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«Il senatore della ‘ndrangheta unitaria»

REGGIO CALABRIA Non l’uomo del clan Raso, ma una funzione della ‘ndrangheta tutta. Non un politico asservito o legato a un clan, ma lo strumento forgiato per fare da rappresentante degli interessi …

Pubblicato il: 20/07/2016 – 18:43
«Il senatore della ‘ndrangheta unitaria»

REGGIO CALABRIA Non l’uomo del clan Raso, ma una funzione della ‘ndrangheta tutta. Non un politico asservito o legato a un clan, ma lo strumento forgiato per fare da rappresentante degli interessi della ‘ndrangheta nel mondo della politica e delle istituzioni. È un ritratto a tinte fosche, «preoccupante» lo ha definito il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho, quello del senatore Stefano Antonio Caridi che emerge dall’incrocio delle informazioni contenute nelle inchieste Mammasantissima e Alchemia.
Un ritratto che il Senato avrà l’obbligo di tenere a mente tra una settimana, quando discuterà della richiesta di arresto sollecitata dal pm Giuseppe Lombardo della Dda di Reggio Calabria e autorizzata dal gip Domenico Santoro. Antonio Caridi – dicono i magistrati – non è “semplicemente” un politico colluso, non ha “solo” beneficiato dei voti dei clan. Fin dall’inizio della sua carriera politica è stato forgiato per servire gli interessi della ‘ndrangheta, per questo può presentarsi alla corte di tutti i clan per chiedere voti per sé o per altri, come il senatore Trematerra.
Ecco perché il gip Barbara Bennato, pur riconoscendo all’operazione Alchemia il pregio di portare alla luce i rapporti fra il politico e il clan di Palmi, bolla come «miope e parziale ed evidentemente distonica con la (provvisoriamente) affermata e qui condivisa appartenenza dell’indagato alla stessa organizzazione unitaria ndrangheta in stretto collegamento con la sua componente “segreta e riservata”».
È vero, afferma il gip, l’indagine Alchemia ha svelato «l’esistenza di rapporti di stabile cointeressenza, (efficacemente tradotta, nel gergo degli affiliati, in termini di “amicizia”) tra il Caridi ed esponenti della ‘ndrangheta – in particolare, per ciò che qui è emerso, della cosca Raso-Gullace – Albanese rispetto ai quali si era mostrato disponibile ad elargire qualsiasi tipo di “favore” (a costo di coinvolgere altri politici), nella ben riposta convinzione di ottenere un ritorno di consensi, sul piano elettorale, che ne avrebbe determinato l’ascesa politica a più alte cariche pubbliche». Per conto dei clan di Cittanova, il senatore ha fatto in modo di aggiustare procedimenti presso l’agenzia delle entrate, addomesticato appalti e lavori, ma anche per truccato concorsi e ha trovato raccomandazioni all’Università La Sapienza, ateneo scelto dalla figlia del boss Mommo Raso per diventare odontoiatra. Da assessore, Caridi era l’uomo dei clan che agevolava i rapporti con le banche, da parlamentare quello in grado di individuare il collega giusto a cui chiedere un “favore”. Ma il suo ruolo non si limita a questo.
«Sebbene l’intraneità del Caridi sia originariamente connotata da un Dna “destefaniano” – afferma infatti il gip Bennato – il suo ruolo si è dipanato, nel tempo, all’interno dell’intera organizzazione unitaria di ‘ndrangheta con caratteristiche trasversali e versatili, connesse dal suo ruolo politico, comunque tutte funzionali allo scopo dell’associazione». Per questo, per il giudice «può affermarsi che quella del Caridi sia un’eredità criminale complessa e sedimentatasi a “strati”, entro un lungo arco temporale (coincidente con la sua ascesa politica), il cui lascito si è perpetrato nella medesima realtà associativa, estrinsecandosi nella capacità di interlocuzione ed interazione ” indifferenziata” sul piano, per così dire, oleografico. Tale capacità, quintessenza dell’essere ” politico di ‘ndrangheta”, si traduce nel contempo in un valore aggiunto cui ricorrere per perseguire ed effettuare gli scopi stessi del sodalizio».
Un’eredità che è l’inchiesta Mammasantissima a ricostruire, fin dagli albori dell’esperienza politica del senatore. Fin da allora – hanno detto i collaboratori di giustizia – Caridi ha asservito il suo impegno a tattiche e strategie delineate dall’avvocato Paolo Romeo, uno dei più importanti componenti di quella cupola riservata dell’élite della ‘ndrangheta che decide come si debbano muovere le ‘ndrine tutte.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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