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In Calabria difficoltà economiche per 4 famiglie su 10

ROMA Il 23,4% delle famiglie italiane vive in una situazione di disagio economico, per un totale di 14,6 milioni di individui. Le situazioni più gravi si registrano in Sicilia (50,2), Puglia (43), …

Pubblicato il: 19/02/2015 – 10:15
In Calabria difficoltà economiche per 4 famiglie su 10

ROMA Il 23,4% delle famiglie italiane vive in una situazione di disagio economico, per un totale di 14,6 milioni di individui. Le situazioni più gravi si registrano in Sicilia (50,2), Puglia (43), Calabria e Campania (38,8). I valori più bassi invece si ritrovano nella provincia autonoma di Trento (10,6), nel Veneto (12,1), in Piemonte (12,2), in Toscana (12,5) e in Emilia-Romagna (14,1). Così l’Istat nel rapporto “Noi Italia”, sulla situazione nel 2013. L’anno prima comunque la percentuale era ancora piu’ alta (24,9%). Tornando al dato più recente, circa la metà, il 12,4% dei nuclei, si trova in grave difficoltà.
Le statistiche si basano sull’indicatore di deprivazione, che scatta quando si presentano almeno tre sintomi (dopo i quattro si parla di seria deprivazione) su un set di nove. La lista del fattori di rischio va dal non poter sostenere spese impreviste, ad accumulare arretrati nei pagamenti (mutui, affitti, bollette). Ecco che nel 2013 il 23,4% delle famiglie residenti in Italia presenta almeno tre delle difficoltà considerate (il 12,4% nel caso di quattro o più) con differenze marcate tra i diversi indicatori: il 2,6% dichiara di non potersi permettere l’acquisto di una lavatrice, un televisore a colori, un telefono o un’automobile, mentre sono il 50,4% quelle che non possono permettersi una settimana di vacanza lontani da casa. Circa il 19% dice di non riuscire a riscaldare adeguatamente l’abitazione e il 14,5% di non potersi permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni. Infine, il 12% e’ rimasto in arretrato con almeno un pagamento e il 40,5% non riuscirebbe ad affrontare una spesa imprevista di 800 euro. Il panorama territoriale mette in evidenza il forte svantaggio dell’Italia meridionale e insulare, con valori più che doppi rispetto alla media nazionale. Nel Mezzogiorno, le famiglie deprivate sono il 40,8% di quelle residenti, contro il 15,4% del Nord-ovest, il 13,1% del Nord-est e il 17,3% del Centro.

 

MORTALITÀ INFANTILE
Il tasso di mortalità infantile italiano è tra i più bassi in Europa, ma in alcune regioni del Mezzogiorno risulta essere molto più alta della media nazionale. In Calabria il tasso di mortalità è di 4,7 per mille nati vivi, e anche Basilicata e Sicilia sono sopra 4. Sotto i 2 ci sono invece solo Marche, Umbria, provincia di Bolzano e Valle d’Aosta.
«Il valore di questo indicatore – si legge nel rapporto “Noi Italia” – continua a diminuire su tutto il territorio italiano raggiungendo valori tra i più bassi in Europa, anche se negli anni più recenti si assiste ad un rallentamento di questo trend. Permangono, inoltre, differenze territoriali che vedono il Mezzogiorno penalizzato». Nel 2011 il tasso di mortalità infantile è di 3,1 decessi per mille nati vivi, valore di poco inferiore a quello osservato nel 2010 che era 3,2. In Europa lo hanno più basso solo Svezia, Repubblica Ceca, Lussembrgo, Finlandia e Slovenia, mentre ad esempio l’Olanda ha 3,7, la Germania 3,3 e la Romania, in testa alla classifica, arriva a 9.

 

AGROALIMENTARE DI QUALITÀ
Con i suoi 261 prodotti agroalimentari di qualità, l’Italia ha il primato nella Ue delle certificazioni Dop, Igp e Stg. Seguono Francia, Spagna e Portogallo, rispettivamente con 208, 173 e 123 marchi registrati. Al 31 dicembre 2013 le specialità italiane coprivano oltre un quarto del totale (26,9%) delle certificazioni Dop della Ue, il 17,1% delle certificazioni Igp e il 4,7% di quelle Stg. Tra i settori agroalimentari maggiormente rappresentati in Italia nel 2013 figurano gli ortofrutticoli e cereali (101 prodotti, in larga maggioranza Igp), i formaggi (47, quasi tutti Dop), gli oli extravergine di oliva (43, quasi esclusivamente Dop) e le preparazioni di carni (37, per oltre un terzo Igp e Dop nel resto dei casi). Nel complesso gli operatori (distinti in produttori e trasformatori) sono 80.400: coltivano 162.200 ettari e gestiscono circa 42 mila allevamenti. Tra le coltivazioni legnose l’olivo rappresenta, in assoluto, quella più diffusa sul territorio nazionale (75%), mentre tra gli alberi da frutto la prima coltivazione è l’arancio (21% del totale della superficie investita in alberi da frutto), seguito da pesco e nettarina (16,8%). Nel caso dell’arancio due sole regioni coprono quasi il 90% del totale nazionale: la Sicilia (65,5%) e la Calabria (20,7%).

 

RACCOLTA DIFFERENZIATA
Nel 2013 in Italia la raccolta differenziata è pari al 42,3 per cento del totale dei rifiuti urbani raccolti, 2,3 punti percentuali in più rispetto al 2012. Ma dai dati relativi al 2013 emerge ancora una forte differenza tra il Nord e il resto dell’Italia. In particolare si passa dal 58,8 per cento del Nord-est e 51,0 del Nord-ovest, al 36,3 del Centro fino al 28,9 per cento del Mezzogiorno. In tutte le ripartizioni si registrano incrementi della quota rispetto al 2012: 3,2 punti percentuali in più per il Centro, +2,3 per il Mezzogiorno, +2,1 per il Nord-est e +1,4 per il Nord-ovest. L’obiettivo del 65 per cento fissato per il 2012 è stato raggiunto solo dalla provincia autonoma di Trento (68,9). Valori superiori o pari al 60 per cento (obiettivo fissato per il 2011) si rilevano in Veneto (64,6) e nella provincia autonoma di Bolzano (60,0), mentre almeno la metà dei rifiuti sono raccolti in forma differenziata in Friuli-Venezia Giulia (59,1), Marche (55,5), Piemonte (54,6), Lombardia (53,3), Emilia-Romagna (53,0) e, nel Mezzogiorno, solo in Sardegna (51,0). In questa ripartizione si concentrano le regioni in fondo all’ordinamento: la differenziata copre un quarto della raccolta in Basilicata (25,8) e quote ancora inferiori in Puglia (22,0), Molise (19,9), Calabria (14,7) e Sicilia (13,4 per cento). Rispetto al 2012 gli aumenti più consistenti si registrano in Abruzzo (+5,0 punti percentuali), Marche (+4,7) e Puglia (+4,4), ma nessuna regione fa registrare un peggioramento.

 

SUPERFICIE E VERDE URBANO
Nel 2013 il verde urbano rappresenta il 2,7% del territorio dei comuni capoluogo di provincia, lo 0,7% in più dell’anno precedente. Complessivamente si tratta di oltre 577 milioni di metri quadrati pari a 32,2 metri quadrati per abitante. Quasi il 16% della superficie comunale è inclusa in aree naturali protette. In termini di disponibilità pro capite il 40% circa dei capoluoghi di provincia del Nord offre agli abitanti una buona disponibilità di verde, superiore alla media nazionale (pari a 32,2 mq per abitante), con punte a Verbania, Sondrio, provincia autonoma di Trento, Pordenone e Gorizia (superiori ai 100 mq pro capite), e disponibilità particolarmente contenute nelle città liguri (La Spezia 11,5 mq per abitante e Savona, Genova e Imperia, tutte inferiori ai 9 mq pro capite). La quota di città con buona dotazione di verde scende sotto il 28% al Centro e nel Mezzogiorno; i comuni con i valori più elevati sono i capoluoghi lucani (Matera con 992,3 mq per abitante è la città a più alta disponibilità in virtù della presenza del parco archeologico delle chiese rupestri; Potenza, con 371,6 mq, grazie all’area forestale comunale della Pallareta), Terni e Iglesias (circa 150 mq per abitante) e Reggio di Calabria (poco più di 100 mq pro capite) caratterizzate, queste ultime, da un’alta incidenza di aree boschive e incolte.

 

ENERGIA DA FONTI RINNOVABILI
L’analisi della dinamica di sviluppo della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili nelle singole regioni «conferma nel 2013 una produzione in quantità nettamente superiore alla richiesta interna in Valle d’Aosta e nelle province autonome di Trento e Bolzano. Tra le altre regioni del Nord solo il Piemonte (41,6%) mostra un’incidenza della produzione di energia elettrica coperta da fonti rinnovabili sul totale dei consumi superiore alla media nazionale, mentre la Liguria si distingue per la quota molto contenuta (9,3%). Nel Centro alle consistenti quote dell’Umbria (47,8) e della Toscana (37,3%) si contrappone il bas
so valore del Lazio (15,1). Nel Mezzogiorno si segnalano, tra le regioni che presentano i valori più elevati dell’indicatore, il Molise con l’89,3% e la Calabria con il 79,8%».

 

CONTRATTI A TERMINE
Giù il lavoro a termine, sale invece il part time involontario: il primo, dopo gli aumenti degli ultimi 3 anni, scende al 13,2% in linea con la media Ue e con il valore denunciato nel 2007; il secondo cresce del 17,9%. Sono dunque circa 2 milioni 229 mila unità, 146 mila in meno rispetto a un anno prima (-6,1 per cento) i lavoratori a tempo nel 2013. Un calo che riguarda sia gli uomini che le donne anche se per queste ultime resta la forma contrattuale più diffusa, il 14,2% in confronto a 12,4% degli uomini. Oltre la metà dei dipendenti a termine ha meno di 35 anni e in questa classe di età l’incidenza dei dipendenti a termine arriva al 27,7 per cento. Il calo maggiore si riscontra, dice ancora l’Istat, nelle regioni del Centro e continua a rimanere più elevata nel Mezzogiorno dove il 15,9% degli uomini e il 19,3% delle donne ha un lavoro a termine, a fronte dell’11,0% e del 12,7% per gli uomini e le donne del Centro-Nord. Particolarmente critica la situazione in Calabria dove, a fronte di uno dei tassi di occupazione femminile più bassi, il 27,6% delle dipendenti ha un contratto a termine. L’incidenza del part time involontario, invece, è quasi raddoppiata negli ultimi 10 anni: si passa dal 35,7% del 2004 al 61,6% del 2013.

 

SERVIZI PER L’INFANZIA
Il 56,2% dei comuni italiani ha attivato nel 2012 almeno un servizio tra asili nido, micronidi o altri servizi integrativi/innovativi per l’infanzia. La disparità fra le regioni nella diffusione di servizi per l’infanzia è ancora ampia, con valori che variano dall’8,8% della Calabria al 100,0% del Friuli-Venezia Giulia. Nel 2012, la percentuale di bambini di 0-2 anni che utilizzano servizi pubblici per l’infanzia è pari al 13,5%. La distribuzione sul territorio nazionale è molto disomogenea, con ampi divari tra il Nord-est (19,1%) e il Mezzogiorno (5%). A livello regionale, si passa dal 2,1% della Calabria al 27,3% dell’Emilia-Romagna.

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