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«Me li sarei dovuti accoppare tutti»

Il delitto di Damiano Galizia ripercorso dal giudice che ha condannato all’ergastolo, in primo grado, l’amico-assassino. «L’estrema freddezza» di Attanasio, l’arsenale, il tragico epilogo e la lung…

Pubblicato il: 01/04/2018 – 10:03
«Me li sarei dovuti accoppare tutti»

COSENZA Ci sono delle frasi pronunciate da Francesco Attanasio, reo confesso dell’omicidio di Damiano Galizia, che più di altre hanno spinto il giudice, nonostante il rito abbreviato, alla condanna dell’ergastolo per l’imputato. È bastato un colloquio nella casa circondariale a fugare i dubbi del togato. «Me li sarei dovuti accoppare tutti prima di entrare qua dentro» dice ai suoi familiari in visita riferendosi alla famiglia Galizia. «Mi dispiace solo di non aver fatto una carn…piazza pulita» replica quando gli dicono dell’episodio di danneggiamento alla tomba di famiglia. «Vedevo tutto nero». Per il giudice del tribunale di Cosenza, Francesco Attanasio (nel fotino) ha confessato solo per «avere una riduzione della pena poiché non ha fornito elementi persuasivi su diversi punti della vicenda». Ripercorrendo l’intera storia delittuosa il profilo criminale del reo confesso, per il giudice di primo grado, è di «estrema freddezza» con «una capacità di delinquere perché mentre confessava agli agenti la custodia illegale di armi non ha esitato ad uccidere con spietatezza estrema la persona che ha denunciato».

IL BOX E LE ARMI Francesco Attanasio e Damiano Galizia avevano appuntamento all’uscita di Cosenza Nord. La moglie chiama suo marito, due minuti al telefono, giusto per comunicare che la visita ginecologica (Morena Rubini all’epoca dei fatti aspettava un bambino) era andata bene. Del marito perde le tracce, ritrova la macchina il giorno dopo, il 27 aprile del 2016, e solo alle prime luci dell’alba di giorno 28 sporge denuncia ai carabinieri. Nel pomeriggio di giorno 26 invece gli agenti della polizia di Stato ritrovano le armi, aprono un box nel residence “Girasole” e trovano un arsenale di armi. A un poliziotto era arrivata una soffiata: tra quei garage c’era qualcosa di “pericoloso”. Intanto Galizia e Attanasio si incontrano, stanno insieme per l’ultimo pomeriggio poi uno fa ritorno a casa l’altro giace privo di vita in una villetta a contrada Dattoli di Rende. Mentre trovano le armi i poliziotti provano a rintracciare Francesco Attanasio, il cellulare è spento. Le operazioni vanno avanti e il box che Damiano Galizia ha in uso è posto sotto sequestro. A procurarglielo era stato il suo amico, nessun contratto, solo 80 euro al mese a mano o tramite ricarica su una prepagata. Nessun contratto di locazione e questo spinge il giudice a scrivere in sentenza come proprio l’assenza di documenti provi che il box non fosse in uso solo a Galizia. «Manca una spiegazione logica a tutto questo – è scritto tra le motivazioni della sentenza – e soprattutto non si capisce il perché ogni pagamento debba transitare da Attanasio». Il giudice intravede in questo la correità nella detenzione delle armi e riprende la giurisprudenza in base alla quale «chi dopo aver scoperto una condotta antigiuridica non faccia nulla per rimuoverla, dimostra al contrario connivenza».
IL DEBITO Sono 17mila gli euro che Francesco Attanasio doveva a Damiano Galizia. Il prestito era nato per avviare una parafarmacia e Attanasio temeva molto la reazione di Galizia al momento della comunicazione che il prestito non sarebbe rientrato subito. «Per questi motivi giravo con la pistola». E proprio al tramonto del 26 aprile del 2016 l’argomento viene affrontato dai due amici. «Damiano provò a tirarmi uno schiaffo che in parte evitai. Tirai fuori la mia pistola e lo sparai – riferisce Attanasio quando viene interrogato –. Non era mia intenzione ucciderlo sono ancora sotto shock». Proprio la frase «non era mia intenzione fargli del male» non convince il giudice che non trova una connessione logica alla frase con l’aver affrontato la questione in un logo lontano e appartato da tutti.
IL NASCONDIMENTO E più che occultamento che secondo la giurisprudenza è un nascondimento secondario, prima di confessare Francesco Attanasio ha pensato alla soppressione del cadavere. Preso il corpo avvolto in un tappeto e sigillato tra due sacchi della spazzatura tenuti insieme da nastro isolante. Il giudice fa notare come dalle indagini sia emerso che l’assassino abbia sistemato una sorta di «maniglia» per trasportare il cadavere. Ciò paleserebbe l’intenzione di farlo sparire per sempre. La casa ripulita, il cellulare buttato e la macchina spostata, i bossoli della pistola gettati e il ritornare sulla scena del delitto per tre volte rappresenta per il giudice «una condotta perseverante, meticolosa e ai limiti della maniacità». Sul perché abbia confessato tutto a distanza di 5 giorni Attanasio ribadisce, come nel processo connesso del duplice omicidio a San Lorenzo, la «necessità di portare la famiglia in salvo visto che temeva delle ripercussioni violente». Ignaro, Francesco Attanasio, che da lì a sei mesi, il 31 ottobre 2016, sua madre e sua sorella verranno freddate all’interno del camposanto di San Lorenzo del Vallo. Imputato per quella strage è Luigi Galizia, fratello di Damiano.

Michele Presta
redazione@corrierecal.it

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