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L’eterna crisi delle cliniche private

CATANZARO Le strutture socio-sanitarie e sanitarie private che si ritrovano sotto le sigle Uneba, Anaste, Aiop, Aris, Agidae e Crea Calabria hanno tenuto una conferenza stampa, nella mattinata di m…

Pubblicato il: 23/11/2016 – 11:55
L’eterna crisi delle cliniche private

CATANZARO Le strutture socio-sanitarie e sanitarie private che si ritrovano sotto le sigle Uneba, Anaste, Aiop, Aris, Agidae e Crea Calabria hanno tenuto una conferenza stampa, nella mattinata di martedì, per denunciare come la crisi del comparto sanitario in Calabria continui a riflettersi sulle strutture private deputate all’assistenza agli anziani o alla riabilitazione.
Un lungo incontro con i giornalisti che si è tenuto presso la sede catanzarese di Confesercenti, nel quale sono stati snocciolati numeri e dati, ma soprattutto si è messa sul tavolo l’esigenza di avere un confronto diretto con il governatore Oliverio e quindi con la politica tutta.
È infatti una partita politica quella che si gioca sul tavolo della sanità privata e dei rapporti con il commissario ad acta per il Piano di rientro sanitario Massimo Scura, che assieme al suo vice Urbani, è colui che materialmente mette mano alla distribuzione del budget per l’acquisto delle prestazioni offerte dalle case di cura private.
Che la coperta sia corta, però, lo dicono i rappresentanti delle associazioni Ferdinando Scorza (Uneba), Francesco Caroselli (Aiop, Michele Garo (Anaste), Pietro Siclari (Aris), Luciano Squillaci (Aris), Massimo Poggi (Agidae) e Giuseppe Peri (Crea), i quali sottolineano che con i budget assegnati difficilmente si riesce ad erogare prestazioni per fino a fine anno, spesso i fondi terminano già a giugno o nella migliore delle ipotesi a ottobre.
I dati quindi parlano di un comparto che deve far fronte ai costi vivi (personale, utente, cibo per gli ospiti) con le proprie forze, salvo poi andare in contenzioso con la Regione per ottenere i fondi mancanti.
Un sistema perverso che non solo costringe gli imprenditori a salti mortali per non affamare le famiglie dei dipendenti o per non abbandonare gli utenti, ma poi comporta un aggravio per le casse regionali allorquando il giudice si troverà a dar ragione alle aziende.
Inoltre, i margini operativi sembrano in effetti risicati: per ogni prestazione o posto letto “acquistato” dalla Regione, al costo netto viene aggiunta una quota tra il 5 e l’8% che dovrebbe rappresentare la remunerazione dell’azienda. In giorni all’anno, quindi, si tratterebbe di un range variabile tra 19 e 30 di “guadagno” all’anno. Ma i fondi regionali, dicono, terminano “prima” che si possa parlare di guadagno, quindi non solo l’azienda non ha un ritorno sull’investimento, quanto deve anche mettere altri soldi per pagare le voci di cui sopra quando i soldi della Regione non ci sono più.
Il comparto, in Calabria, sostiene un fabbisogno di circa 5.000 posti letto di vario genere, con il totale di operatori coinvolti che è pari più o meno alla stessa cifra.
Le regole, teoricamente, sarebbero state fissate: il decreto commissariale 26/2106, impone infatti alle Asp di monitorare la situazione ed «evidenziare eventuali criticità nella determinazione dei budget annuali», scrivono le associazioni in un documento offerto alla stampa, «e il dirigente generale del dipartimento Tutela della Salute (Fatarella, ndr) ha richiamato le Asp al rispetto del documento, inventandole a segnalare eventuali discrasie rispetto ai fabbisogno della popolazione. Ad oggi, però, non sappiamo se le Asp abbiano proceduto a segnalare eventuali situazioni di criticità. Se non lo hanno fatto, dovranno assumersene le responsabilità».
E continuano: «Gli erogatori non hanno alcun obbligo di garantire la continuità assistenziale al di fuori del budget riconosciuto. Le Asp invece devono garantire la continuità assistenziale, pertanto dovrebbero trasferire i pazienti presso i propri ospedali».

Alessandro Tarantino
a.tarantino@corrierecal.it

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