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Anche la Procura di Reggio indaga sul caso Moro

REGGIO CALABRIA Negli anni della strategia della tensione, la ‘ndrangheta ha lavorato come esercito di riserva, collaborando alla realizzazione di omicidi di Stato e stragi. In quel brodo di coltur…

Pubblicato il: 16/12/2016 – 10:35
Anche la Procura di Reggio indaga sul caso Moro

REGGIO CALABRIA Negli anni della strategia della tensione, la ‘ndrangheta ha lavorato come esercito di riserva, collaborando alla realizzazione di omicidi di Stato e stragi. In quel brodo di coltura si è formata la cupola delle mafie che da quarant’anni stabilisce e coordina le macrostrategie criminali di tutte le mafie che operano dentro e fuori il Paese. È questa l’ipotesi investigativa su cui da tempo lavora la procura di Reggio Calabria e oggi sembra ispirare anche le indagini sulla partecipazione delle ‘ndrine al rapimento e all’omicidio di Aldo Moro. Un fascicolo su cui da tempo lavorano la procura generale di Roma, la procura di Roma e – emerge dai verbali della commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e la morte di Moro – anche quella di Reggio Calabria, che da tempo mette insieme le tracce che legano le ‘ndrine a quella pagina ancora oscura della storia italiana.

LA VERITÀ DI MORABITO Del resto, l’ombra della ‘ndrangheta calabrese, è emersa più volte fra le pieghe dell’indagine sul delitto Moro. Uno dei primi a parlarne era stato il pentito Saverio Morabito, capostipite della magra dinastia dei collaboratori di ‘ndrangheta in Lombardia, che senza esitazione aveva collocato anche Antonio Nirta “Due Nasi” fra i componenti del commando che il 16 marzo ha bloccato l’auto di Moro per sequestrare il politico. Un’informazione mai seriamente valorizzata né approfondita – come ammesso in commissione dallo stesso Antonio Marini, oggi procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma, ma in passato più volte titolare dell’accusa nei processi riguardanti il cosiddetto caso Moro – su cui oggi sembrano arrivare riscontri.

PUÒ ESSERE “DUE NASI” «Possiamo affermare con ragionevole certezza – ha detto lo scorso 13 luglio il presidente della commissione Giuseppe Fioroni – che il 16 marzo del 1978 in via Fani c’era anche l’esponente della ‘ndrangheta Antonio Nirta. Il comandante del Ris, Luigi Ripani ha inviato l’esito degli accertamenti svolti su una foto di quel giorno, ritrovata nell’archivio del quotidiano romano Il Messaggero, nella quale compariva, sul muretto di via Fani, una persona molto somigliante al boss Nirta. Comparando quella foto con una del boss, gli esperti sostengono che la statura, la comparazione dei piani dei volti e le caratteristiche singole del volto mostrano una analogia sufficiente per far dire, in termini tecnici, che c’è l’assenza di elementi di netta dissomiglianza».

LE RIVELAZIONI DELLE PERIZIE E che ruolo avrebbe avuto “Due nasi” in via Fani? Allo stato non si sa. Nel corso della sua ultima audizione al processo Breakfast, il pentito Nino Fiume si è fatto scappare che era «un’altra di quelle persone implicata in cose stranissime delle vicende d’Italia», ma non è andato oltre. Di certo, c’è una pistola che ha sparato e di cui il brigatista pentito Valerio Morucci non sapeva nulla, tanto da non menzionarla nel suo memoriale.

IL COMMANDO OMBRA Per Morucci, a sparare sarebbero stati quattro mitra e due pistole semiautomatiche, usati da sei brigatisti che hanno agito tutti dallo stesso lato della strada. Secondo le perizie balistiche invece, ci sarebbe stata quinta pistola calibro 9, che avrebbe sparato dal lato opposto rispetto all’azione dei brigatisti. In più, ha affermato la medesima consulenza, nel corso dell’agguato sarebbe stato colpito anche il parabrezza del motorino di Alessandro Marini, occasionale testimone oculare, contro cui i brigatisti tutti hanno sempre negato di aver sparato. Lui, invece, ha sempre ribadito di essere stato colpito da due terroristi a bordo di una moto. C’erano dunque altri uomini a via Fani il giorno dell’agguato? Uno di loro era Nirta “Due Nasi”?

NIRTA UOMO DEI SERVIZI? Un’ipotesi che potrebbe risultare credibile anche alla luce di quanto il pentito Morabito si è detto in grado di rivelare. «Di Antonio Nirta avrò modo di parlare – ha messo a verbale così come del suo doppio ruolo, dato che ritengo sia persona che abbia ruotato in ambiti contrapposti e cioè che abbia avuto anche contatti con la Polizia o con i servizi segreti». Un approfondimento mai reso noto o approfondito, ma che trova riscontro in quello che mette nero su bianco l’ex parlamentare Pci Sergio Flamigni – uno di quelli che più si è impegnato sul caso Moro – nel rispondere ai quesiti inviatigli da Paolo Bolognesi, parlamentare Pd ed esponente dell’attuale commissione Moro.

L’OMBRA LUNGA DELLE BARBE FINTE «Una stampatrice appartenente a un ufficio del controspionaggio militare (il Rus, Raggruppamento unità speciali) era approdata nella tipografia romana delle Br e con quella macchina erano stati stampati i comunicati brigatisti relativi al sequestro Moro». Un dettaglio estremamente importante perché il Rus era l’ufficio che gestiva Gladio, con cui – hanno dimostrato diverse indagini – le ‘ndrine erano in rapporti più che cordiali.

L’UFFICIO DI GLADIO «Il Rus – spiega Flamigni – era l’ufficio segreto dove si osservavano le regole della compartimentazione nel modo più rigoroso e che provvedeva alle chiamate per l’addestramento dei gladiatori: lo ha rivelato il generale Serravalle, già capo di Gladio, alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi. E’ dunque uscita da quell’ufficio adibito ai compiti più occulti di Gladio la stampatrice utilizzata dalle Brigate Rosse durante il sequestro Moro». Com’è possibile che una stampatrice transiti dai servizi legati all’eversione fascista ai brigatisti allo stato non è dato sapere.

MANINE Di certo c’è che l’ombra di una manina occulta e lesta a far sparire elementi sgraditi ad anonimi suggeritori. A rivelarlo, nel corso di una conversazione telefonica intercettata, è stato l’ex deputato Benito Cazora, morto nel 1999 senza mai essere stato ascoltato da una commissione d’inchiesta sul caso Moro. Otto giorni dopo il rapimento, Cazora è al telefono con Sereno Freato, storico segretario del politico sequestrato, cui chiede le foto del 16 marzo perché «dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto preso sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio… noto a loro».

L’AMBIGUO RUOLO DI CAZORA Un dettaglio su cui sembra non ci siano mai stati i dovuti approfondimenti, come sembrano essere passate in sordina le altre puntuali informazioni sul covo di via Gradoli arrivate dal parlamentare, indicato nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare del 2006 come l’uomo incaricato dalla Dc di tenere i contatti con le ‘ndrine calabresi. È in quel documento che si legge chiaramente «un ulteriore tentativo di utilizzare la criminalità organizzata – in questo caso la ‘ndrangheta – per liberare Moro era riferibile alle attività Benito Cazora, parlamentare della Dc e del suo referente Salvatore Varone, che avrebbe promesso di fornire informazioni in cambio di agevolazioni per se´ e per i suoi familiari. Il Varone avrebbe portato il Cazora sulla Cassia all’altezza di via Gradoli, dicendo che quella era l’area in cui si trovava il covo in cui era sequestrato l’on. Aldo Moro ma la notizia passata al questore De Francesco non aveva conseguito risultati utili».

COSA HANNO FATTO I FRATELLI VARONE? Inoltre, si sottolinea, «Cazora aveva inoltre ricevuto la contrarietà dell’on. Francesco Cossiga a continuare nelle sue ricerche. Da talune testimonianze sembra che Frank Coppola si sia interessato anche di dissuadere uno dei fratelli Varone a collaborare nelle ricerche di Moro poiché quest’ultimo “doveva morire”». E la conferma che i fratelli Varone e Frank Coppola, uomo dei clan di Cosa Nostra, possano aver avuto un ruolo nel caso Moro è arrivata anche da un’altra fonte, rivelatasi negli anni una preziosa quanto controversa miniera di informazioni: il terrorista nero dissociato Vincenzo Vinciguerra.

VINCIG
UERRA RACCONTA
Sarà lui a raccontare al magistrato Luigi De Ficchy le confidenze dello ‘ndranghetista Rocco Varone, che nei giorni di comune detenzione gli avrebbe rivelato di essere stato avvicinato da Cazora per avere notizie sul luogo di detenzione di Aldo Moro, ma che ogni eventuale collaborazione con il politico Dc sarebbe stata stroncata dai vertici dei clan. Secondo quanto ricostruito dalla commissione, Varone sarebbe stato convocato a Pomezia a casa di Frank Coppola, boss italoamericano per lungo tempo braccio destro di Lucky Luciano, dove un’altra persona – allo stato senza nome né volto – gli avrebbe chiesto di interrompere le ricerche, offrendogli in cambio anche dei soldi.

LE CONFERME DI BUSCETTA Ma che Coppola avesse messo il veto a qualsiasi collaborazione degli uomini dei clan con chi in quei giorni stava cercando il segretario della Dc sequestrato, lo ha confermato anche Ugo Bossi, personaggio della malavita milanese che nel marzo 1980 rivela al giudice istruttore Italo Ghitti di essere stato sollecitato a raccogliere informazioni sul sequestro da Edoardo Formisano, consigliere regionale del Msi laziale. Un progetto che Bossi tenta di portare a termine tramite Tommaso Buscetta, il quale nel 1984 rivela a Giovanni Falcone «poco dopo il sequestro dell’ on. Moro, Ugo Bossi, presentatomi da Francis Turatello, mi chiese se ero disponibile per prendere contatti, in carcere, coi detenuti politici e precisamente con le Brigate Rosse per vedere se era possibile qualche spiraglio per salvare l’ uomo politico. Io, per puro spirito umanitario, acconsentii ad interessarmi e Bossi mi rispose che a breve sarei stato trasferito a Torino, dove avrei potuto incontrare Curcio e altri detenuti». Il piano non andrà in porto anche perché sarà lo stesso Bossi a fare un passo indietro proprio su sollecitazione di Coppola, presentatosi a Milano per ordinare all’uomo di desistere da ogni tentativo.

IL MISTERO DEL BAR OLIVETTI Ma quello di Coppola è un nome che torna anche in un’altra circostanza poco chiara che ha a che fare con il sequestro Moro. Si tratta del mistero del Bar Olivetti, situato a via Fani proprio nei pressi del luogo dell’agguato del 16 marzo 1978. Per la commissione – che al riguardo si è ripromessa di approfondire – non è chiaro se il locale fosse aperto e se e in che misura sia stato utilizzato da membri del commando per nascondersi, ma soprattutto non sono per nulla chiari i rapporti fra uno dei proprietari, Tullio Olivetti, e la mafia. Curiosamente uscito assolto da tutti i procedimenti che lo hanno visto coinvolto per traffico d’armi, tanto da spingere i componenti della commissione ad affermare che «la sua posizione sembrerebbe essere stata ‘preservata’ dagli inquirenti e che egli possa avere agito per conto di apparati istituzionali ovvero avere prestato collaborazione», in quegli anni Olivetti, è nel consiglio di amministrazione che gestisce l’omonimo bar insieme a Gianni Cigna e la moglie Maria Cecilia Gronchi, figlia dell’ex presidente della Repubblica.

L’OMBRA LUNGA DI FRANK COPPOLA Ma quella non sembra essere la sua unica attività, se è vero che il suo nome appare negli atti di indagine accanto a quello del boss Frank Coppola. A metterli in relazione è stato Luigi Guardigli, amministratore della Ra.co.in società di compravendita di armi per Paesi stranieri. «Tullio Olivetti – si legge nella relazione della commissione – venne subito indicato da Guardigli come trafficante d’armi e di valuta falsa (aveva riciclato 8 milioni di marchi tedeschi, provento di un sequestro avvenuto in Germania) che vantava alte aderenze politiche, era in contatto con ambienti della criminalità organizzata; in una circostanza, nella villa di una persona presentatagli proprio da Tullio Olivetti, Guardigli aveva trovato ad attenderlo il mafioso Frank Coppola che gli aveva chiesto di dare seguito ad una richiesta di armi fattagli da tale Vinicio Avegnano, in stretti rapporti con ambienti neofascisti e con quelli, non meglio precisati, dei Servizi, anch’egli indicato come amico di Olivetti».

ARMI, MAFIE E SERVIZI Legami inquietanti e pericolosi, al pari di quelli emersi con i clan D’Agostino e De Stefano, che non verranno mai investigati perché Guardigli verrà bollato come «mitomane» da una perizia psichiatrica e messo da parte. Peccato che a eseguirla sia stato il criminologo Aldo Semerari, per la commissione «figura al centro di quella definita più volte Agenzia del crimine, cioè un crocevia di ambienti della banda della Magliana, della destra eversiva, della P2 e di organismi di intelligence». L’uomo sarà ucciso nel 1982. Il suo cadavere decapitato è stato ritrovato in un’auto parcheggiata nei pressi dell’abitazione del camorrista Vincenzo Casillo, braccio destro di Raffaele Cutolo.

QUALI RAPPORTI Una rivendicazione? Un messaggio? Non è dato sapere. Per i commissari però «il complesso di queste circostanze anche in considerazione dei rapporti tra Olivetti e Avegnano, impone ulteriori accertamenti sull’ipotesi che il primo fosse un appartenente o un collaboratore di ancora non meglio definiti ambienti istituzionali; sarebbe, infatti, circostanza di assoluto rilievo verificare un’eventuale relazione tra i Servizi di sicurezza o forze dell’ordine e Tullio Olivetti, titolare del bar di via Fani, 109». Ma c’è un terzo attore che non si può ignorare. Si tratta delle ‘ndrine, con cui i servizi – afferma un testimone in grado di farlo – erano in rapporti.

LE RIVELAZIONI DI CUTOLO Dopo decenni di silenzio, il superboss Raffaele Cutoloha iniziato a parlare e ha detto chiaro che le armi usate dal commando delle Brigate rosse venivano dall’arsenale della ‘ndrangheta. «Quando ero nel carcere di Ascoli Piceno – ha rivelato Cutolo al procuratore Gianfranco Donadio – seppi che, in epoca immediatamente antecedente al sequestro Moro, ci furono ripetuti contatti di membri delle Br con ambienti ‘ndranghetisti al fine di acquisire armi in favore dei terroristi». Armi – gli avrebbe rivelato un boss di ‘ndrangheta con lui detenuto – da utilizzare per l’assalto in via Fani. «Avviai delle trattative con i brigatisti in carcere, ma a un certo punto Vincenzo Casillo (il suo braccio destro, ndr) mi disse: leva ‘e mani. Seppi poi che Casillo lavorava anche per i servizi».

IL “DOPPIO OSTAGGIO” Un binomio – mafie e intelligence – che si ripropone insistentemente e cui il senatore Pellegrino – audito in commissione – sembra aver suggerito un’interpretazione che i parlamentari hanno voluto valorizzare nella relazione finale. «Il presidente Pellegrino – si legge in quegli atti – ha dichiarato di essersi formato il convincimento che, al di là delle operazioni di polizia da lui definite “di facciata”, si fossero svolte trattative sotterranee, interrottesi però bruscamente; ha fatto riferimento a tale riguardo a contatti avviati con la criminalità organizzata (mafia, ‘ndrangheta, banda della Magliana). A giudizio del senatore Pellegrino, il motivo del cambiamento di atteggiamento registrato in queste trattative (“torsione”) andrebbe individuato nel contenuto del comunicato n. 6 delle BR, nel quale i rapitori – a differenza di quanto preannunciato nei comunicati diffusi all’inizio del sequestro – affermavano che non avrebbero reso pubblico quanto detto loro da Moro. Si tratta dell’ipotesi del “doppio ostaggio”, secondo la quale la documentazione contenente le dichiarazioni di Moro ai suoi rapitori avrebbe costituito una sorta di secondo ostaggio, oltre allo stesso Moro». E forse un caso – o forse no – ufficialmente, l’unica copia del cosiddetto “memoriale” rinvenuta dagli investigatori è quella trovata nel covo di via Monte Nevoso a Milano, nonostante varie fonti abbiano nel tempo indicato come lo stesso documento fosse stato distribuito in copia alle varie “colonne” delle Br.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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