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I Casamonica e la (solita) antimafia da avanspettacolo

Mafiologi di tutto il mondo, unitevi… ma soprattutto datevi una regolata. Non se ne può più di parole in libertà, dibattiti sul nulla, lotte intestine combattute a suon di editoriali, dilettantis…

Pubblicato il: 22/08/2015 – 16:04
I Casamonica e la (solita) antimafia da avanspettacolo

Mafiologi di tutto il mondo, unitevi… ma soprattutto datevi una regolata. Non se ne può più di parole in libertà, dibattiti sul nulla, lotte intestine combattute a suon di editoriali, dilettantismo ammantato con la militanza, negazionismo usato come alibi di fallimenti istituzionali. Non sai più se le mafie vengono aiutate dalla connivenza o, piuttosto, dalla incapacità ad assolvere il proprio ruolo, politico, istituzionale o professionale che sia.
L’inviato di punta del maggiore settimanale italiano, Lirio Abbate, oltre un anno addietro, indicò nella sua inchiesta su “L’Espresso” il capo del clan Casamonica come «il quarto re di Roma». Successivamente le indagini di “Mafia Capitale” si incaricarono di dargli ragione e adesso capita che qualcuno si stupisca che al “Quarto re di Roma” siano stati tributati funerali degni di quel rango. Di più: gli stessi investigatori, funzionari del ministero dell’Interno, magistrati inquirenti che aiutarono l’inchiesta di Lirio Abbate, cascano dal pero e apprendono dai giornali quanto accaduto nel cuore popolano di Roma.
In un Paese normale ci sarebbe quanto basta per mandare a casa un bel po’ di gente, ma che il nostro non sia un Paese normale e Roma sia lo specchio, e la Capitale, di tutta la sua “anormalità” non aspettavamo i funerali del boss Casamonica per averne conferma. Così alla fine pare che sia tutta colpa del prete e dell’elicotterista, con la differenza che il prete resta al suo posto mentre all’elicotterista è stata ritirata la licenza. Verrebbe da chiedere a Renzi di affidare il ministero dell’Interno a Vito Riggio, visto che il presidente dell’Enac è l’unico ad aver subito adottato un qualche provvedimento.
E mentre la Questura indagherà sull’operato… della Questura (come chiedere al pescivendolo se il pesce è fresco) e mentre il prefetto ci rassicura che la cosa è grave ma non è frutto di connivenze (tranquilli tutti: chi sorveglia sulla vostra sicurezza è cretino ma non è criminale), ecco che sui giornali e nelle televisioni si scatena l’antimafia della controra. Ognuno ha qualche sassolino da togliersi dalle scarpe, qualche conticino da regolare, qualche avviso da mandare: non c’è occasione migliore. Così, giusto per fare un esempio, se l’ex vescovo di Locri, Giancarlo Bregantini, difende il parroco del quartiere tuscolano, Nicola Gratteri riprende l’antico contenzioso con il presule per spiegare che quel funerale è un atto di apologia mafiosa e andava impedito. Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia, si sforza di restare sul terreno pratico: il fatto grave è che nessuno sapesse e che si sia consentito un uso di spazi pubblici per celebrare la morte di un boss. Troppo poco, tuonano alcuni componenti della stessa Commissione, magari tra quelli che a qualche funerale di mafia, meno pomposo ma non meno illustre, ci sono andati. Poco ci manca che Angelino Alfano non rivolga un’interrogazione al ministro degli Interni perché gli dica con chiarezza in questo Paese chi è che nomina i questori, i prefetti e i capi della Mobile.
E nel merito? Nel merito non entra nessuno, meglio filosofeggiare attorno alla mafia che parlare di un argomento poco conosciuto soprattutto nelle stanze della cosiddetta “Antimafia”.
Nel merito, ad esempio, si potrebbe osservare che quanto accaduto a Roma è gravissimo non certo perché una banda ha suonato le note de “Il padrino” o perché una Rolls seguiva il feretro su carrozza d’epoca. È gravissimo perché evidenzia come in molti ambienti delicati – questura, prefettura, comando dei vigili urbani – il contrasto alle mafie nel controllo del territorio viene affrontato con un approccio da media burocrazia. È come se la Guardia di finanza facesse irruzione in una bisca clandestina ma solo per verificare se le carte da gioco avevano il marchio dei monopoli di Stato. Tutto qui.
Perché oggi si premia l’approccio burocratico ai problemi, non il rischio di affrontarli mettendoci la faccia (e in qualche caso anche la carriera). Così prefetti che a Milano e a Roma sino all’altro ieri hanno pervicacemente negato che la mafia esistesse e operasse in quelle metropoli non solo non sono stati mandati a casa ma hanno anche fatto carriera. E siccome il pesce puzza sempre dalla testa, ecco che molti validissimi uomini dello Stato hanno fatto un passo indietro, costretti a lasciare il campo in favore di chi non intralcia la visione politica dell’ordine pubblico ma, anzi, l’asseconda. Se qualche editorialista di rango in questi giorni avesse provato, prima di scrivere, a passare da qualche caserma o da qualche commissariato o avesse avvicinato uno dei tanti ufficiali e questori in pensione per chiedere loro un commento, avrebbe scoperto tante cose interessanti.
Avrebbe scoperto, ad esempio, che in Calabria le ragioni per cui molti funerali vengono vietati sono ben diverse da quelle dettate dal timore di incorrere in una apologia mafiosa. Vengono vietati per ragioni di ordine pubblico, per evitare, cioè, che si approfitti dei funerali per ammazzare altri rivali o per sfogare la propria sete di vendetta. È esattamente la ragione per la quale vennero vietati i funerali alle vittime dell’agguato di Duisburg. Scoprirebbero che in Calabria quello che passò alla storia come “la belva di Drosi” o “l’uomo mitra”, affrontò i rivali mentre andavano a seppellire una delle sue vittime accoppata il giorno prima. E allora niente funerali pubblici ma solo esequie private da celebrare alle prime ore del mattino direttamente nella cappella del cimitero.
Avrebbero scoperto, gli editorialisti dell’antimafia da avanspettacolo, che, quando ancora esisteva la polizia giudiziaria e invece di tante sigle si puntava sulle stazioni e sui commissariati di frontiera, i funerali di un boss erano manna dal cielo per gli investigatori. Si appostavano, filmavano il rito della “stretta di mano”, appuntavano le targhe delle macchine che arrivavano. Prendevano nota persino dei bar e dei ristoranti che “offrivano” il “consolo”. Contavano molto le presenze, moltissimo le assenze. Contava il numero dei baci. Contava persino il verificare chi usciva per primo dalla chiesa dopo il rito funebre.
Materiale utilissimo per capire le dinamiche in seno a una consorteria mafiosa difficilmente penetrabile.
E poi, solo chi di mafia non ha mai capito una pippa può pensare che è il rito funebre l’apologia mafiosa. Magari ne sono convinti i Casamonica, ma quelli sono clan legati a un monarca, non possono certo definirsi, come un anziano patriarca della ‘ndrangheta di San Luca disse per sedare i bollori dei giovani virgulti del clan De Stefano alle prese con una guerra di mafia che a Reggio fece 700 morti ammazzati: «Io vengo dal paese dei morti».
No, sono i matrimoni, ancor più dei battesimi, gli “eventi” che le mafie preferiscono per la loro autocelebrazione e quelli nessuna legge li può regolamentare e nessun questore li può impedire. Anche quelli, quando la polizia giudiziaria era una cosa seria, risultavano utilissimi per comprendere dinamiche, alleanze e orientamenti delle maggiori famiglie di mafia. Attraverso matrimoni si sono chiusi conflitti storici e gemellate sinergie criminali inossidabili. E mentre ai funerali ci puoi anche andare per salvare la faccia (Dalla Chiesa ammoniva che spesso la prima corona era proprio quella del mandante) ai matrimoni si va solo se invitati. Ancor più stretto il cerchio per i battesimi, dove si legittima con un vincolo religioso un rapporto esplicitamente criminale.
Di più: la ‘ndrangheta usa i ricevimenti nuziali anche per dare copertura al fatto che più pregiudicati si ritrovano nello stesso luogo. Lo scoprì proprio Nicola Gratteri che, nell’inchiesta denominata “Armonia”, fece piazzare microspie dentro la sala dove tenevano il ricevimento le famiglie più blasonate della ‘ndrangheta aspromontana. Arrivò la conferma: al piano di sopra gli sposi distribuivano confetti, nel salone sottostante si riuniva il vertice della ‘ndrangheta calabrese.
Tutte cose che bravi poliziotti e fidati carabinieri, sorretti da questori meno avvezzi alle
conferenze stampa e più autonomi dalla selezione affidata alle Procure, facevano quando la mafia… non c’era. Oggi che invece la mafia c’è e c’è pure l’antimafia, capita che muore “Il quarto re di Roma” e al questore lo comunicano i giornalisti.

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