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Gullace e il regime di terrore

REGGIO CALABRIA «Non costringermi a farti male». Bastavano poche parole a “Ninetto” Gullace per costringere le proprie vittime a versargli gli interessi da capogiro che pretendeva in cambio delle s…

Pubblicato il: 07/03/2015 – 9:04
Gullace e il regime di terrore

REGGIO CALABRIA «Non costringermi a farti male». Bastavano poche parole a “Ninetto” Gullace per costringere le proprie vittime a versargli gli interessi da capogiro che pretendeva in cambio delle somme prestate ai malcapitati imprenditori finiti nella sua rete. L’appuntamento era sempre in luoghi pubblici e aperti – aiuole, giardinetti, piazzole di sosta dell’autostrada – ma lui, uomo dei clan Raso-Gullace-Albanese di Cittanova, da tempo trasferito in Liguria, ci teneva a terrorizzare personalmente le proprie vittime. Anche con azioni dimostrative. In un’occasione – si legge nelle carte – Gullace non ha esitato a presentarsi a casa di una delle sue vittime quando sapeva essere presente solo la figlia. Un modo – affermano inquirenti e investigatori – per recapitare al malcapitato un messaggio chiaro: «Posso raggiungere te e i tuoi, come voglio e quando voglio».

Regime di terrore
È questo il regime di terrore e minacce scoperto dal pm Ubaldo Pelosi della Procura di Savona che venerdì scorso ha portato all’arresto di Gullace per usura, intestazione fittizia di beni, estorsione ed esercizio abusivo della professione creditizia. Stando a quanto emerso dalle indagini, a lui si sono rivolti diversi imprenditori per prestiti dai 50 ai 150mila euro, di cui l’uomo delle cosche di Cittanova pretendeva la restituzione con una maggiorazione di interessi dal 5 al 10 per cento al mese, oppure l’ingresso – ufficioso – nelle imprese delle vittime, con quote maggiorate del 30-40 rispetto al denaro versato in prestito. Un sistema di prestiti a strozzo che Gullace – forte anche di quell’errore formale che aveva fatto sparire la condanna per mafia in precedenza rimediata dal casellario giudiziario – gestiva impunemente, riuscendo per anni a sfuggire alle indagini della Procura, che più volte lo ha messo nel mirino.

Nino “Al Capone” Gullace
I magistrati sono arrivati a quello che ritengono il suo braccio destro storico, quell’Antonio Fameli incastrato per associazione a delinquere, falso, trasferimento fraudolento di valori e reati in materia tributaria, ma Gullace l’aveva sempre scampata. Anche se solo in Cassazione, era riuscito a uscire pulito anche dai processi che lo avevano visto coinvolto per omicidi e sequestri. Forse per questo si sentiva sicuro. E forse per questo, quando cinque volanti lo hanno accerchiato per arrestarlo ai polsi – racconta quando il comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Savona, Francesco Bianco – “Ninetto” Gullace è sbiancato in volto. «Un po’ come al Capone che non venne arrestato per mafia – spiega il comandante dei carabinieri, Alessandro Parisi – anche oggi lui non viene arrestato per questo motivo, ma per altri reati altrettanto gravi». Nonostante gli importanti sequestri disposti dalla Dia, che hanno portato a sottrarre a Gullace anche quote di ditte importanti nel panorama savonese come la “Co.Mi.To s.r.l.”, la “Liguria 2000 soc. coop.” la “Gi.Erre s.r.l.”, nonché della “Concept di Accame Fabrizio & C. s.a.s.”, più immobili e autovetture per un valore superiore a 2milioni di euro, l’inchiesta non sembra limitarsi solo a un giro di usura.

L’inchiesta lambisce la politica
Oltre alla moglie di Gullace, Giulia Fazzari, e al benzinaio Giovanni Marasco, fra gli indagati a piede libero c’è anche Fabrizio Accame, ex segretario della Margherita ad Albenga e fervido sostenitore dell’attuale sindaco di centrosinistra, sempre di Albenga, Giorgio Cangiano. E proprio a sostegno di Cangiano, Accame è stato candidato l’anno scorso nella lista civica “Voce alla gente”, ma per gli inquirenti ha in qualche misura partecipato sia nell’usura che nell’estorsione praticate dal boss. Non è la prima volta che il mediatore creditizio con il pallino della politica finisce in un’indagine della Procura di Savona. Qualche anno fa, il suo nome era emerso nell’inchiesta per riciclaggio che ha coinvolto Fameli – per gli inquirenti storico braccio destro di Gullace – ma gli elementi raccolti, a giudizio degli inquirenti, non sono stati sufficienti per un’iscrizione nel registro degli indagati. Gli investigatori sarebbero riusciti a mappare una serie di incontri con Gullace, durante i quali sono riusciti a registrare conversazioni – per il momento top secret – che i magistrati definiscono decisive. Tuttavia potrebbe non essere la Procura di Savona a scrivere la parola fine sul regno di Carmelo Gullace, in ambienti investigativi ritenuto il regista della ‘ndrangheta del Nord Ovest della Liguria. Da tempo, su di lui, i suoi contatti e i suoi affari lavorano la Dia e lo Sco (polizia) di Genova, che hanno mandato tutto per competenza alla Procura di Reggio Calabria. Che da tempo lavora al fascicolo.

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

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