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Estradato in Italia Giorgio Hugo Balestrieri

ROMA Dopo anni di latitanza e diversi mesi di carcere in Marocco è stato estradato in Italia Giorgio Hugo Balestrieri, per i magistrati della Dda di Reggio Calabria uno dei principali terminali imp…

Pubblicato il: 27/03/2015 – 8:27
Estradato in Italia Giorgio Hugo Balestrieri

ROMA Dopo anni di latitanza e diversi mesi di carcere in Marocco è stato estradato in Italia Giorgio Hugo Balestrieri, per i magistrati della Dda di Reggio Calabria uno dei principali terminali imprenditoriali e finanziari di cui la cosca Molè nel tempo si sarebbe servita per riciclare e investire gli enormi proventi del porto di Gioia Tauro. Protetto da passaporto e residenza statunitense, per anni Balestrieri si è reso irreperibile ma, qualche mese fa, è stato arrestato a Casablanca in virtù di un mandato chiesto e ottenuto all’Interpol dalla Dda reggina ed oggi si trova nel carcere di Rebibbia. A nulla dunque sarebbero serviti i tentativi di dileguarsi, né quelli di interessare quelli che sostiene siano i suoi datori di lavoro. Mentre la Dda reggina premeva per l’estradizione, Balestrieri informava infatti i suoi legali: «Ho avvertito Fbi che vedano di non farmi fare brutti incontri». Quali fossero questi brutti incontri allo stato non è dato sapere, ma di certo il “comandante” lo dovrà spiegare al pm Roberto Di Palma, il primo ad individuarlo e braccarlo nel corso delle sue indagini sui clan della Piana.
TRA ‘NDRINE E P2
Ufficiale della marina militare dal 1963 al 1981 – come lui stesso indica orgogliosamente nel suo profilo Linkedin – Balestrieri sarebbe uno degli affiliati alla loggia P2 di Licio Gelli, con tessera numero 907, smascherato dalla perquisizione del marzo 1981 a Castiglion Fibocchi. Stando a quanto avrebbe riferito il faccendiere Elio Ciolini – divenuto noto per il suo presunto coinvolgimento nelle indagini sulla strage di Bologna –, Balestrieri farebbe parte anche della loggia riservata “Montecarlo”, «un potentato economico – si legge nella relazione conclusiva della commissione – dominato dalle personalità di Andreotti, Agnelli, Calvi, Monti, Ortolani, Gelli e dal capo del gruppo editoriale Rizzoli e vari altri distinti fratelli fondatori, esecutivi e attivi».
Per le diverse Procure che si sono ritrovate a indagare, il “comandante” per lungo tempo avrebbe lavorato come agente dei servizi segreti americani in Italia, o meglio in Calabria, nonostante dal 1981 sia formalmente residente a New York, dove si occupa di tecnologie militari e di sicurezza ed è uomo in vista nella comunità, tanto da figurare da oltre vent’anni come vice presidente del Rotary club della città. Ma Balestrieri non sembra aver reciso i contatti né con l’Italia, né con la Calabria. E proprio qui, il pm Roberto Di Palma ne ha scovato le tracce braccando gli uomini del clan Molè finiti al centro dell’inchiesta.
L’AFFARE VILLA VECCHIA
Tramite “il comandante” e i suoi soci, Angelo Boccardelli, segretario dell’ex ambasciatore di San Marino, Giacomo Maria Ugolini, gran maestro della loggia del Titano, che per questo affare ha rimediato una condanna a sette anni di reclusione – e Giuseppe Fortebracci (morto prima della conclusione del processo) –, gli uomini del clan hanno tentato di reinvestire larga parte dei profitti illeciti provenienti dal contrabbando di merci contraffatte al porto di Gioia Tauro, nella gestione di una sontuosa struttura alberghiera di Monte Porzio Catone, in provincia di Frascati. Struttura in possesso di Balestrieri e altri tramite diverse società a loro riconducibili e messa a disposizione dell’imprenditore del clan Molè, Cosimo Virgiglio, testa di ponte del clan nell’affare.
Una “disponibilità” che per i magistrati della Dda vale una contestazione di concorso esterno in associazione mafiosa, perché tutti avrebbero offerto «un contributo concreto, specifico e determinante per il perseguimento delle finalità della ‘ndrina Molè – della quale pur tuttavia non facevano parte organicamente – con particolare riferimento alla acquisizione da parte della ‘ndrina medesima della struttura alberghiera Villavecchia di Frascati, nonché al controllo da parte della ‘ndrina medesima sulle attività economiche che si svolgevano nell’area portuale di Gioia Tauro, ivi comprese quelle connesse alle operazioni doganali e di trasporto delle merci oggetto di import-export soprattutto dalla Repubblica popolare di Cina».
BALESTRIERI SAPEVA
Un business che i tre avrebbero portato avanti – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare dell’epoca – nonostante sarebbero stati «perfettamente consapevoli di chi è il Virgiglio e di cosa e di chi egli rappresenti; essi non esitano ad entrare in contatto con le ‘ndrine di Gioia Tauro (Molè) e Rosarno (Pesce, Bellocco e Cacciola) per portare avanti l’affare». Per i magistrati, Boccardelli, Fortebracci e Balestrieri, «sono soggetti cui l’associazione per delinquere di stampo mafioso si era rivolta per risolvere il problema del reinvestimeno del denaro (e anche della sistemazione lavorativa della famiglia di Rocco Molè) ed essi, per quanto si coglie dalle emergenze indiziarie (delle intercettazioni in particolare), erano perfettamente consapevoli dell’apporto prestato all’associazione medesima (come denota la cacciata dei precedenti titolari della struttura alberghiera), ciò almeno fino a quando gli interessi dell’una e degli altri non iniziavano a divergere, sì da divenire essi stessi un ostacolo dell’associazione cui un tempo si appoggiavano e subirne le conseguenze. Da qui i tentativi di ricorrere ad altri, simili, canali, per mantenere le condizioni di controllo sulla struttura».
BALESTRIERI: IO, AGENTE IN MISSIONE
Accuse che Balestrieri negli anni ha respinto al mittente, facendo sapere da New York – tramite il suo legale – di essere un agente entrato in contatto con persone sospette solo perché impegnato in un’operazione di intelligence per conto di un organismo, mai meglio specificato. Una versione cui i pm non hanno mai creduto, ma sulla quale molto probabilmente chiederanno dettagliate informazioni a Balestrieri, così come su quel Cristo ligneo attribuito a Michelangelo e nella disponibilità della fondazione dedicata all’ambasciatore Ugolini di cui Balestrieri e Boccardelli erano ai vertici, ma che non sarebbe stato mai più ritrovato nel corso delle perquisizioni. Una statua preziosa – per alcuni chiave di un fantomatico “Codice Michelangelo”, messaggio esoterico nascosto per secoli, per altri “il Cristo di Michelangelo”, una sorta di Santo Graal della storia dell’arte, per altri ancora un semplice falso, di cui Balestrieri avrebbe affermato di essere in possesso – finita al centro delle indagini di diverse procure fra l’Italia e San Marino.

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

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