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SIX TOWNS | Indagato ex ispettore di polizia

CROTONE Anche un ispettore della polizia di Stato, da poco in pensione, è stato coinvolto nell’operazione Six Towns, che ha portato martedì a emettere provvedimenti cautelari nei confronti di 36 pe…

Pubblicato il: 18/10/2016 – 11:20
SIX TOWNS | Indagato ex ispettore di polizia

CROTONE Anche un ispettore della polizia di Stato, da poco in pensione, è stato coinvolto nell’operazione Six Towns, che ha portato martedì a emettere provvedimenti cautelari nei confronti di 36 persone ritenute colluse con i clan del crotonese. Si tratta dell’ispettore Rosario Aiello, in servizio all questura di Crotone, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Nei suoi confronti il gip, visto lo stato di pensionamento, non ha ritenuto di doversi procedere con la carcerazione. Aiello, imparentato con il capo cosca Saverio Bitonti, risulta «fortemente colluso con la criminalità organizzata». Secondo i magistrati Aiello, nelle vesti di sostituto Commissario della Polizia di Stato in servizio presso la Questura di Crotone, “pur non essendo inserito stabilmente nella struttura organizzativa del sodalizio” non esitava a venire incontro allo stesso sodalizio “fornendo un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo ai componenti dell’associazione”. “In particolare – scrive il gip – anche strumentalizzando la propria funzione, comunicava ai sodali “notizie coperte dal segreto d’ufficio” apprese in ragione delle sue funzioni trattandosi di sostituto Commissario della Polizia di Stato in servizio presso la Questura di Crotone, garantendo ad esempio, in un’occasione, lo stato di irreperibilità di Francesco Oliverio”. Aiello avrebbe confidato a Oliverio delle ricerche a suo carico da parte della Polizia giudiziaria. In seguito Aiello avrebbe informato Saverio Bitonti, suo figlio Luigi e Ignazio Bozzaotra di stare in guardia perché in arrivo imminenti operazioni di polizia a loro carico nate anche dalla collaborazione con la giustizia di Francesco Oliverio, il quale avrebbe condotto la polizia giudiziaria nei luoghi in cui “i sodali della ‘ndrina di Castelsilano occultavano sostanze stupefacenti ed armi”.

GRATTERI: «INDAGINE IMPORTANTE» «È stata un’indagine importante caratterizzata dalla raccolta di prove, non di gravi indizi di colpevolezza. Il gip Battaglia non ha dovuto fare un grande sforzo per accogliere le richieste del procuratore aggiunto Vincenzo Luberto e del sostituto Domenico Guarascio». Queste le considerazioni del procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri nel corso della conferenza stampa sull’operazione “Six Towns” che ha colpito le cosche operanti sul territorio tra San Giovanni in Fiore e il territorio crotonese, investendo paesi come Belvedere Spinello, Rocca di Neto, Cerenzia, Caccuri. L’indagine, che secondo il procuratore Gratteri «è costata sacrificio e impegno», ha investito un territorio considerato zona di confine, quindi poco presidiata. Qui le ‘ndrine, ha sottolineato il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto, «sono attive radicate e presenti». Per questa ragione è necessario rinforzare i presidi delle forze dell’ordine. Per quanto riguarda il potenziamento nella compagine dei carabinieri, si stanno ottenendo dei risultati. «Avremo risposte importanti anche da parte della Polizia di Stato», ha aggiunto Nicola Gratteri elogiando il lavoro condotto nel corso delle indagini per Six Towns.

IL RAMO ESTORSIONI «Le indagini hanno rivelato la straordinaria capacità della criminalità di infiltrarsi in tutta una serie di attività economiche, dall’imporre le forniture alimentari ai ristoranti della Sila cosentina, a San Giovanni in Fiore in particolare, fino ad avere il monopolio dell’attività di vigilanza nei locali notturni, gli stessi locali in cui i nostri figli vanno a ballare», ha detto il capo della squadra mobile di Catanzaro Nino De Santis. Le cosche imponevano attività di vigilanza ai locali notturni e allo stesso tempo controllavano lo spaccio degli stupefacenti. Un cerchio perfetto al quale si aggiungevano le vessazioni anche alle attività più minute. Nel corso dell’attività di contrasto allo strapotere delle cosche sono state disposte misure cautelari reali, come il sequestro di un ingente patrimonio appartenente alle ‘ndrine. Tra i beni sequestrati ci sono anche 650 metri quadri di terreno agricolo, sul quale, però, sono stati costruiti dei fabbricati. «Come è stato possibile costruire così impunemente?», si è chiesto De Santis. Ma le indagini hanno tanto da approfondire ancora. Per esempio l’esistenza di società il cui scopo è ancora oggetto di indagine. Si ipotizza che non fossero altro che partite Iva utili per accreditarsi e accedere a finanziamenti. Quello che è emerso, ha sottolineato De Santis, è che «non è stata percepita reazione da parte degli imprenditori sottoposti alle estorsioni».

LA SCIA DI SANGUE «Sono gravissime le accuse nei confronti degli indagati in questa operazione. Un dato che sottolinea la caratura della cosca e dei suoi personaggi», ha affermato il comandante provinciale dei carabinieri di Crotone Salvatore Gagliano. Faide violente nascevano nel presidio di confine tra il territorio crotonese e quello della Sila cosentina. Tre omicidi e un duplice omicidio sono emersi dalle indagini. Uno è l’omicidio di Francesco Iona, nipote del boss Guerino Iona, colui che aveva cercato di imporre il principio per cui «ciascuno è patruni alla casa sua», ha detto il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto. «Questo ha portato ad ordire ed eseguire una guerra sanguinosissima tant’è che il primo degli omicidi che il pm Guarascio ha avuto la capacità di ricostruire è quello di Francesco Iona, ucciso con modalità cruentissime, proprio perché era colui il quale dovesse essere colluso con il clan rivale tradendo il legame familiare con lo zio e tradendo quindi le aspettative autonomistiche». Dopo c’è il dominio della famiglia Farao-Marincola, tant’è che il secondo omicidio che viene ricostruito è un duplice assassinio, quello di Mesiano e di Benincasa, uccisi in una sala giochi di Rocca di Neto. Questi erano in contrasto con i cirotani perché si temeva potessero organizzarsi per rispondere all’omicidio di Cenzo Pirillo. «Il 5 agosto del 2007 Pirillo viene ucciso con modalità stragiste a Cirò in un ristorante in cui sono tutti seduti quando arriva un killer e spara all’impazzata ferendo a più non posso e trucidando Cenzo Pirillo», racconta Luberto. Le modalità clamorose con cui vengono seguiti gli omicidi non sono casuali. Sono iniezioni di terrore nelle vene di una comunità. Ultimo omicidio è quello di un ragazzo di San Giovanni in Fiore che si chiamava Silletta: viene ucciso e il suo corpo viene bruciato. L’accusa è quella di essersi legato a una compagine scissionista del clan.

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it

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