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LA SANTA | Caridi, una parabola politica progettata dai clan

REGGIO CALABRIA La cupola della ‘ndrangheta aveva un progetto nei primi anni duemila: prendersi la città e tutte le prospettive di sviluppo, come primo passo per proiettarsi verso ben altri e più e…

Pubblicato il: 20/07/2016 – 20:22
LA SANTA | Caridi, una parabola politica progettata dai clan

REGGIO CALABRIA La cupola della ‘ndrangheta aveva un progetto nei primi anni duemila: prendersi la città e tutte le prospettive di sviluppo, come primo passo per proiettarsi verso ben altri e più elevati posti di governo. Per questo, dovevano mettere le mani sulle miste, sui lavori pubblici e sul decreto Reggio. Per questo, dovevano creare degli strumenti politici in grado di essere guidati nel proprio percorso alla conquista delle istituzioni. L’attuale senatore di Gal, Antonio Caridi, era uno di questi.

IL DEMIURGO ROMEO A forgiarlo come tale è stato per conto della cupola l’ex deputato del Psdi Paolo Romeo, che di quella componente segreta e sconosciuta ai più, impastata di ‘ndrangheta e massoneria è uno dei principali rappresentanti oggi noti. Considerato storicamente consigliori del clan De Stefano-Tegano, l’avvocato Romeo ha in realtà un ruolo più importante e strategico, ma che fa muovere tutti come da lui stabilito. Ha creato Caridi per uno scopo e su di lui ha convogliato i voti delle ‘ndrine per realizzarlo.

IL PRESCELTO Un rapporto che inizia quanto meno nei primi anni duemila, quando Romeo inizia a disegnare la strategia che nel giro di pochi anni avrebbe dovuto portate uomini fedeli alla cupola ad ogni livello di governo: Comune, Provincia, Regione, Parlamento, Europa. L’attuale senatore è uno dei pretoriani scelti per controllare Giuseppe Scopelliti, incoronato sindaco perché ritenuto malleabile e incline ad accettare le linee guida che dalla cupola arrivano in un periodo in cui a Reggio si giocano partite (economiche) importanti per i clan, come il decreto Reggio e la creazione delle miste. Caridi ha un compito, lo sa e sa che non deve assumere iniziative personali. Se sarà bravo – gli lascia intendere Romeo – farà carriera. E sarà l’avvocato a dirgli come fare.

PROFEZIA «Hai l’esigenza attraverso questa collocazione nella istituzione – spiegava a Caridi ben prima dell’appuntamento con le urne e alludendo all’assessorato che gli sarebbe stato assegnato «(di trasformarti) da soggetto che ha un grande consenso, di trasformarti in un soggetto che ha… incomprensibile … e capacità di governo, tu hai questa esigenza di prenderti quest’altra patente perché tu oggi hai la patente di uno che sa raccogliere voti alla grande… ma non basta… no, non è solo l’elettorato da tenere perché gli devi dare qualche cosa… che… che si crei l’identikit, l’immagine di uno che matura anche nella… dimostrando di avere le capacità di governo». Una profezia che sarà perfettamente realizzata negli anni successivi. Anche grazie all’appoggio dei clan, che ad ogni appuntamento elettorale non faranno mancare il proprio sostegno.

LE PAROLE DEI PENTITI Lo raccontano in dettaglio i pentiti Roberto Moio e Antonio Fiume, che sottolineano tanto il legame storico con il clan De Stefano Tegano, come l’abituale frequentazione che gli esponenti facevano dello studio medico del polito. Caridi – dicono all’unisono – distribuiva lavori e assunzioni in cambio di voti – come conferma anche Villani – e non si tirava indietro quando c’era da fare qualche favore, come concedere puntualmente le autorizzazioni ai chioschi dei Lo Giudice. Su di lui, i De Stefano Tegano, avevano steso la propria ala protettrice, avvisa il pentito Marco Marino, “interrogato” dai Serraino per conto degli arcoti, quando qualcuno spara contro il portone del politico.

DNA DE STEFANIANO Ma è soprattutto il neo collaboratore Salvatore Aiello a spiegare i rapporti fra Caridi e i De Stefano, quali più prossimi e diretti rappresentanti della cupola della ‘ndrangheta. Direttore operativo della Leonia, prima di iniziare il suo percorso di collaborazione, Aiello si occupava della gestione del personale e dei rapporti con gli enti ed i privati che trattavano con la società. Una funzione strategica, che lo ha messo in contatto con le forze vive che gestivano davvero la mista creata a Reggio Calabria per gestire i rifiuti: la ‘ndrangheta e i suoi diretti rappresentanti politici. Di questi, Caridi era – in assoluto – il principale.

AFFAIRE FATA MORGANA A presiedere la società era Demetrio Logoteta, il quale – racconta Aiello – pur se avrebbe dovuto rappresentare «gli interessi di 18 Comuni, nella realtà rappresentava prima gli interessi suoi e poi quelli dei diciotto Comuni …». Logoteta – dice Aiello – «sapeva tutto e se ne fotteva … a lui basta che quando c’erano le elezioni gli uscivano 500 voti era a posto». Non era all’oscuro neanche dell’influenza dei clan, tanto meno dei pagamenti regolari che i de Stefano pretendevano. «Sapeva che pagavamo, ma non sapeva quanto, come, perché neanche gli interessava. Però certo che sapeva». Sapevano e non avevano nulla da ridire «anche gli amministratori della parte privata».

MEDIATORI Ma i De Stefano erano presenti eccome. E non solo per riscuotere. Intervenivano spesso su Fata Morgana, soprattutto «nel culmine dei problemi … dei problemi, delle difficoltà con CARIDI …» in particolare quando «lui andava in fervore per i periodi pre-elettorali e voleva le assunzioni. Ma assunzioni, parliamo di decine di assunzioni, non è che ne voleva una». Un meccanismo perverso e antico della politica peggiore, che Caridi ha scaricato sulla società. Per risolvere la questione, almeno in un’occasione Aiello è stato convocato dai de Stefano alla presenza di Caridi.

L’INCONTRO L’ordine è arrivato «tramite lo zio di Caponera (Giuseppe Caponera) o tramite … comunque qualcuno mi ha detto di andare alla … al ristorante, il primo ristorante di Gallina, il Royal Garden si chiama». All’appuntamento, Aiello si presenta con Andrea Maviglia, « fuori c’era Caridi in un angolino, in un chioschetto, c’era Caridi, il Caponera, ed Andrea Giungo (..) era da un po’ che stavano già parlando. E poi sono arrivato io, insomma il discorso verteva sempre sulla … sui.. Caridi davanti a loro non ha mai parlato di soldi, il problema con Caridi quando c’erano loro erano gli operai … Si, le assunzioni, si. Che Caridi le dico la verità … quando io dicevo … negavo le richieste di assunzioni … di coso, praticamente quello era il mio Tribunale». In quell’occasione, Aiello è stato messo sotto processo, ma quella sarà l’ultima volta.

COSA LORO In compenso tanto Caridi, come i De Stefano si manifestavano spesso. Ma il politico era stato autorizzato da loro. E questo perché – secondo quanto riferito al pentito da Paolo Rosario Caponera in persona – «Caridi era cosa loro … concetto che per la verità mi ribadì anche a proposito della persona dell’allora Sindaco Scopelliti». Un «bambolotto» per gli arcoti, ma «hanno detto proprio “che era una cosa loro”». Tutte informazioni che Aiello ha ricevuto direttamente dall’allora reggente degli arcoti, che per rassicurarlo – racconta il pentito – diceva ««… “lasciali fottere che sono cose che stabiliamo noi che cazzo si deve fare” … dice “stabiliamo noi che si deve fare … la politica non c’entra nulla … tu fatti i cazzi tuoi”». Medesime informazioni arrivavano da Andrea Giungo. Loro erano i politici e loro la società, tanto da poter rassicurare Aiello «”quando vengono a dirti, digli che è roba dei De Stefano, se la vede De Stefano”.

BENEDIZIONE ELETTORALE Un’aura protettiva che coinvolgeva anche Caridi e tracimava in ambito elettorale. Lo dicono i massimi vertici dei clan della jonica, che sorpresi a parlare delle imminenti consultazioni, raccontano delle “imbasciate” attese da Reggio per inondare l’attuale senatore di preferenze. Lo dice Giuseppe Pansera, genero del boss Tiradritto, che intercettato nel procedimento Armonia sostiene «io non ho incontrato a nessuno poi alla fine manderanno un messaggio (imbasciata) e tu lo sai dove … e chiudiamo la partita». Una certezza proveniente da summit fatti in passato e da alcune “dichiarazioni di voto”. «Ora si è comin
ciato a movimentare (fonetico “mi si populia”) ma Vincenzo mi ha giurato io voto a Caridi … e mi faceva … e mi faceva il discorso dei De Stefano … io sono sicuro che voto assieme a te questa volta». A lui, lo conferma di rimando Pasquale Brancati «Toto Caridi … se lo prendono perché ci sono i Tegano che se lo portano a lui … eh, eh … capisci?». Una contraddizione? Assolutamente no, spiega la Dda. E non solo perché da anni ormai i De Stefano- Tegano sono una cosa sola. Ma perché su Caridi era arrivata l’indicazione di voto della direzione strategica della ‘ndrangheta. Un ordine identico per tutti.

GLI AFRICOTI DI REGGIO Alle regionali del 2005 invece, che «gli africoti» votino per Caridi emerge invece da una conversazione fra il futuro assessore comunale Pasquale Morisani e Giuseppe Romeo, un suo sostenitore – lo definisce l’assessore, interrogato come teste in pubblica udienza – coinvolto in diversi procedimenti di ‘ndrangheta. È Romeo ad affermare che «i cosi, come si chiamano, gli africoti votano a Totò». E gli investigatori non hanno difficoltà ad identificare Caridi. A Condera, feudo di Morisani, «gli africoti» hanno un proprio insediamento stabile. Lì ci sono i Maviglia e lì è stato arrestato Antonio Gambazza. Votano a Reggio, ma gli ordini arrivano dal paese. E nel 2005 dovevano sostenere l’elezione di Caridi.

ORA LUI, ALLE PROVINCIALI NOI Un possibile successo di Caridi – predica Romeo – sarà un bene perché «se Totò Caridi sale, non hanno motivo di farci la guerra a noi perché se la fanno per loro stessi Pasquale però se vieni a fare questa pubblicità e poi viene e ci rompe le palle per le Provinciali che facciamo noi? Tu sei. Pasquale, quegli altri lo hanno il pane». Un riconoscimento implicito delle più importanti forze che si addensavano dietro il candidato scelto dalla direzione strategica della ‘ndrangheta. Quell’anno però andrà male per Caridi, non eletto nonostante gli 8.411 voti raccolti. Rimarrà assessore comunale fino al 2007, quando sarà chiamato in consiglio regionale da assessore.

TOTO’ IL GENEROSO Nel 2009 invece Caridi si spende per l’elezione del collega di partito – all’epoca era l’Udc – Trematerra, poi inciampato nell’inchiesta su ‘ndrangheta e politica della Dda di Catanzaro. E anche in quell’occasione, si muovono «gli africoti» di Condera. Lo rivela Pietro Bonaventura Zavettieri – uomo dell’omonimo clan di Roghudi, satellite dei Morabito Tiradritto – allo stesso Giuseppe Romeo, anni prima pescato a parlare con Morisani. Ma le informazioni che è in grado di fornire sono molto più dettagliate. Zavettieri racconta che Francesco Maviglia, detto Ciccione, uomo del clan Pelle Gambazza di San Luca, nei mesi precedenti alle elezioni si era presentato ad Africo per sollecitare i clan ad appoggiare Trematerra, candidato sostenuto da Caridi.

APPOGGI TRASVERSALI «Per questo è venuto Ciccione – insiste Zavettieri – per Trematerra … però loro portano a Trematerra allora … però gli fanno una cortesia a Caridi praticamente». Una decisione – riferisce Zavettieri – presa nel corso di un vero e proprio summit fra i clan di Africo. «Pasquale, Leo … Hanno fatto proprio una riunione … Tipo che hanno fatto una mangiata … Avete capito? Per … per raccogliergli tutti quanti sti voti». Un impegno strumentale – ovviamente – perché «se uno, non segue le cose giuste? Eh … non ci vuole niente che si rovina … se uno segue le persone giuste … le cose giuste, qualche cosa vede!».

LA PUNIZIONE Una vicenda per molti aspetti speculare alle elezioni europee del 2004, quando Francesco Chirico, zio del capocrimine Giuseppe De Stefano e vicinissimo alla cupola, su indicazione di Alberto Sarra, dirotta l’elettorato mafioso della cosca De Stefano a favore del candidato Umberto Pirilli. Storicamente – e lo afferma più di un pentito – Chirico ha sempre sponsorizzato Caridi, e intercettato lo conferma lui stesso, sottolineando che «lo avevo aiutato per davvero, trattandolo come un figl …, fratello minore, un figlio, perché un figlio poteva essere». Poi però i rapporti fra i due si sono rotti. Lo racconta il cugino Angelo Chirico, che si lascia scappare più di un dettaglio sul pacchetto di voti gestiti dal parente. «Il giro – dice – lui c’ha …, lui inizialmente appoggiava delle persone che poi l’hanno giocato … Caridi, questi Assessori di Reggio … appoggiati politicamente cose … che poi non hanno mantenuto … e lo stesso Sindaco Scopelliti e poi non hanno mantenuto quello che gli hanno promesso».

NIENTE INIZIATIVE PERSONALI In realtà, spiegherà intercettato lo stesso Francesco Chirico, in quel periodo Caridi ha fatto due errori. Quando era l’«assessore nostro di turno» – dice lo zio del capocrimine – ha tardato a promuovere Chrico funzionario, per questo «gli ho fatto parlare dal referente mio» Sarra. Secondo, il politico si è permesso iniziative personali all’epoca delle europee. L’attuale senatore spingeva perché si votasse l’attuale vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, ma le indicazioni della cupola erano altre. E Chirco glielo manda a dire «… me ne sto fottendo, io sono libero, ho votato Pirilli, pe…, votando Sarra, non è che ho votato Pirilli, se no, non votavo io». In quell’occasione – e lo dimostrano le conversazioni successivamente intercettate – Caridi ha imparato la lezione e in breve si è riallineato. Anche per questo, negli anni successivi, l’appoggio del clan non gli è mai mancato.

LE REGIONALI DEL 2010 Nel 2010, Caridi tenta – con successo – le regionali. E ad appoggiarlo – si scopre incrociando le risultanze delle indagini Mammasantissima e Alchemia – saranno tutti i clan. Se Alchemia svelerà l’attivismo dei Raso – Gullace per l’attuale senatore, è Mammasantissima che riporta alla luce quel “programma elettorale” declamato dal boss Peppe Pelle e finito agli atti dell’indagine Reale.

IL MANIFESTO DEL BOSS PELLE Ascoltato dalla fortunata – ma di breve vita – microspia piazzata nella sua abitazione, Pelle afferma: «Ora lo sapete che dico io compare Mico … guardate là, noi ci dobbiamo mettere tutti là in mezzo, la politica nostra è sbagliata, che facciamo a Reggio, diciamo qua nella Provincia di Reggio, perché è causa pure il parere mio». Il problema – spiega il boss – è che «quando nella provincia di Reggio, da Reggio fino a Guardavalle e fino a Gioia Tauro si presentano cinquecento persone, venti persone, trenta persone che fanno tutti le Regionali compà … ognuno ha le amicizie sue, ognuno ha l’amico suo, chi prende duecento, chi prende cinquecento in un posto … chi prende mille, tutti questi voti si disperdono e non va nessuno». Ma la soluzione, dice Pelle, c’è: «Invece se noi eravamo una cosa più compatta compà, noi dovevamo fare una cosa, quanti possono andare? Da qua … incompr. … diciamo qua dalla jonica, quando raccogliete tutti i voti che avete, vanno tre persone per volta, altre tre vanno alla piana e sono sei, e vanno già sei per il Consiglio Regionale, la prossima volta quei sei che dovevano andare … che escono dalle regionali, se si portavano bene andavano a Roma». Un programma eversivo dell’ordine democratico, ma perfetto per la ‘ndrangheta. E per il 2010 il candidato della ‘ndrangheta unitaria era Antonio Caridi.

LE INVOLONTARIE RIVELAZIONI DI GIORGI Se lo fa scappare l’ex sindaco di San Luca, Sebastiano Giorgi – poi condannato per associazione mafiosa- che parlando delle per le regionali con Domenico Alvaro, riporta una conversazione avuta con Sebastiano Pelle. «Sebastiano – racconta di aver detto – io so che tu hai tanti amici … hai … tu se fai l’imprenditore … io non mi sono candidato … che devo prendere voti … tu, guarda qua, so che sei amico di Pierino Nucera … so che sei amico qua, so che sei amico là … mi segui? Totò Caridi mi ha fatto il nome tuo … omissis … “vota a lui”». In un’altra occasi
one, sempre con Alvaro, Giorgi torna a riportare le chiacchierate con il cugino Sebastiano e dice «l’altra sera ho incontrato (mi ‘mbattiu) Totò Caridi, mi ha detto “sai, fammi una cortesia” … è capitato Bastiano è venuto a trovarmi là … ed hanno preso impegni». Tanto dal cugino come dal diretto interessato Caridi, l’ex sindaco di San Luca viene a sapere dell’impegno del clan per Caridi. E si preoccupa, perché sa che anche altri aspettano le preferenze dei sanlucoti.

GLI IMPEGNI DEL CLAN «”Bastia vuoi che ti dico una cosa? – prosegue, riportando la conversazione – Tu hai preso impegni l’altra sera con Totò Caridi a Reggio?” Dice, “si.” “Hai preso impegni con Pierino Nucera?” Dice, “si.” “Hai preso impegni con il fratello della preside?” Dice, “si”. “E vedi di mantenerli …” mi segui? Ah? Allora loro per non fare a vedere che sono loro … che ora si sono imparati pure furbi, hanno preso a Peppe Trimboli e gli hanno detto di votare li, tu lo sai».

LA STRATEGIA ELETTORALE DEI PELLE Ma i Pelle sanno perfettamente quello che stanno facendo, hanno il polso preciso della situazione. Lo mette giù chiaro il boss anche con l’ex vicesindaco di Melito, Francesco Iaria, presentatosi per mendicare voti «… allora, abbiamo i voti, i voti nostri, qua, dei miei zii che è una cosa qua a Bovalino, qualche altro amico. Qui noi, ora devo dirvi le cose sono, ci siete voi, c’è Pierino (Nucera) e c’è Toto Caridi, che abbiamo, siete tre candidati; un po’ per uno, chi di più, chi di meno li prendete tutti da parte nostra, sia qua a Bovalino e sia ad altre parti» .

LA VISITA DI CARIDI A CASA DEL BOSS Ma in quel periodo, anche Caridi si reca a casa Pelle. Allo stato, non c’è traccia della conversazioni che fra quelle mura devono essere state registrate, tanto meno si sa se ci sia tornato nuovamente. Di certo, le telecamere installate dai Ros lo immortalano entrare a casa del boss il 27 febbraio del 2010, meno di un mese prima delle elezioni, insieme a Domenico Salvatore Savica. Nello stesso momento, un’altra auto riportava a casa il boss Pelle, insieme a Roberto D’Agui. Tutti insieme entrano nell’abitazione, ma cosa si siano detti fra quelle mura coperte di cimici non è dato sapere. Di certo, quando le urne proiettano Caridi in Regione, a casa Pelle si brinda.

MIO NIPOTE Il neoconsigliere regionale, d’altra parte, è un «nipote» per i Pelle. Così lo definisce Sebastiano Pelle, fratello del boss Peppe, mentre parla con “compare” Aldo Marvelli. Poco dopo si indigna leggendo un giornale che – lo registrano dire le microspie – «Il candidato di mio fratello qua, ha preso mille voti». Una bugia per Sebastiano, che tronfio sostiene «ha preso undicimila voti! Vedete qua compare … incompr. … ha lavorato, come vedete a Bruno in questi giorni, si dice “vedete che abbiamo fatto un bel lavoro a cò … a Totò, ad Antonio”».

GLI STORICI RAPPORTI DI PORCINO CON IL CLAN Bruno è – ipotizzano gli investigatori – Bruno Porcino, zio di Caridi più volte pizzicato a mandare sms o chiamare uomini vicini ai Gambazza. E che Porcino fosse uomo conosciuto per i clan della Jonica lo aveva detto dieci anni prima il genero del Tiradritto, Giuseppe Pansera. «Bruno Porcino – diceva intercettato – te lo ricordi un nipote suo Bruno Porcino quando noi eravamo all’università Bruno Porcino era pronto a laurearsi ed io all’epoca ero dopo … Caridi è più piccolo di te e di me … omissis … non mi permetto di dire chi cazzo è Caridi perchè so Caridi ha seguito tale … ha un seguito tale che … so fu primo eletto nel Comune di Reggio dobbiamo dare atto che è stato il primo eletto di tutti i consiglieri del comune di Reggio e queste non sono chiacchiere».

LA CHIAVE DELLA CASSAFORTE Ma chiacchiere non si aspettano neanche i Pelle dal loro candidato. Sanno che ha in mano un assessorato importante e sanno anche perché. Lo chiarisce al boss Antonio Talarico, che poco dopo le elezioni, dice a «Questo qua dovete avvicinare … Questo lo dovete avvicinare perché questo è un … un assessorato importante per le banche e per tutto. È l’assessore in questo minuto, obiettivo uno, la Calabria, qua i fondi arrivano e questo è un governo che li divide. Lascia stare che poi … Roma è un discorso lontano. Perché qua tu parli di attività produttive». In sintesi, Caridi ha in mano la chiave della cassaforte. Per questo – aggiunge Talarico -«Questo qua è importante per voi, Caridi è dei vostri!»

INCASSO Non passa neppure qualche giorno e il clan pensa a come passare all’incasso. Ci sono finanziamenti da prendere, terreni da valorizzare e la chiave è sempre una. «dobbiamo parlare pure con Totò per il contributo … con Totò Caridi … per il fatto della montagna … gli portiamo le carte … omissis … No, qualcosa dobbiamo farla, un poco si deve seguire, prima di farla ci appoggiamo con un consulente, perché noi dobbiamo parlare con Totò». L’assessore regionale Titò Caridi era un punto di riferimento e sono bastati pochi mesi di intercettazione per provarlo. Poi la cimice è stata inspiegabilmente staccata e su casa Pelle è sceso il silenzio. Ma Caridi ha continuato a fare carriera, è arrivato in Parlamento. Proprio come aveva predetto il boss Pelle nel suo manifesto «quelli bravi li mandiamo a Roma».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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