presentazione del “Terzo rapporto dell’Osservatorio sulla legalità dell’economia, intitolato Mafie bianche: la morsa del riciclaggio sul tessuto economico di Roma”, le misure cautelari che qualche giorno più tardi avrebbero fatto tremare i palazzi della politica romana erano state appena firmate dal gip e i carabinieri del Ros si preparavano a eseguirle.
Le talpe, che in passato avevano consentito agli ambienti della criminalità romana di alto bordo di “monitorare” le attività della Procura, erano state rese innocue. Il blitz non riserverà sorprese e tutti i destinatari dei provvedimenti restrittivi saranno presi e messi in manette. Può sembrare un dettaglio, ma non lo è vista la capacità pervasiva dimostrata in passato.
Intervenendo al seminario della Luiss, Pignatone dirà cose che oggi meritano di essere rilette, alla luce del primo troncone dell'”Operazione Cupolone”, ribattezzata da alcuni media come “Terra di mezzo”. Si tratta, appunto, di un primo troncone, riguarda l’ala nobile del palazzo infetto. Si porta dietro le stimmate dell’aggravante del “metodo mafioso” contestato agli indagati eccellenti, ma basta leggere tra le carte per comprendere che presto ci saranno nuove sorprese e questa volta in prima fila ci saranno anche gli uomini della ‘ndrangheta calabrese e i “locali” da questi inaugurati a Roma.
Dopo Milano, toccherà alla Capitale, prendere atto che le coppole non sono più confinate nelle riserve indiane di Calabria e Sicilia e saranno dolori.
Torniamo all’intervento di Pignatone alla Luiss: «I messaggi di legalità sono semplici: perché allora si fa così fatica a recepirli? La scusa della paura non funziona più. Ci sono in molti casi calcoli di convenienza: questi fanno dire di sì alle mafie». Apre così la sua relazione, avendo a fianco l’ex ministro della Giustizia Paola Severino che coordina l’Osservatorio messo su dalla Luiss. Pignatone condivide quanto emerge dall’analisi presentata: «Dagli atti della Procura analizzati nel dossier emerge, accanto ad aspetti più tradizionali delle cosche mafiose, la dimensione criminale peculiare della Capitale, lontana da vecchi cliché e incentrata sulla “cricca mafiosa” o, meglio, sul “comitato d’affari”. In esso cooperano, assieme al mafioso in senso stretto, il politico, l’imprenditore e il professionista».
A tal proposito, Pignatone aggiunge: «La cifra di Roma è la complessità. Il lavoro dell’Osservatorio Luiss è apprezzabile perché incarna “l’approccio laico”: quello basato sulla lettura degli atti e sui dati fattuali». E il fenomeno non riguarda solo la Capitale: «Nella provincia di Latina presenze strutturate e stabili di camorra e ‘ndrangheta che ancora non si riscontrano a Roma». Il riferimento a Latina non è casuale, qualche giorno prima in quella città si era realizzato un episodio che aveva particolarmente impressionato: macabre minacce indirizzate, addirittura attraverso l’affissione di annunci mortuari, allo stimato giudice Lucia Aielli. Un avvertimento in stile ‘ndrangheta, coi manifesti affissi addirittura davanti alla scuola frequentata dalle figlie.
Pignatone sottolinea un dato emerso dal lavoro dell’Osservatorio della Luiss: «È impressionante vedere come il Lazio sia al secondo posto tra le regioni italiane per i reati di riciclaggio. Questo dossier, nel suo piccolo, è un passo nella direzione giusta. I dati economici evidenziano come nel tessuto economico di tutto il Lazio ci sia questa infiltrazione di criminalità. I messaggi di legalità sono messaggi semplici. Eppure non vengono facilmente recepiti. Perché? La paura di ritorsioni, nel caso si dica di no alle richieste mafiose, è una scusa che ha ormai fatto il suo tempo: non è più concepibile se pensiamo alle tante categorie professionali che, per calcoli di convenienza, collaborano con la criminalità, e non parliamo più solo di grandi e piccoli imprenditori. Roma è molto grande, e al suo interno si sviluppano rapporti tra mafia e professionisti molto variegati. Noi, che siamo dall’altra parte della barricata, dobbiamo intervenire per alterare questi calcoli di convenienza. Bisognerebbe far pagare loro pegno, non solo in sede penale».

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