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CALABRIA CORROTTA | Il ciclone non è ancora finito

Per avere sollevato il coperchio sulla pentolaccia di “Calabria Etica”, scrivendo, ovviamente, assai meno di quel che le indagini oggi accertano, Pasqualino Ruberto ci ha denunciati e trascinati in…

Pubblicato il: 03/02/2017 – 6:57
CALABRIA CORROTTA | Il ciclone non è ancora finito

Per avere sollevato il coperchio sulla pentolaccia di “Calabria Etica”, scrivendo, ovviamente, assai meno di quel che le indagini oggi accertano, Pasqualino Ruberto ci ha denunciati e trascinati in giudizio. Le sue truppe cammellate sono venute a protestare sin dentro la redazione. La polizia giudiziaria, su delega della Procura di Lamezia Terme, ci ha interrogati ed invitati a nominare un difensore. Nazzareno Salerno, invece, ha fatto ricorso al manganello politico travestito da un’interrogazione mirata a colpire anche parenti ed affini di chi aveva osato tirarlo in ballo. Vedendo chi erano i sodali dei due, leggi “amici degli amici” e “parenti dei parenti” del clan Mancuso, ci è andata anche bene.
Del resto, non ci aveva chiesto un milione di risarcimento Peppe Scopelliti, poi finito alle cronache per una condanna anche in Appello e per essere stato il primo presidente della Regione a dover lasciare in anticipo scranno e legislatura? C’è anche chi, violentando oltre che le leggi anche la grammatica (vanta di possedere la più «assoluta stima professionale», dimostrando ingordigia di superlativi) vuole impedirci di dire il vero, pena un obolo da 50 mila euro.
Cose che capitano ai cronisti in terra di Calabria.
Ai politici, invece, in terra di Calabria capita di perdere improvvisamente la parola e lasciare il passo a quelli che monsignor Riboldi definiva «eloquenti silenzi». Noi che vogliamo coltivare un minimo di speranza, ci spingiamo a credere che il silenzio seguito all’operazione “Robin Hood”, come con amara ironia gli inquirenti hanno ribattezzato la storia di questi politicanti che rubavano ai poveri per dare ai mafiosi… ed a se stessi, sia testimonianza di una profonda riflessione in corso.
Perché avrebbero molto da riflettere anche i governanti regionali di oggi, visto che pezzi della nomenklatura predatoria perseguita dai magistrati è ancora oggi in servizio effettivo permanente anche sotto le bandiere del centrosinistra.
Diamo loro un sommesso consiglio: leggano bene il lungo e articolato capo d’imputazione formulato dai pubblici ministeri prima e mutuato dal gip dopo. Si contesta a Salerno, Ruberto, Caserta e sodali, non solo l’aver commesso reati canonici come corruzione, appropriazione indebita, turbativa d’asta, abuso d’ufficio, voto di scambio aggravato dalla modalità mafiosa, minacce a pubblico ufficiale e via dicendo, ma anche di avere violato diversi articoli della Costituzione italiana e dello Statuto regionale della Calabria.
Una novità che merita qualche approfondimento.
Scrivono nell’ordinanza i magistrati che Salerno, Ruberto, Caserta e soci hanno concorso nella violazione «dell’articolo 97 Costituzione, nella parte in cui, prescrivendo il dovere di imparzialità dell’Amministrazione, esprime il divieto di ingiustificate preferenze o di favoritismi ed impone al pubblico ufficiale e all’incaricato di pubblico servizio una precisa regola di comportamento, nonché nella parte in cui il medesimo istituisce il dovere che i pubblici uffici siano organizzati in modo da assicurarne il buon andamento, intesa l’espressione come efficienza ed efficacia dell’amministrazione delle pubbliche risorse».
Non basta, puntano l’indice anche contro gli “eletti del popolo” accusandoli di avere violato «il combinato disposto degli artt. 3, 81, 97, 100 e 103 Costituzione che nel loro insieme convergono nel richiedere che ogni tipo di spesa deve avere una propria autonoma previsione normativa che non può essere la mera indicazione nella legge di bilancio, che la gestione delle spese pubbliche è sempre soggetta a controllo, anche giurisdizionale, che l’impiego delle somme deve concretizzarsi in modo conforme alla corrispondenti finalità istituzionali, come indicate dalla propria previsione normativa e che tale impiego deve in ogni caso rispettare i principi di uguaglianza, imparzialità, efficienza (che a sua volta, comprende quelli di efficacia, economicità e trasparenza); 
– e dell’articolo 3 legge n. 241/1990 nella parte in cui impone di adottare provvedimenti amministrativi motivati sulla base degli esiti dell’istruttoria svolta (e, dunque, coerentemente all’istruttoria medesima)».
Non basta. L’accusa è anche di avere violato gli articoli 49 e 50 dello «Statuto regionale della Calabria, nella parte in cui detta il principio per cui i poteri di indirizzo e di controllo politico amministrativo spettano agli organi di governo, mentre la gestione amministrativa, finanziaria e tecnica è attribuita ai dirigenti», nonchè «nella parte in cui consente forme contrattuali flessibili di assunzione solo a condizione che vengano rispettate le disposizioni di cui all’articolo 35, ossia evitandone l’adozione al solo fine di favorire i nominati, in virtù esclusivamente di motivi personali e privati, mediante una scelta fondata solo ed esclusivamente su tale rapporto personale e, dunque, prima ed in disparte da una valutazione di merito e di tutela dell’interesse della P.A., anche in relazione al rapporto qualità-prezzo».
Ribadiamolo: mai in precedenza queste condotte tipiche di una degenerazione della politica spinte fino a calpestare Carta costituzionale e Statuto regionale erano state poste tra i capi d’imputazione di una indagine sulla mala politica. Oggi avviene ed è chiaro che il messaggio va oltre i Salerno, i Caserta, i Ruberto. Questi sono gli imputati di oggi, gli ultimi presi con le mani nella marmellata, ma il metodo arrogante di una politica che deborda e sconfina, fino a premiare i servizievoli e punire o intimidire i probi è tutt’altro che circoscritto a questi miserevoli personaggi finiti oggi al centro della cronaca giudiziaria.
Altro spunto di riflessione: mancano all’appello altri indagati “eccellenti”. Gli “omissis” in questa inchiesta compaiono già nella prima pagina, quella che elenca gli indagati fino al numero 13 facendo poi seguire un “omissis” che serve a togliere il sonno a molti altri.
E, infine, si rifletta sulle dichiarazioni raccolte dagli inquirenti e che fanno capolino in varie pagine dell’ordinanza del gip Perri. Su tutte quelle del professor Valerio Donato e dell’ex direttore generale Bruno Calvetta. Il primo, incaricato di avviare a liquidazione “Calabria Etica”, spiega ai pm la degenerazione delle società in house nella loro declinazione ad opera della Regione Calabria. Il secondo, quale deposto direttore generale, spiega come funziona l’imbroglio dei bandi comunitari e il mai concreto, corretto e completo utilizzo dei fondi comunitari: «Mi spiego subito. Quando la Comunità europea assegna dei target, devi spendere 30 milioni di euro in 6 mesi, spendere non vuol dire solo pagarli; vuol dire pagarli, rendicontarli e controllarli. Quando questi fondi vengono trasferiti a un ente che avrà il compito poi di fare quelle cose, se quell’ente è in house la Commissione europea te li ritiene ammessi a certificazione. E quindi tu con il trasferimento di 10 milioni di euro a FinCalabra ti sei fatto mezzo target. Quindi era un tecnicismo mio, purtroppo l’Europa è tecnocrate – cosa vi posso dire, è così – quindi io con questo tecnicismo riuscivo sempre ad essere, come posso dire, performante ai fini comunitari».
Il guaio è che da qualche tempo anche la magistratura ha deciso di essere, appunto, “performante”. È bene che qualcuno ne prenda atto, prima di finire a far compagnia ai Salerno, ai Caserta, ai Ruberto.

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