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«Antiracket, la rivolta riparte da Reggio»

Il racket nel bilancio della ‘ndrangheta non è la voce più importante. Certamente non è paragonabile ai proventi del traffico della droga o all’accaparramento degli appalti pubblici. Se non ha un r…

Pubblicato il: 30/06/2017 – 8:32
«Antiracket, la rivolta riparte da Reggio»

Il racket nel bilancio della ‘ndrangheta non è la voce più importante. Certamente non è paragonabile ai proventi del traffico della droga o all’accaparramento degli appalti pubblici. Se non ha un rilevante valore economico il pizzo rappresenta una delle modalità attraverso la quale le cosche hanno sempre esercitato il controllo dei territori ed in particolare delle imprese economiche che vi operano. Tanto è vero che non di rado, quando il titolare di una impresa deve aprire una attività commerciale o effettuare dei lavori dell’impresa deve chiedere preventivamente il “permesso” ai locali della ndrangheta di quel quartiere. Per questi motivi, una delle strategie concrete di contrasto alla ndrangheta è senz’altro quella di sostenere gli imprenditori ed i commercianti che si rifiutano di pagare il pizzo. In atto solo una parte minoritaria di essi ha scelto di ribellarsi, a fronte della stragrande maggioranza che si è invece piegata al ricatto mafioso. Le testimonianze coraggiose di Tiberio Bentivoglio, Filippo Cogliandro, di Rocco Mangiardi, Gaetano Saffioti, Antonino De Masi ed altri ancora che hanno avviato una rivolta contro il pizzo non sono stati finora sufficienti a cambiare la storia dei nostri territori. Lo stesso è avvenuto per le aziende e le cooperative sociali che, per non piegarsi al ricatto mafioso, subiscono continuamente attentati ed intimidazioni. Anzi sono diventati il bersaglio da colpire perché simboli scomodi di una possibile ribellione di massa che alla ‘ndrangheta fa paura. La sfida è quella di passare dalle testimonianze simboliche e circoscritte ad una vera e propria rivolta contro questa forma di oppressione che lede dignità e diritto a fare impresa in modo libero nella nostra terra. 
Un passo in avanti importante su questo fronte può venire dalla iniziativa presa dall’associazione Libera, che il cinque luglio alla presenza di don Luigi Ciotti, ha deciso di rilanciare la campagna antiracket “Reggio-Libera-Reggio La libertà non ha pizzo”. L’esperienza avviata alcuni anni fa aveva registrato i primi successi: una quarantina le aziende che avevano aderito, duemila i cittadini che avevano aderito al manifesto dei consumatori critici e responsabili. Sulla scia di questo primo traguardo, in un contesto storico in cui la magistratura e le forze dell’ordine hanno colpito duramente le cosche di ndrangheta, Libera ha ritenuto doveroso offrire questo strumento agli imprenditori per avere ascolto ed accompagnamento, per mettersi in rete vincendo la solitudine e l’isolamento. Accanto a questo la proposta ai cittadini di diventare consumatori responsabili, partecipando alla campagna Reggio-libera-reggio, scegliendo di boicottare le imprese mafiose o dei loro prestanomi, decidendo di fare gli acquisti presso i commercianti che non pagano il pizzo o che essendo state vittime di estortori hanno denunciato. Una modalità concreta di contrasto al potere mafioso, che tocca le loro tasche e che può erodere il consenso di cui godono. Nello stesso tempo i cittadini devono pretendere che lo Stato, gli uffici della Prefettura in primis, garantiscano a chi denuncia quello che le leggi prevedono per le vittime superando lungaggini burocratiche spesso insopportabili. Anche Regione e Comuni devono offrire agevolazioni e forme di sostegno concrete, esenzioni dai tributi, corsie preferenziali per l’affidamento di commesse ed appalti, fondo di solidarietà, ecc. Importante sarebbe infine destinare beni ed aziende confiscate alle vittime del racket, una proposta fatta dal ministro Minniti e dal procuratore De Raho alla commissione Antimafia che però non ha avuto seguito.  

*Presidente Centro comunitario Agape

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