Lamezia, confermata la confisca ai beni di Pasquale Gullo
CATANZARO La Corte d’Appello di Catanzaro ha rigettato il ricorso presentato dal difensore di Pasquale Gullo, esponente di spicco del sodalizio Cerra-Torcasio-Gualtieri di Lamezia, relativo alla conf…
CATANZARO La Corte d’Appello di Catanzaro ha rigettato il ricorso presentato dal difensore di Pasquale Gullo, esponente di spicco del sodalizio Cerra-Torcasio-Gualtieri di Lamezia, relativo alla confisca di beni per un valore di 250mila euro avvenuto nel febbraio del 2017. Il provvedimento, emesso dal procuratore della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri e dal sostituto, Elio Romano, era scaturito dalle indagini della Guardia di finanza che avevano messo in luce la pericolosità di Gullo dovuta all’appartenenza al sodalizio criminale e anche ai gravi reati i cui proventi gli hanno permesso di poter vivere in modo agiato. Infatti il decreto di confisca ha riguardato: un immobile, vari terreni individuati nel territorio di Lamezia, una Hyundai Ix20, diversi rapporti bancari, titoli, libretti di risparmio, buoni fruttiferi, Bot, Cct e altre disponibilità finanziarie. La legittimità della confisca viene confermata dalla pericolosità dello Gullo nel corso degli anni, così come viene ripercorso all’interno della sentenza. Nel 2003 era stata disposta nei suoi confronti la misura della sorveglianza speciale, poi aggravata nel 2007. Anche se, da quanto emerge dalla ricostruzione della sentenza, una precedente misura di preevenzione era stata già emessa nel 1997. Inoltre, ha subito diversi periodi di detenzione fino alla definitiva scarcerazione avvenuta nel 2014. «Nonostante il periodo di detenzione – si legge – il proposto non ha mostrato alcun segno di distacco rispetto al proprio passato delinquenziale poiché inserito nella consorteria criminale Cerra-Torcasio-Gualtieri». Proprio in tale periodo quando il «soggetto era dotato di pericolosità qualificata», secondo la ricostruzione delle indagini, sono avvenute le acquisizione dei beni oggetto della confisca che sarebbero risultati essere «sproporzionati e ingiustificati, rispetto ai redditi leciti dichiarati e al tenore di vita mantenuto dall’indiziato». La Corte d’Appello, così come il Tribunale di primo grado, ha ritenuto inconsistenti le perizie proposte dalla difesa, rigettando il ricorso.
