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Il tramonto delle sindache antimafia

Ricordate le sindache antimafia del Pd calabrese? Nel catalogo sugli autolesionismi in casa dem, da oggi ci entrano a pieno titolo anche loro. Le dimissioni di undici consiglieri comunali a Rosarno…

Pubblicato il: 29/05/2015 – 10:51
Il tramonto delle sindache antimafia

Ricordate le sindache antimafia del Pd calabrese? Nel catalogo sugli autolesionismi in casa dem, da oggi ci entrano a pieno titolo anche loro. Le dimissioni di undici consiglieri comunali a Rosarno certificano la fine dell’esperienza di Elisabetta Tripodi alla guida della città della Piana. A quattro anni e mezzo dalla sua elezione si chiude una storia costellata da luci e ombre. Nella città che in passato è stata di Peppe Valarioti e Peppino Lavorato, dove oggi la cappa di clan come i Pesce e i Bellocco è ancora asfissiante, torneranno i commissari.

Ma quella di Tripodi è soprattutto la sconfitta del Pd calabrese, incapace di difendere una delle più positive esperienze amministrative di questa regione. Si dirà che non è una novità. Era già successo in passato con Maria Carmela Lanzetta, che aveva conquistato perfino il premier Matteo Renzi esportando in tutta Italia la questione calabrese. «Per dirla con Saviano – come ha già avuto modo di ricordare sul Corriere della Sera Goffredo Buccini – le mafie non sopportano il peso della parola ascoltata, e Lanzetta aveva trovato le parole giuste per farsi ascoltare da Reggio Calabria fino a Torino». Ma anche questa testimonianza non ha avuto vita molto lunga. Risultati non proprio eccellenti conseguiti nel periodo in cui ha guidato il ministero per gli Affari regionali ed equilibri politici da registrare all’interno della maggioranza hanno determinato il suo allontanamento del governo. Il resto è storia degli ultimi mesi: il rifiuto a entrare nella giunta regionale guidata da Mario Oliverio per la presenza in squadra di Nino De Gaetano e la guerra sotterranea con i vertici del Pd calabrese per come è stata gestita la fase del post elezioni.

Un destino persino più amaro sembra toccare a Carolina Girasole. Ex sindaco di Isola Capo Rizzuto, un’esperienza fallimentare alle politiche con Scelta civica di Mario Monti, è caduta alle elezioni di due anni fa per mano dello stesso Pd. I dem sono riusciti nell’impresa di consegnare Isola al centrodestra. E in mezzo alle traversie politiche, ce n’è pure una di natura giudiziaria che la riguarda. A ottobre 2013, Girasole finisce ai domiciliari con l’accusa di essere stata eletta grazie a voti di dubbia provenienza, in cambio dei quali avrebbe garantito favori della ‘ndrina Arena. Il processo non si è ancora concluso, la sua parabola politica probabilmente sì.

Questa è la storia delle tre donne politiche, emigrate al nord e poi tornate in Calabria «perché l’amore per la propria terra alla fine vince su tutto» (Lanzetta dixit). Tre sindache in prima linea, tre donne su cui il Pd aveva puntato per combattere l’antipolitica. È finita (per loro) nel peggiore dei modi. Nel silenzio (preoccupante) di tutti i big del Pd.

 

Antonio Ricchio

a.ricchio@corrierecal.it

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