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Venticinque anni senza giustizia

LAMEZIA TERME «Se qualcuno sa qualcosa che si metta una mano sulla coscienza e parli». Con un’unica voce Stefania Tramonte e Francesco Cristiano chiedono aiuto. Venticinque anni di attesa senza sap…

Pubblicato il: 12/04/2016 – 12:59
Venticinque anni senza giustizia

LAMEZIA TERME «Se qualcuno sa qualcosa che si metta una mano sulla coscienza e parli». Con un’unica voce Stefania Tramonte e Francesco Cristiano chiedono aiuto. Venticinque anni di attesa senza sapere chi ha ucciso i propri cari sono un grumo nel petto impossibile da frantumare. Stefania oggi è una madre, aveva appena dieci anni quando un brusio, nella luce fioca dell’alba la svegliò. Era il 24 maggio del 1991, un messo del Comune aveva bussato alla porta di casa Tramonte: «Signò hanu ammazzatu u maritu vuastru dintra nu camiun». Questo l’annuncio che ancora martella nella testa di Stefania che non trova pace, che dopo 25 anni non sa chi abbia ucciso suo padre, una persona onesta. Faceva il netturbino Francesco Tramonte, 40 anni, così come il suo amico, Pasquale Cristiano, 28.



I DUE NETTURBINI Per tanti, per la cronaca e il suo linguaggio sbrigativo, Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano sono i due netturbini uccisi dalla mafia. Ecco, su un punto di questa vicenda non ci sono dubbi, la matrice mafiosa dell’omicidio. Lo ha messo nero su bianco anche la corte d’Assise di Catanzaro nelle motivazioni della sentenza di primo grado che scagiona Agostino Isabella, l’unico imputato di questo duplice omicidio: «Il barbaro eccidio del 24 maggio fatto contro vittime innocenti, umili ma onesti lavoratori, che nella loro modesta (e pare neppure continuativa) attività trovavano gli unici mezzi di sostentamento delle proprie famiglie, volle essere un significativo messaggio che preannunziava nuovi equilibri mafiosi e dei quali non poteva non tenersi conto nello spendere i miliardi della nettezza urbana». Un messaggio feroce firmato sulla pelle di due innocenti, lontano da ogni codice comportamentale della criminalità organizzata. Una scelta, quella di colpire una ditta che aveva avuto l’appalto della nettezza urbana, oppure il Comune che aveva conferito la gestione, i cui contorni appaiono ancora fumosi. Perché uccidere due innocenti che nemmeno facevano parte della ditta ma erano dipendenti comunali che si trovavano su quel camion in sostituzione di due assenti? A chi era indirizzato veramente quell’eccidio?
Procediamo con ordine.



L’AGGUATO Il sole deve ancora sorgere il 24 maggio 1991. Come ogni giorno, intorno alle tre del mattino, i dipendenti comunali si radunano in piazza San Giovanni, nei locali dell’ex hotel Centrale. C’è da iniziare il lavoro, dividersi i compiti, prendere le consegne. La raccolta dei rifiuti è stata affidata alla ditta privata Sepi ma quel giorno i due addetti di turno sono assenti e viene chiesto a Tramonte e Cristiano – che sono dipendenti comunali che si occupano della pulizia delle strade – di accompagnare nel giro di raccolta Eugenio Bonaddio, dipendente Sepi. In realtà Pasquale Cristiano non dovrebbe lavorare sui mezzi meccanici: un incidente avuto da bambino gli ha lasciato delle lesioni che lo espongono a una sorta di attacchi epilettici e per sicurezza deve lavorare di giorno e lontano da macchinari. Ma Pasquale è generoso, è un “fatigatore”, è il secondo di sei fratelli, abituato a dare sempre una mano. E poi sul camion c’è anche Francesco Tramonte, un amico di cui Pasquale si fida. Partono. Bonaddio guida, Cristiano è seduto al centro e Tramonte a destra, pronto a dare ordini sulle manovre per agganciare i cassonetti. Sta albeggiando quando arrivano in contrada Miraglia, nel quartiere di Sambiase. Come scrive l’avvocato Mario De Grazia nel suo libro “Vittime dell’oblio”, Miraglia è «un antico crocevia, un po’ trascurato, poco illuminato, sufficientemente isolato, si trova nella parte periferica di Sambiase nord, proprio all’incrocio tra le strade che, dalle frazioni montane, scendono verso il centro». È qui, quando il cielo delle cinque di mattina si rischiara e illumina l’arma che un uomo, nascosto dietro i cassonetti, punta un’arma contro i tre operai. È un’arma da guerra – non un fucile qualsiasi –, un kalashnikov di fabbricazione statunitense calibro 7,62. L’uomo intima ai tre di scendere. Ma appena Francesco Tramonte apre lo sportello, una raffica di proiettili investe gli operai. Tramonte, che si trova dal lato del killer, viene crivellato di colpi. «Per Pasquale il colpo mortale è stato uno solo, alla testa», racconta suo fratello Francesco. Un proiettile che aveva attraversato il corpo di Tramonte raggiungendo l’amico. Eugenio Bonaddio, il più lontano dalla bocca di fuoco, ferito, scappa. Apre il suo sportello e si allontana da quella pioggia feroce. Alla fine si conteranno 22 colpi esplosi. Scrive De Grazia: «Dopo gli spari un pesante silenzio si fece intorno a loro, nelle vie adiacenti e nelle case vicine. Non una luce si accese, non una finestra si aprì, non una persona si avvicinò. Eppure tante erano le abitazioni a poche decine di metri e intorno al punto di raccolta rifiuti nel piazzale del quartiere Miraglia…».

«CHI SA PARLI» Per il duplice omicidio e per il tentato omicidio, la macchina della giustizia si è fermata a un’assoluzione in primo grado. Poi il silenzio. Nessun processo d’appello perché il pm presentò in ritardo la richiesta di ricorso. Che venne dichiarata inammissibile. La sentenza di assoluzione è diventata definitiva dal 18 luglio 1996.
«Tutto questo tempo passato senza avere giustizia… non so più cosa fare», dice Francesco Cristiano. Lui, che il 24 maggio del 2013 protestò davanti al tribunale di Lamezia Terme con uno striscione grande legato con due tiranti alle colonne del Palazzo di piazza della Repubblica: “Pasquale Cristiano Francesco Tramonte due netturbini uccisi dalla mafia sul lavoro. Due colombe innocenti che gridano ancora in volo sete di giustizia”. «Ho assistito mio padre fino all’ultimo giorno prima che morisse – prosegue Francesco –, mi disse “muoio e non riesco a vedere i colpevoli”». Stefania, suo padre lo ricorda con la stessa tenerezza di una bimba di dieci anni: «I ricordi che ho di mio padre sono tanti, nonostante sia stato pochi anni con noi purtroppo. Era un uomo semplice, ci divertivamo con poco. Ci portava in montagna nella natura a fare scampagnate. Era casa e lavoro». E amava il suo lavoro che gli permetteva di mantenere una famiglia.
La sera prima dell’omicidio, ricorda Stefania, «eravamo rientrati tardi, a mezzanotte precisamente, per una festa di cresima, infatti abbiamo fatto l’ultima fotografia tutti insieme. La nostra ultima foto».





foto tramonte

(Stefania Tramonte assieme al padre)

La ferita è ancora «apertissima», mista a tanta rabbia e frustrazione. I tempi sono cambiati, i collaboratori di giustizia stanno raccontando ai magistrati quelli che sono stati gli assetti e le dinamiche di una guerra di mafia lunga decenni. «Hanno parlato di tutto – è il tormento delle famiglie Tramonte e Cristiano – solo questo fatto non è venuto fuori». Eppure, sapere cambierebbe l’approccio al dolore.
«Il mio dolore resterà sempre mio, chiuso dentro di me, incancellabile, ma sarebbe diverso», dice Francesco Cristiano. 
Stefania non partecipò al funerale del padre; quel pomeriggio di maggio, nella chiesa di San Domenico, non vide i carri funebre avanzare su petali di rosa lanciati da fanciulle in lacrime. «Dovevo badare a mia sorella che aveva solo tre anni – racconta –. Quel giorno restai da una vicina. Al funerale sono andate mia madre e mia sorella di 13 anni». Ma una cosa la ricorda, ed è quello che conta: «Amavamo il nostro papà, la sera ci divertivamo a fargli i codini ai capelli, era un giocherellone. Mi dispiace molto che mia sorella piccola non lo ricordi ma grazie al nostro raccontare, ogni giorno, glielo abbiamo tenuto vivo. Un’altra cosa che mi dispiace è che le mie sorelle non abbiano una foto insieme a lui, come me: le hanno rubate, erano nella macchina di mio papà,
dopo un paio di anni l’hanno rubata».
Intanto l’associazione antimafia Libera, ha dedicato a Cristiano e Tramonte il coordinamento provinciale di Catanzaro. Sempre Libera intesta una borsa di studio alla memoria di Francesco Tramonte. A Lamezia c’è una targa sul palazzo di città e una via nascosta nel quartiere di Bella. Emma Leone che ha ideato lo spettacolo teatrale “Fumiere” insieme a Dario Natale portando alla memoria i due netturbini. Lo spettacolo, in occasione del venticinquesimo anniversario della morte, sarà riproposto nel parco Gancia a Sambiase.

IL PROCESSO L’imputato, Agostino Isabella, era stato descritto dal sopravvissuto Eugenio Bonaddio: «Un uomo di media-bassa statura, dai capelli folti e lunghi tirati indietro con barba un po’ brizzolata e la bocca semiaperta atteggiata a sogghigno con dentatura bianca nella quale si distingueva il dente canino destro inferiore più lungo degli altri». Questa descrizione porto gli inquirenti sulle tracce di Isabella. Sulle mani dell’uomo, dalle analisi effettuate il sei giugno, venne riscontrata «la presenza di particelle che rientrano nella classe della polvere da sparo». Inoltre, racconta De Grazia, Isabella «era considerato vicino ad ambienti malavitosi e a persone indagate per altri omicidi di stampo mafioso nei quali erano state usate armi del tutto simili». Questi e altri elementi a disposizione dell’accusa – rappresentata dal pm Luciano D’Agostino – non bastarono, però, alla corte, presieduta dal giudice Nunzio Naso, per giudicare Agostino Isabella colpevole del duplice omicidio di Tramonte e Cristiano e del tentato omicidio di Bonaddio. L’imputato venne assolto per non aver commesso il fatto.



LA GUERRA PER I RIFIUTI «All’efferato fatto di sangue venne immediatamente ed esattamente conferita una matrice mafiosa che lo collocava nella cruenta lotta apertasi tra gruppi mafiosi per assicurarsi l’appalto del servizio di nettezza urbana della città di Lamezia Terme, appalto che sino ad allora era stato conferito con procedura di dubbia legalità e con dispendio sproporzionato di pubblico denaro ad imprese non immunizza sospetti di contiguità al mondo mafioso». Le motivazioni della sentenza che assolve Isabella, puntano, però, contro la gestione dei rifiuti a Lamezia. Una gestione che affondava le mani nelle decisioni dell’amministrazione comunale. Una gestione cui la corte d’Assise diede ampio spazio nelle motivazioni della sua sentenza. La raccolta dei rifiuti era stata esternalizzata già dal 1988, sotto l’amministrazione di centro guidata da Pasquale Materazzo. «Dall’estate ’88 fino a giugno del 1991 (amministrazione di sinistra guidata da Giuseppe Paladino, ndr) – ricostruisce De Grazia – la raccolta e il trasporto dei rifiuti solidi urbani furono monopolio dell’associazione di imprese Cise prima e della società Sepi dopo…». Sepi che, in parte, era la stessa Cise ma con denominazione diversa. Un business che valeva milioni di lire per supportare un servizio che l’amministrazione comunale riteneva di non poter gestire da sola. Ma la corte d’Assise, facendo i conti in tasca alla gestione della nettezza urbana afferma che il comune era in grado di attivare in proprio il servizio e parla di «macroscopici favoritismi attuati mediante evidenti violazioni di legge che non potevano non rendere il settore della nettezza urbana del Comune di Lamezia Terme terreno di conquista di spregiudicati operatori mafiosi. E l’egemonia del gruppo facente capo prima alla Cise e poi alla Sepi non tardò a subire gli assalti di chi con ferocia e con metodi mafiosi perseguiva il chiaro fine di scalzarlo e di prenderne il posto». Secondo la Corte, l’assetto contrattuale relativo al servizio della nettezza urbana si «risolse con una ingiustificata locupletazione (un arricchimento, ndr) della impresa appaltatrice». L’onere finanziario del Comune per i corrispettivi da pagare agli appaltatori fu di 2.581.813.720 lire fino al 24 giugno 1990 e di 253.539.000 per i restanti mesi residui. Eppure il Comune disponeva di 14 mezzi per la raccolta e di 39 netturbini professionali, senza contare che lo stesso Comune fornì completamente all’impresa i mezzi per la raccolta sino al 31 marzo 1990 e in parte nel secondo periodo. 
Insomma, la gestione esternalizzata dei rifiuti appariva anche agli occhi dei giudici della corte d’Assise di Catanzaro, un lucroso affare. Un affare nel quale la ‘ndrangheta aveva deciso di avere un ruolo decisivo. L’omicidio di due innocenti, i cui contorni non sono ancora del tutto svelati, per mandare un messaggio a chi di dovere, ci “regala” ogni 24 maggio una parata, una corona di fiori, comizi e applausi facili. Tante domande e ancora nessuna risposta.
Il resto è storia: a giugno 1991 a Lamezia si torna a votare. A maggio si insedia la nuova amministrazione di centro del sindaco Francesco Anastasio. Il 30 settembre 1991 il decreto del Presidente del Repubblica ne stabilisce lo scioglimento: «Visto che il consiglio comunale di Lamezia Terme (Catanzaro), rinnovato nelle consultazioni elettorali del 13 maggio 1991, presenta collegamenti diretti ed indiretti tra parte dei componenti del consesso e la criminalità organizzata rilevati dalle locali forze dell’ordine e dall’alto commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa […] Il consiglio comunale di Lamezia Terme è sciolto per la durata di diciotto mesi».

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it

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