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Il prezzo dell’inciucio

Il dubbio è cosa usare per sintetizzare ciò che è avvenuto per l’elezione dei vertici di Palazzo Campanella, se ricorrere a «io do una cosa a te, tu dai una cosa a me» che può significare un episod…

Pubblicato il: 22/01/2015 – 16:23

Il dubbio è cosa usare per sintetizzare ciò che è avvenuto per l’elezione dei vertici di Palazzo Campanella, se ricorrere a «io do una cosa a te, tu dai una cosa a me» che può significare un episodico scambio di favori oppure se sia più calzante il «tanto tuonò che piovve», il cui contenuto presuppone il verificarsi di un avvenimento già previsto. La scelta non è semplice perché tendenzialmente si vorrebbe che si fosse trattato di un caso che non produce effetti. Certo è che in quella tarda mattinata in riva allo Stretto si sono consumate le prove generali di un inciucio sulla cui realizzazione erano già stati spesi fiumi di parole sia perché si concretizzasse, sia per escluderlo. Il Nuovo centrodestra che un attimo dopo la divulgazione dei dati relativi alle elezioni regionali aveva offerto i suoi servigi al Pd nella speranza di duplicare l’accordo di Palazzo Chigi, si era sentito rispondere con un “niet” motivato dalla necessità che «bisognava rispettare la volontà degli elettori».
Ma la nuova formazione politica, che in Calabria ha il suo “covo”, pur nell’impossibilità di fare la voce grossa perché i numeri non glielo avrebbero consentito, ha lavorato di fino proponendo al Pd che può contare su 20 consiglieri, di eleggere il presidente del Consiglio al primo scrutinio quando il quorum era di 21 preferenze. Detto fatto. Ma con l’intesa di un’immediata restituzione del favore con l’ elezione di Gentile a vicepresidente. La domanda che oggi i calabresi si pongono è che partita sia stata giocata. Per sintetizzare tutte le alchimie e le sottigliezze dei distinguo della classe politica c’è da dire che la mossa è stata quella di sempre, quella di tutte le scadenze elettorali dalle quali sono scaturiti i vari governi. In astratto è come si fosse cambiato tutto per non cambiare niente: sono prevalse le logiche di potere! Inutile nascondere che la vicenda ha causato nell’opinione pubblica tanta delusione.
Si era creduto alla parola d’ordine data prima e dopo le elezioni che sarebbe stata invertita la rotta; uno slogan che serviva per non tradire le indicazioni dei calabresi dall’auspicio che si potesse aprire una stagione nuova in base alla quale governa chi vince mentre chi perde eserciterà l’altrettanto difficile compito del controllo istituzionale. Oliverio, da politico navigato, sa bene che non può tradire l’indicazione di quel 60% dei voti a lui riservati, tanto che ha dichiarato, quando le bocce erano già ferme, che per lui sarà una grande responsabilità governare e che non sottovaluterà né l’astensione, né il dato di protesta che anche a suo parere «affonda le radici in un fortissimo malessere sociale». Ora tutte le aspettative si trasferiscono sul nuovo governo regionale; per la prima volta, si spera, che vengano selezionati i comportamenti con l’intento di rispettare la volontà popolare instaurando il principio della certezza che dovrebbe sovrintendere ad ogni magistero della vita e dei rapporti politici. Non si tratta di voler mostrare i muscoli, ma di rispettare le regole: all’opposizione i regolamenti riservano ruoli di garanzia nelle istituzioni che, se esercitati, hanno una funzione altrettanto importante.
Il contrario sarebbe da spiegare, specie a quel 60% di calabresi che lo hanno votato. Senza considerare che cambiare tendenze significa anche dimostrare che quando si può evitare il consociativismo è un bene per la democrazia e per il territorio che si amministra, soprattutto quando ad essere interessata è la regione più povera d’Italia, che gli indicatori economici confermano tra gli ultimi posti, la regione nella quale più alto è il tasso di disoccupazione e cresce a dismisura l’emigrazione; il che è anche causa di una quasi generale perdita di credibilità nei confronti della politica come dimostra il flusso alle urne progressivamente in forte calo. Tutto ciò Mario Oliverio lo sa bene e, forte di quel 60% di suffragi, capisce che non può correre rischi, né può farli correre al suo partito tanto che da lui si aspetta la messa al bando di quella vecchia liturgia dal sapore fortemente mistificatorio grazie alla quale, alla fine, era consentito a tutti, vincitori e vinti, di abbracciarsi in un generale “volemose bene” in ossequio a quel “principio” che vuole che in politica sia possibile tutto e il suo contrario. Questa volta ci si aspetta che prevalga l’idea che la politica si fa in aula in presenza del contraddittorio e, dopo, attraverso gli atti amministrativi che contengono le scelte di fondo per una corretta amministrazione dell’ente che, dato il difficile periodo, dovrebbe dare priorità allo sviluppo e all’occupazione. Si vuole, in sostanza che siano messe da parte tutte quelle schermaglie passante di moda, dal retrogusto superato, retaggio di un modo arcaico di concepire la politica.
E si capisca che questa è una regione che deve allungare il passo, senza commettere errori, per raggiungere e marciare in sintonia con quelle altre che hanno conseguito un alto grado di raffinamento nel modo di concepire la cosa pubblica. Pensare che si possa perpetuare il rito della disparità di trattamenti tra chi vive al Nord e chi risiede al Sud equivale ad assumere un atteggiamento eretico rispetto alle stesse istanze della comunità nazionale. Naturalmente c’è bisogno di importanti processi di rieducazione delle popolazioni, soprattutto perché rispettino e riconsiderino le cose comuni; e di ciò si deve fare carico la scuola che deve ammodernarsi e aprirsi alle nuove esigenze. Anche trattando questi argomenti, si misurerà l’azione del governo che sta per nascere e il suo effettivo interesse a rendere più possibile la vita in Calabria.

 

*giornalista

 

 

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