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«La ‘ndrangheta nega la Chiesa. È ateismo che pensa solo ai soldi e al potere»

Intervista al presidente della Conferenza episcopale calabra Bertolone. «La Calabria ha tutto per liberarsi, non serve una rivoluzione ma l’impegno quotidiano». Inizia martedì il corso di formazion…

Pubblicato il: 30/09/2019 – 15:20
«La ‘ndrangheta nega la Chiesa. È ateismo che pensa solo ai soldi e al potere»

CATANZARO «La ‘ndrangheta è la negazione della Chiesa e del Cristianesimo». Una «forma di ateismo» che ha come unici punti di riferimento il denaro e il potere. Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro e presidente della Conferenza episcopale calabra, pronuncia – da sempre – parole durissime contro i clan. Il Corriere della Calabria lo ha intervistato per raccontare la nuova sfida dei vescovi calabresi alla criminalità mafiosa. Una sfida che (ri)parte geograficamente da Castrovillari. Martedì la Conferenza episcopale calabra si riunirà ai piedi del Pollino per un corso di formazione destinato al clero (e non solo) dal titolo significativo: “La chiesa di fronte alla ‘ndrangheta”.
Partiamo dal titolo del corso di formazione: che cosa fa, oggi, la Chiesa di fronte alla ’ndrangheta?
«Fa ciò che la sua missione le chiede: formare coscienze, secondo gli insegnamenti del Vangelo. In questo ambito, il modello che offre a tutti è quello del Beato Puglisi (che è uno scrigno di indicazioni formative), sacerdote mite, umile, schivo della notorietà, ma non per questo meno determinato nell’esercizio del ministero pastorale, convinto com’era che l’educazione e la formazione cristiana sono e saranno il miglior antidoto contro la cultura mafiosa. Tutto suffragato dal convincimento che a ciascuno tocchi fare bene il proprio lavoro. Un prete, semplicemente prete, straordinariamente prete – il Puglisi -, al quale guardare per un corretto e luminoso esercizio del proprio ministero e quale modello nel campo della lotta alle mafie».
Che cosa significa formare il clero su questo tema?
«Vuol dire liberare anche i sacerdoti da retaggi e condizionamenti ambientali, da timori che a volte consigliano di calarsi in un’ampia e rassicurante zona grigia, dove non si partecipa personalmente alla semina della zizzania, ma si alzano le mani in segno di impotenza di fronte al suo diffondersi per opera altrui. Se davvero c’è stato, oggi il tempo dell’ignavia, dell’accondiscendenza, della passività, è definitivamente tramontato. Non servono eroi, certo, ma preti che non hanno paura di indicare la strada evangelica al popolo di Dio ponendosi consapevolmente ed autorevolmente alla sua testa. Il prete non può essere solo un funzionario del sacro, ma animatore e a sua volta formatore credibile delle fontane del villaggio quali sono le comunità parrocchiali».
Che cosa direbbe a un giovane sacerdote che, sta per iniziare il proprio ministero in un paese di confine, dove l’influenza delle cosche è particolarmente forte?
«Di vivere con serenità la sua missione, di cercare nel Cristo e nel suo Vangelo l’unica guida sicura, di favorire il dialogo ed il confronto, anche coi mafiosi, senza mai rinunciare alle proprie idee, ai principi di legalità e onestà, né tantomeno agli insegnamenti evangelici. Don Puglisi, proprio lui, dall’altare invitava i mafiosi alla conversione. E faceva di tutto, intanto, per strappare i ragazzi alla solitudine ed alle insidie della strada. Certo non è facile, ma molti l’hanno fatto con ottimi risultati. Dunque, anche un giovane sacerdote, un neofita può e deve farlo, ma si deve preparare a ciò. Sogno giovani preti che come Puglisi sanno da che parte stare, sappiano dire “sì, sì, no, no”, abbiano un altissimo senso del dovere, coltivino alti ideali, siano retti, trasparenti, coerenti e credibili. Sogno giovani preti che lottino contro la cultura mafiosa, il fatalismo del si è fatto sempre così e contro il deficit di senso civico, sociale ed umano».
La sua elezione a presidente della Conferenza episcopale calabra è arrivata assieme alla pubblicazione di un documento di 50 pagine che rappresentò, nel 2015, un messaggio chiarissimo contro la ’ndrangheta.
«La Chiesa calabrese ha imboccato da tempo un cammino nuovo, coraggioso, senza equivoci. Lo ha fatto a partire dagli anni Novanta, passando per la Nota Cec del 2007: “Se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo”, ed ha continuato su questa via con intensità e dedizione crescenti dopo la storica visita pastorale di Papa Francesco a Cassano all’Jonio nel 2014. Passaggi diversi, per un unico obiettivo: segnare sempre più nettamente e profondamente il solco tra Chiesa e ’ndrangheta, smascherando le ipocrisie montate ad arte nei decenni dai clan nel tentativo di acquisire consenso sociale, ad esempio portando a spalla le vare nelle processioni o imponendo l’inchino delle statue davanti alle case dei boss. Ecco: un mondo che pareva intoccabile, immutabile nei secoli, è venuto giù con il suo castello di bugie. Una rivoluzione salutare, ancora in divenire, ma ormai irreversibile, ed è così che si passa dai documenti all’azione di carne e  sangue».
Il documento del 2015 diceva: «Va assolutamente colmata la sensazione di vuoto, di isolamento dei loro familiari e degli imprenditori sotto attacco estorsivo o minacce dei mafiosi». Crede che sia stato fatto abbastanza (e non soltanto dalla Chiesa) nell’impegno per sostenere le vittime dei clan?
«Nulla sarà mai abbastanza, dal momento che ci sono valori ed affetti che non si possono ricostruire né sostituire. Alle vittime e ai loro familiari può essere dato il conforto di una Chiesa netta nelle sue posizioni e di uno Stato forte delle sue risposte, in quelle giudiziarie, a tutela della verità, e in quelle riparatorie, a caducazione almeno parziale degli effetti di tanta ferocia. Oggi, va detto, non sempre ciò si avvera, ed è in questo ambito che si registra ancora ampio lo iato tra le legittime aspettative dei cittadini e la presenza delle Istituzioni. Un divario pericoloso, nel quale spesso maturano insoddisfazioni ed amarezze che, alla fine, magari indirettamente ed involontariamente finiscono per legittimare lo strapotere delle ’ndrine ed il modus vivendi che si può estrinsecare in una domanda: chi me lo fa fare? Un quesito assillante, a volte di comodo, da non lasciare mai inevaso».
Già nel 1975 i vescovi calabresi firmarono un documento dal titolo “L’episcopato calabro contro la mafia, disonorante piaga della società”. Nel 2007 la Caritas organizzò il convegno “È Cosa nostra” e, nello stesso anno, la Cec scrisse che  le mafie devono essere contrastate «perché nemiche del vangelo e della comunità umana». Sono solo alcuni degli esempi (non pochi) in cui la Chiesa mostra un risolutezza convincente. Poi, però, a distanza di anni e davanti a casi eclatanti il tema della presa di distanza si ripropone, come se si registrasse un arretramento. Perché ciò accade secondo Lei?
«L’eccezione non sempre fa la regola. Se è vero che fa più rumore un albero caduto di una foresta che cresce, lo è altrettanto il fatto – innegabile – che la Chiesa, nella sua generalità, e quella calabrese in particolare, ha ormai da tempo assunto una posizione chiara: la ’ndrangheta è contro il Vangelo, è una forma di ateismo che ha il suo dio nel potere e nel denaro. Come tale, è in antitesi con la Chiesa ed il cristianesimo, anzi ne è addirittura la negazione. Dunque, non sono possibili punti di contatto».
Che cosa manca ancora alla Calabria per liberarsi dalla schiavitù della criminalità organizzata?
«Credo nulla, perché la Calabria ha già in sé l’antidoto. Manca, forse, solo di applicarlo concretamente, spezzando definitivamente le catene della schiavitù, negli anni rese più forti dal dilagare di fenomeni di corruzione che non hanno risparmiato le istituzioni. La Calabria ha talenti fenomenali in ogni ambito, i suoi figli – quelli che purtroppo sono costretti letteralmente alla fuga – sono dotati di intelligenza, concretezza e preparazione, anche specifica. Quando al territorio è ricco di risorse. Dunque, non manca nulla, se non l’impegno per mettere a frutto gli uni e gli altri. Non è una rivoluzione ciò che serve, ma l’impegno quotidiano, il senso di responsabilità, coltivando alti valori etici e di appartenenza, seminando soprattutto da parte dei genitori e  degli insegnanti  ideali di bene, di correttezza, di educazione, di umanità unendo alla propria umile parola, quella di Cristo, l’unica che può riscaldare i cuori, illuminare le menti e indicare la giusta via per rendere questo mondo, degno di essere vissuto. Volere è potere: se vorremo, un giorno potremo». (redazione@corrierecal.it)

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