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Sanità, l'identikit del perfetto "imboscato"


CATANZARO Il documento – il Piano operativo 2016-2018 per la sanità calabrese – ha un duplice valore. Tecnico, perché fotografa la situazione attuale e fissa gli obiettivi da raggiungere al termine…

Pubblicato il: 03/03/2016 – 12:24
Sanità, l'identikit del perfetto "imboscato"


CATANZARO Il documento – il Piano operativo 2016-2018 per la sanità calabrese – ha un duplice valore. Tecnico, perché fotografa la situazione attuale e fissa gli obiettivi da raggiungere al termine dei prossimi tre anni. E politico, perché fissa un paletto temporale: il Piano di rientro non si concluderà se non nel dicembre 2018. Manca la firma dei ministeri che affiancano la Regione nel faticoso percorso di uscita dall’emergenza sanitaria, ma i termini sono questi. E l’obiettivo è chiaro: uscire dal Piano di rientro. Così come le pre-condizioni: raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2018 e raggiungere un valore dei Livelli essenziali di assistenza pari o superiore a 160 (oggi la Calabria è ultima in Italia con 137; nel 2009, anno di avvio del Piano di rientro, era pari a 88). Obiettivi tecnici, appunto. E anche politici, come «dotare la sanità calabrese di un assetto normale e possibilmente forte, dove l’emergenza diventi l’eccezione e la presenza di una classe dirigente preparata consenta una governance del sistema sanitario pari a quella delle migliori regioni italiane». Magari recuperando anche gli “imboscati”, dei quali l’atto fornisce un identikit piuttosto completo. Spiegando che si tratta di un piccolo esercito.

UN ESERCITO DI IMBOSCATI Il caso emerge nell’analisi dei servizi territoriali: «Sono fortemente carenti gli screening oncologici, l’assistenza domiciliare e gli hospice; sono lontane dall’essere realizzate molte case della salute, per alcune delle quali non sono stati ancora individuati i finanziamenti». Il territorio assorbe il 52% delle risorse, come previsto dai livelli essenziali di assistenza, ma spende malissimo quei denari, per via di «un eccessivo carico di personale, spesso fuggito dagli ospedali e non organizzato sul territorio». Sono gli imboscati, fenomeno «diffusissimo a tutti i livelli». Si tratta di «decine di medici transitati in massa al dipartimento della prevenzione dell’area Sud, psicologi assunti nel ruolo amministrativo in Regione e poi distribuiti nelle aziende sanitarie nel medesimo ruolo, infermieri e operatori socio-sanitari negli uffici, ausiliari sparsi ovunque, molti dei quali hanno seguito corsi per diventare operatori socio-sanitari. A tutto ciò si aggiunga – spiegano ancora Scura e Urbani – la piaga del personale dichiarato parzialmente idoneo, forse con troppa indulgenza, visto che negli ospedali dell’area Sud si raggiunge una media del 30% di personale che, per un motivo o per un altro, non svolge le mansioni per le quali è stato assunto o le svolge solo in parte, eludendo turni notturni e causando infiniti problemi organizzativi ai reparti e ai colleghi». È il personale il principale problema riscontrato dalla struttura che governa il Piano di rientro: «Nel settore amministrativo le competenze necessarie sono carenti in molte aziende causando ritardi nell’applicazione delle disposizioni impartite dalla struttura commissariale», e solo di recente, con la nomina di cinque direttori generali su nove aziende, i vertici sono un po’ meno precari, mentre «il sistema di valutazione del personale assolve compiti burocratici e non premia nessuno risolvendosi in una distribuzione a pioggia dei fondi sulla produttività».
La gestione delle risorse umane, dunque, appare «come una delle maggiori criticità del sistema sanitario calabrese, se non la maggiore, in quanto oggi avalla comportamenti contrastanti con lo sforzo necessario per raggiungere gli obiettivi del Piano di rientro». I commissari si aspettano molto dall’accordo sottoscritto con le organizzazioni sindacali per ridurre il fenomeno degli imboscati, ma quell’accordo «ora va messo in pratica, certamente non senza difficoltà».

CAMBIAMENTO CULTURALE Sarà necessario «investire in persone, a cominciare dalla ricerca di primari di valore, di medici, infermieri e tecnici per completare gli organici dei reparti oggi incompleti, per erogare maggior e migliori servizi sanitari nel settore pubblico (ma anche in quello privato) soprattutto in ortopedia cardiologia/cardiochirurgia e chirurgia dell’area oncologica, tra le prime cause di fughe fuori regione». Bisognerà trovare figure con competenze adeguate: «Insomma, dobbiamo favorire il cambiamento culturale, già parzialmente in atto». E farlo entro la fine del 2018. A pensarci bene, la fine del commissariamento è molto vicina.



PRONTO SOCCORSO ALL’ANNO ZERO La fotografia che illumina il presente restituisce l’immagine di una regione in forte difficoltà. «Tranne poche eccezioni – segnala la struttura commissariale che gestisce la sanità –, i Pronto soccorso di tutti gli ospedali calabresi presentano carenze strutturali per gli spazi dedicati ai pazienti, agli operatori sanitari e agli accompagnatori, sacrificando privacy, igiene e organizzazione». Di conseguenza si «impone un forte investimento strutturale sui Pronto soccorso, pertanto. Gli ecografi in dotazione ai reparti sono in buona parte obsoleti; alcune Tac sono situate in ex ospedali dove offrono prestazioni saltuarie; l’area Sud non dispone di una Risonanza magnetico-nucleare, da cui si evince la necessità di ripianificare una distribuzione uniforme delle apparecchiature ed un investimento nel settore. È solo del 10 febbraio scorso – scrivono il commissario Renato Scura il subcommissario Andrea Urbani – l’acquisto di tre Rmn per gli ospedali di Locri, Polistena e Melito Porto Salvo».

STRUTTURE DIMENTICATE Paradosso: mentre alcune strutture scoppiano, ce ne sono «circa 30 costruite con i fondi ex articolo 20 legge 67/88 già a fine anni 90 che non sono mai state messe in funzione e stanno deperendo per una totale assenza programmatoria negli ultimi 20 anni, abbandono e incuria». Una bocciatura senza appello delle politiche di programmazione, condita da una frase che appare slegata dal contesto ma è invece il simbolo del laissez-faire: «All’ospedale di Locri solo da poche settimane è attivo l’orologio marcatempo».

REPARTI SVUOTATI L’analisi si sofferma (anche) sulle conseguenze del Piano di rientro. Sono oltre 100 i reparti ospedalieri retti da “primari” facenti funzione, («uno dei risultati del blocco delle assunzioni, l’altro ancora più grave è la perdita di mezza generazione di medici calabresi, andati a lavorare in altre regioni»). Per non parlare delle «carenze di personale medico, infermieristico e tecnico che garantiscano turni normali senza dover ricorrere a prestazioni aggiuntive o, peggio, non erogando affatto le prestazioni». Il piano industriale della sanità calabrese, dunque, passa necessariamente da «un investimento in organizzazione e in personale ospedaliero, non necessariamente attingendo soltanto a nuove assunzioni». Molti ospedali, «soprattutto nell’area Sud lavorano a scartamento ridotto avendo attivato soltanto il 60-70% dei posti letto programmati, per assenza di personale e per cattivo utilizzo di quello esistente». (1. Continua)

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it

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