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Mons. Ciliberti, un Pastore tra la gente

Martedì 4 aprile, il giorno successivo ai solenni funerali di monsignor Antonio Ciliberti, la diocesi di Locri-Gerace, da lui guidata per 5 anni, ha voluto ricordarlo, nella Cattedrale di Locri, al…

Pubblicato il: 07/04/2017 – 16:35
Mons. Ciliberti, un Pastore tra la gente

Martedì 4 aprile, il giorno successivo ai solenni funerali di monsignor Antonio Ciliberti, la diocesi di Locri-Gerace, da lui guidata per 5 anni, ha voluto ricordarlo, nella Cattedrale di Locri, alla presenza di molti presbiteri e laici, con una concelebrazione eucaristica, presieduta dall’attuale vescovo, mons. Francesco Oliva. Di seguito pubblichiamo il testo dell’omelia di Mons. Oliva.

Siamo qui riuniti per una preghiera di suffragio per un pastore che ha guidato questa comunità. Ma anche per esprimere gratitudine al Signore per la testimonianza di fede che il vescovo Ciliberti ci ha lasciato.
Una fede che si è alimentata alla Parola di Dio che ha annunciato con chiarezza e senza annacquamenti. Che ha illuminato la sua stessa vita. In questo martedì della V settimana di quaresima, L’evangelista Giovanni ci ripropone la verità della croce, sulla quale è stato innalzato il figlio dell’uomo. Quella croce che ci manifesta il volto di Dio: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono… Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». Su queste parole il vescovo Antonio ha costruito la sua esperienza spirituale e pastorale. Ha accolto il Cristo crocifisso nella quotidianità di una vita spesa con coraggio. Il coraggio del pastore che sa di non poter tacere per amore del suo popolo.
Il Vescovo Antonio ha guidato questa Chiesa per quasi cinque anni. In un tempo molto difficile, quello dei sequestri. Le associazioni criminali, che avevano nella ‘ndrangheta la loro massima espressione, seminavano lacrime e spargevano sangue. Era il tempo di “mamma coraggio”, la madre di Cesare Casella, il giovane che rimase prigioniero per un anno e mezzo nelle nostre montagne. Sotto la guida coraggiosa del vescovo Antonio la nostra Chiesa non si arrese di fronte alla sfida della violenza. Fece sentire la sua voce, la voce di chi si dissociava dalla mala vita organizzata schierandosi a difesa della vita. Era il volto di una chiesa che si faceva coraggio di fronte ai mali che affliggevano la propria gente. In una veglia di preghiera per la liberazione di Cesare Casella, alla quale erano intervenuti rappresentanti delle istituzioni e della politica, il vescovo Antonio, rivolgendosi direttamente proprio ai politici, li esortava a rifiutare i voti della ‘ndrangheta, affermando che, in caso contrario, sarebbero divenuti zimbelli dei mafiosi.
Mons. Ciliberti era nato il 31 gennaio 1935 a San Lorenzo del Vallo, nella diocesi di Rossano-Cariati. Aveva studiato nei seminari di Rossano, Caltanissetta e Napoli, conseguendo la Licenza in Sacra Teologia nella Facoltà Teologica “San Luigi” di Napoli e la laurea in Filosofia nell’università di Palermo. Ordinato presbitero il 12 luglio 1959, aveva ricoperto numerosi incarichi come educatore e professore in seminario. Era parroco della parrocchia “Sant’Antonio” in Corigliano da poco più di venti, quando il 7 dicembre 1988 fu eletto Vescovo di questa diocesi, che guidò fino al 6 maggio 1993. Accolse come segno della volontà di Dio il suo trasferimento alla sede arcivescovile di Matera-Irsina ove rimase sino al 31 gennaio 2003, quando divenne Arcivescovo della diocesi Metropolitana di Catanzaro-Squillace.
Nel suo ministero mons. Ciliberti ha fatto sua l’esortazione del vescovo che lo ordinava: “Sposa il territorio, dove il Signore Ti invia quale Suo profeta; servi i poveri, e cioè tutti gli uomini che stanno nel bisogno; ama perdutamente la Madonna, perché sia la stella del Tuo futuro ministero”. Queste parole profetiche, pronunciate dall’arcivescovo di Rossano- Cariati, Serafino Sprovieri, il giorno della sua ordinazione episcopale, diventarono il suo programma pastorale.
Non era semplice essere vescovo in un territorio come la Locride, piegato in due dalla morsa della criminalità organizzata. La ‘ndrangheta scandiva la vita (e, purtroppo, anche la morte) di questa terra, crocevia di spargimento di sangue e di traffici illeciti. Il vescovo Antonio non mancò di alzare la voce, di combattere, di denunciare. Egli andava avanti, convinto che un pastore debba spendersi fino all’ultimo. Non mancò di chiedere ai parroci di leggere nella messa domenicale una lettera in cui invitava i fedeli a non acquistare merce nei negozi gestiti dai mafiosi. Accolse in episcopio Angela Casella, la “mamma coraggio”, e con lei si mise in testa ad un corteo per chiedere la liberazione del figlio, che avvenne il 3 giugno 1990.
Non ebbe paura di contestare pubblicamente la decisione del tribunale di Locri di vendere all’asta mitra e fucili sequestrati, reimmettendoli di nuovo sul mercato. La sua azione di contrasto alla criminalità organizzata non venne mai meno. Parlando del suo impegno sociale, spiegava che «il vescovo non lotta la mafia, è mandato per proporre il messaggio di Dio. Solo che bisogna calibrare l’evangelizzazione nel contesto ambientale». Rompendo il silenzio nei confronti del sistema mafioso dominante, mostrò il volto di una Chiesa che non aveva paura di denunciare e che soprattutto sapeva di non potersi esimere dall’impegnarsi nel sociale. «Mi sono limitato a predicare il Vangelo». Ebbe a dire il vescovo, che Sapeva bene che nei paesi dell’Anonima sequestri e delle cosche padrone dei traffici di droga, predicare il Vangelo non era un fatto da nulla. È forza di trasformazione, di impegno, di cambiamento, di coinvolgimento personale. Col rischio di dover pagare di persona, il vescovo Ciliberti non ebbe paura di affermare che «l’atteggiamento della Chiesa da sempre è in antitesi alla mafia. La mafia è la negazione di valori positivi, non può mai avere un atteggiamento in qualsiasi modo giustificativo di certi fenomeni…». Ammetteva che quando la chiesa non ha preso posizione era stato perché si era lasciata prendere dalla timidezza, aveva ceduto alla debolezza. E per questo occorreva fare il “mea culpa”.
Aveva le idee chiare dimostrando di conoscere bene la situazione in cui operava: «In questo contesto dove dilaga la disoccupazione, diceva, dove le attività economiche come il turismo e l’artigianato non trovano occasioni di sviluppo, si annida però una forza nascosta che agisce in clandestinità, ma che diffonde un alone a dimensione sociale, che crea preoccupazioni, insicurezza, timore e a volte paura. La Chiesa orienta la propria missione proprio nei confronti di questi bisognosi di redenzione, col suo messaggio di liberazione, di non violenza, di vita, di perdono, di amore, di etica nella politica, di impegno sociale. Le cosche tentano però di frenare queste attività, di riaffermare e far valere le proprie ragioni… L’ impegno della Chiesa non può essere mai condizionato da forze esterne. Il nostro impegno non può essere ostacolato. Andremo avanti. La Locridedovrà essere liberata dalle forze del male. I gruppi di delinquenza organizzata possono tentare di influenzare altre istituzioni, ma non la Chiesa che è libera, che non può essere influenzata da nessuna potenza umana. E l’intimidazione nei nostri confronti, io credo, è un segno di debolezza umana più che di forza….». Di atti intimidatori ne aveva subito più di uno sino ai colpi di lupara al portone dell’episcopio. Gli fu data la scorta a tutela della sua persona, cosa che prese a malincuore vedendola una limitazione allo spazio di libertà che l’esercizio del ministero richiedeva.
Incisiva fu la sua azione nell’ “educare” il popolo alla fede. In occasione della Pasqua del 1993 scriveva la Lettera pastorale “Vieni e seguimi”. Chiaro era il suo messaggio contro ogni forma di delega: «La Chiesa è una comunità in cui ogni membro ha un ruolo insostituibile: ciò che dovrò fare io non potrà mai essere fatto da altri; ciò che dovrai fare tu non potrà mai essere fatto da me». Il suo obiettivo pastorale era orientato ad una “pastorale della corresponsabilità.
Alla domanda sulla possibilità di futuro di questa nostra terra, rispondeva: «Sì, ci può essere. Si può creare anche qui una società a misura d’uomo. Anche se i problemi sono tanti, ad
incominciare da una viabilità che tiene la Locride ai margini dello sviluppo, ci sono tante energie giovani e vive che attendono di essere valorizzate. E’ un potenziale da non perdere. Mi permetterei di dire che ci vuole per questo un impegno unitario, un movimento che parta da qui, dal basso. Non possiamo pretendere che le soluzioni ci vengano da fuori, dall’alto. Da fuori ci devono essere appoggi alla nostra progettualità. E lavorando in comunione non esisterà certo il pericolo di rimanere isolati, esposti».
Nel suo magistero ha sempre manifestato una forte sensibilità per la valorizzazione del laicato, puntando su una più ampia partecipazione dei fedeli laici nella pastorale. Interrogandosi sullo stile di un “nuovo modello di parrocchia”, elencava cinque piaghe presenti – a suo dire – nella chiesa: una catechesi anemica, una tensione missionaria sclerotizzata, il disimpegno socio-pastorale, lo scollamento tra parrocchia e movimenti, un clero poco specializzato in pastorale. Limiti questi non del tutto superati. E con altrettanto spirito profetico indicava i tre ambiti di azione pastorale che dovevano guidare il servizio pastorale: la nuova evangelizzazione, la liturgia e la carità.
Nel vivere questo momento ricordando il vescovo Antonio mi piace pensare che «il suo andare via è al contempo un venire, un nuovo modo di vicinanza a tutti noi» (Benedetto XVI). È il mistero della morte, che ci apre alla luce della Pasqua del Signore!
Ora l’amato vescovo Antonio è nelle mani misericordiose di Dio, Padre di tutti. Lui che ha creduto in Gesù, il crocifisso per amore, risuscitato dal Padre! E’ nelle mani della santissima Madre di Gesù, alla quale era tanto devoto da scegliere come motto episcopale “Ad Iesum per Mariam”, Maria, la madre che non ci abbandona.
Grazie, vescovo Antonio, per quanto hai saputo fare per questa nostra chiesa diocesana. Amen!

*Vescovo di Locri-Gerace

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