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"Alchemia", chiesti 3 anni di carcere per D'Agostino

REGGIO CALABRIA Tre anni di carcere per l’ex vicepresidente del consiglio regionale Francesco D’Agostino. È questa la richiesta avanzata dal pm Giulia Pantano per il politico accusato di intestazio…

Pubblicato il: 25/09/2017 – 23:33
"Alchemia", chiesti 3 anni di carcere per D'Agostino

REGGIO CALABRIA Tre anni di carcere per l’ex vicepresidente del consiglio regionale Francesco D’Agostino. È questa la richiesta avanzata dal pm Giulia Pantano per il politico accusato di intestazione fittizia di beni aggravata dall’aver favorito la ‘ndrangheta e per questo imputato nel procedimento con rito abbreviato “Alchemia”. Patron della Stocco&Stocco, il politico, finito in consiglio regionale sotto le bandiere della lista “Oliverio presidente” per la procura è solo una testa di legno dei Raso-Gullace, il clan di Cittanova che insieme ai Parrello-Gagliostro, dopo gli anni delle faide, ha costruito un impero con testa nella Piana e tentacoli imprenditoriali in tutto il Nord Italia.

LE RICHIESTE Al gup Tarzia, il pm ha inoltre chiesto di condannare Fabrizio Accame (10 anni),  Antonio Raso (10 anni e 12mila euro di multa), Giuseppe Raso (9 anni, 4 mesi e 12mila euro di multa), Adolfo Barone (8 anni), Massimiliano Corsetti (8 anni), Luigi Taiano (8 anni), Pietro Giovanni Barone (6 anni), Mario Parrello (6 anni e 4 mesi), Salvatore Mazzei (3 anni), Annunziato Vazzana (3 anni).

L’INCHIESTA Eseguita nel luglio 2016, linchiesta fotografa infatti un’organizzazione ramificata su tutto il territorio nazionale, in grado di mettere al proprio servizio politici e imprenditori dei più diversi settori. Dal senatore Caridi – la cui posizione è stata stralciata e inserita nel ben più grave e complesso quadro accusatorio emerso nell’inchiesta Mammasantissima – al vicepresidente D’Agostino, i clan potevano contare su più di un eletto. Ognuno con diverse e precipue funzioni.

IL PRESTANOME Per i magistrati, il re dello stocco, che attorno alla tipica pietanza di Cittanova ha anche creato una festa cittadina, divenuta punto di riferimento per tutto il comprensorio, sarebbe solo una testa di legno. Quell’azienda risponderebbe infatti solo ai Raso-Gullace, Francesco e lo zio Mommo, e al loro imprenditore di riferimento Jimmy Giovinazzo. Una tesi che all’epoca dell’esecuzione non ha convinto il gip Bennato, ma che per i magistrati si fonda su elementi concreti. A indicare la Stocco&Stocco come cosa dei Raso-Gullace è stata infatti in passato Teresa Ostertag, ex moglie di Vincenzo Mamone, parente degli uomini del clan. Proprio nel corso di chiacchierate di famiglia, la donna avrebbe appreso che l’azienda era in realtà di proprietà di Francesco Gullace, fratello di quel Ninetto Gullace che gli inquirenti considerano punto di riferimento della ‘ndrangheta in Liguria.

GLI ELEMENTI CONTRO D’AGOSTINO Ma che i Raso avessero a che fare con la “Stocco&Stocco”, i pm lo hanno desunto – è la loro tesi – anche dalle conversazioni delle sorelle Luciana e Mimma Politi, sorprese a parlare del necessario allontanamento di Jimmy Giovinazzo dalla Calabria, in seguito ai controlli della Guardia di finanza e ai problemi giudiziari che ne erano seguiti. 
Una decisione di Carmelo Gullace, secondo le due, necessaria per far «stare più tranquillo quello dello Stocco». Rilevanti per gli inquirenti sono inoltre le telefonate che Antonio Scullari, cugino di D’Agostino, ha più volte fatto a Giovinazzo, dall’utenza dell’impresa, come il fatto che Mommo Raso si potesse rifornire gratuitamente di stoccafisso in uno dei negozi di D’Agostino.

I COMITATI SÌ TAV Ma a disposizione del clan non ci sarebbero stati solo i politici eletti. Sempre dettato dal volere e dai finanziamenti dei clan, è emerso dall’inchiesta l’attivismo di molti dei comitati “Si Tav”, pagati dai Raso Gullace per sostenere a livello politico e sociale la grande opera. Sinonimo di cantieri, appalti e lavori, la variante del Terzo Valico è divenuta preda delle famiglie di Cittanova, che hanno monopolizzato il movimento terra grazie a compiacenti subappalti. Ma questo non era certo il loro unico campo di attività.

L’IMPERO IMPRENDITORIALE I tentacoli dei clan si sono allungati fino a raggiungere decine di imprese, attive non solo nel classico settore del movimento terra, ma anche in quelli ad alta tecnologia e specializzazione, come quello della produzione delle lampade a Led. E poi investimenti immobiliari in Costa Azzurra, Canarie e Brasile, negli agriturismi e persino nella commercializzazione di prodotti alimentari contraffatti, importati dalla Cina e venduti in Lombardia e in Francia. Facce diverse di un impero unico, alimentato dai soldi sporchi della ‘ndrangheta.

a.c.

 

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