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«L'eredità morale che Paolo lascia»

di M. G. Laganà Fortugno*

Pubblicato il: 07/06/2019 – 13:47
«L'eredità morale che Paolo lascia»

È trascorso un mese e sono ancora attonita, come stordita da quel che è accaduto.
Sapevo che Paolo non stava bene ma non ero preparata a non averlo più con noi: con Giovanna, con i suoi e i miei ragazzi.
Eravamo vicinissimi. Per me era un fratello maggiore, divenuto tanto più importante nella mia vita dopo il 16 ottobre 2005, il giorno dell’omicidio di Franco.
Paolo Pollichieni non aveva bisogno che lo cercassi: lui c’era, sempre e comunque, a prescindere. Con quel carattere brontolone e affettuoso al tempo stesso. Con quel suo modo unico di raccontare aneddoti e vicende, che ti allietava e riempiva la vita. Con quel suo essere “discolo”, da giornalista di razza qual era, e animato dall’irrefrenabile gusto della battuta che lo rendeva unico.
Paolo manca a me e alla mia famiglia. Faccio ancora fatica e non riesco a mettere assieme i pensieri e i troppi ricordi che si affastellano nella mia mente. Ma sento il dovere, anche a un mese di distanza, di dire qualcosa su di lui come uomo pubblico.
Credo che l’essenza di Paolo Pollichieni sia riassumibile nel titolo di un libro, tra i tantissimi che occupavano la sua scrivania e il suo studio. Quel libro è la celebre intervista di Scalfari a Berlinguer da cui nacque la famosa “Questione morale”.
Pollichieni è stato una delle espressioni più alte, in Calabria e in Italia, di un giornalismo autenticamente impegnato contro la criminalità organizzata e il malaffare. Un uomo coraggioso che «odiava gli indifferenti», perché l’indifferenza è la radice dell’egoismo sociale e la fonte dell’omertà e della paura in cui proliferano la ‘ndrangheta e le altre mafie.
Per tanti anni, Paolo è stato la coscienza morale e critica della nostra regione. Le sue prese di posizione potevano piacere o meno ma certamente tutti dovevano fare i conti con il suo pensiero e con gli interrogativi che poneva. Grazie ai suoi editoriali e alle inchieste dei bravi giornalisti che lo affiancavano, tante vicende sono state portate alla luce e sottoposte all’opinione pubblica, ma soprattutto il mondo politico, imprenditoriale e sociale, hanno trovato un argine democratico nell’unico strumento di cui disponeva: quello delle parole.
Ho scritto, all’inizio di questi pochi pensieri, che non ero preparata a non avere più la sua figura nella mia vita. E non lo sarò ancora a lungo. Aggiungo però che, secondo me, non era preparata e pronta neanche la Calabria, che aveva e ha bisogno della coscienza critica e della tensione etica che Pollichieni incarnava ed esprimeva con il suo giornalismo, dettando tempi e priorità a una politica troppo spesso distratta e autoreferenziale.
Una politica che, oggi più che mai, deve porre la massima attenzione nell’esercizio della propria funzione e che deve assolutamente evitare di ingenerare confusione e conflitti tra le istituzioni democratiche che rappresentano presidi di legalità e giustizia in una terra di frontiera come la nostra.
L’eredità morale che Paolo ci lascia è un monito a tutti noi, un appello a essere, ciascuno per la propria parte, artefici del destino e del futuro della Calabria, avendo cura e rispetto per le giovani generazioni.
Una delle sue canzoni preferite era di Gaber e recitava che la libertà non è stare sopra un albero ma è partecipazione. La libertà e la partecipazione saranno allora il modo in cui continueremo ad onorare la memoria di Paolo Pollichieni per costruire la Calabria più giusta che lui e il mio amato Franco sognavano, nelle sere d’estate, nella nostra Locri.
*ex parlamentare

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