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Metropolis, i pm chiedono l’assoluzione di Fitzsimons e Velardo

REGGIO CALABRIA Due assoluzioni clamorose e una valanga di condanne, anche se in larga parte a pene non altissime. Sono queste le richieste avanzate dai pm Ferraiuolo e Frustaci al Tribunale di Loc…

Pubblicato il: 13/01/2016 – 18:54
Metropolis, i pm chiedono l’assoluzione di Fitzsimons e Velardo

REGGIO CALABRIA Due assoluzioni clamorose e una valanga di condanne, anche se in larga parte a pene non altissime. Sono queste le richieste avanzate dai pm Ferraiuolo e Frustaci al Tribunale di Locri al termine della loro requisitoria al processo Metropolis, scaturito dall’inchiesta coordinata dal procuratore Paolo Sirleo che ha svelato come i clan Aquino e Morabito abbiano riciclato gli immensi proventi del narcotraffico, cementificando la Locride con strutture turistiche spesso abusive.

LE RICHIESTE Per la pubblica accusa, devono essere assolti da ogni accusa a loro carico, Henry James Fitzsimons e Antonio Velardo, i due imprenditori, inizialmente accusati di essere entrati in joint venture internazionale con gli uomini delle ‘ndrine, per piazzare all’estero quote e contratti di strutture turistico alberghiere costruite dalla ‘ndrangheta. Per tutti gli altri invece, secondo le pm Ferraiuolo e Frustaci gli elementi a carico ci sono e sono solidi, per questo devono essere tutti condannati a pene severe. La più alta, 22 anni, è stata invocata per Antonio Cuppari, mentre per l’accusa dovrebbe essere punito con 16 anni Rocco Morabito. È invece di 13 anni la condanna chiesta per Bruno Verdiglione, mentre 12 anni di carcere sono stati chiesti per Domenico Vitale e 10 anni per Rocco Aquino. Per l’accusa, dovrebbe invece scontare 6 anni 4 mesi Domenico Vallone, mentre sono stati chiesti 6 anni per Fausto Ottavio Strangio. È invece di 5 anni e 6 mesi la condanna chiesta per Francesco Arcadi, Domenico Antonio Muccari e Domingo Diaz Bernal, mentre è di 4 anni e 6 mesi quella invocata per Jorge Pablo Sagredo e Antonio Raimondo. Tre anni sono stati chiesti per Alessandro Cirillo, Domenico Antonio Mirarchi, Jonathan Posca, Generoso Scoppa, Maria Rosa Sculli, Sebastiano Sisto Strangio e Sebastiano Vottari, mentre per Francesco Iofrida, Antonino e Antonino Sebastiano Toscano, la pena invocata è di 2 anni 3 mesi ciascuno. Infine 2 anni sono stati chiesti per Carmelo Borrello.

L’INDAGINE Per i pm, sono tutti a vario titolo coinvolti nella joint venture criminale che ha permesso agli uomini dei clan Aquino e Morabito di coprire di case, ville e piscine, pronte ad essere vendute a sprovveduti acquirenti stranieri. Un business che le ‘ndrine si sarebbero divise in maniera salomonica: da Reggio a Siderno comandavano i Morabito, da lì fino a Catanzaro, era tutto in mano agli Aquino. Una spartizione chiaramente evidenziata anche dalla divisione delle quote della società “BellaCalabria”, uno dei terminali economici e finanziari utilizzato dai clan, finite per il 50% in mano a un prestanome degli Aquino e per il 50% a una testa di legno dei Morabito. E sono numeri da capogiro quelli del business che secondo l’accusa sarebbe stato messo in piedi dai due clan: 17 villaggi turistici, 1343 unità immobiliari, 12 società, tutti beni di un valore pari a 450 milioni di euro oggi finiti sotto sequestro.

CONTROLLO FORTUNATO A mettere gli inquirenti sulle tracce del business milionario che le famiglie Aquino e Morabito avevano messo in piedi presumibilmente – è l’ipotesi degli inquirenti – per ripulire gli enormi flussi di denaro proveniente dal traffico di “bianca”, è stato un controllo occasionale su un’auto proveniente dall’Albania effettuato da due finanzieri di Bari. A bordo non solo c’erano quattro soggetti di San Luca, già noti alle forze dell’ordine, ma soprattutto le planimetrie del complesso turistico-alberghiero “Gioiello del mare”, riconducibile alla Metropolis 2007 srl, una delle società oggi sequestrate.

IL TYCOON DEI TIRADRITTO Un particolare che ha acceso l’interesse investigativo degli inquirenti che per anni hanno battuto la pista dell’edilizia turistica e residenziale fino a scoprire la rete tessuta attorno a sé da Rocco Morabito, figlio del boss Peppe Tiradritto. Per gli inquirenti, un vero e proprio tycoon criminale, capace di tessere attorno a una fitta rete di interessi, operazioni e affari che garantivano ai clan il mantenimento del consenso, grazie all’utilizzo di manodopera locale per le costruzioni, ma soprattutto lauti guadagni grazie ai compratori stranieri di ville e appartamenti con cui è stata distrutta la costa jonica. Una doppia beffa per la Calabria, devastata dal cemento e piegata al consenso dettato dal ricatto occupazionale, grazie al quale i clan hanno consolidato il loro potere in cambio di un pugno di posti di lavoro. E proprio «la capacità delle organizzazioni criminali di “governare” e controllare il territorio garantendo(si) l’acquisizione dei terreni e il conseguimento, quantomeno senza ostacoli e con iter amministrativi preferenziali e “privilegiati”, dei necessari permessi amministrativi per poter avviare e portare avanti le attività» è per il gip che mesi fa ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare, uno dei punti di forza di un’operazione economico finanziaria raffinata, che ha avuto in Rocco Morabito un insospettabile regista.

SPARTIZIONE PACIFICA A far marciare la macchina, evidenzia ancora il gip Minniti «è stato non tanto l’arrivo del denaro “contante” dalla Spagna, quanto il sostanziale “accordo” tra coloro che sono stati portatori delle capacità di sviluppare gli investimenti, garantendo la vendita degli immobili all’estero con una certa celerità, e gli esponenti della criminalità organizzata locale che hanno sostanzialmente monopolizzato il settore, garantendo – grazie alla propria forza criminale – solo a determinati (compiacenti) soggetti, ed a determinate condizioni, la possibilità di poter partecipare alla realizzazione dei complessi immobiliari oggetto d’indagine». Il turismo residenziale sulla costa calabrese sarebbe stato dunque cosa dei Morabito, degli Aquino e dei loro compari, individuati in una congerie di società nella cui compagine sociale sarebbero comunque presenti esponenti dei clan.

a. c.

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