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«Covid-19 e la rottura degli equilibri uomo-natura»

di Francesco Bevilacqua*

Pubblicato il: 16/04/2020 – 9:59
«Covid-19 e la rottura degli equilibri uomo-natura»

Uno dei libri più citati e nello stesso tempo meno letti di questo difficile periodo della nostra era, che qualcuno chiama Antropocene, è “Spillover” di David Quammen, edito in Italia da Adelphi nel 2014. Dico «tra i più citati» perché l’autore, fin dal 2012 – anno di pubblicazione del libro negli Usa – aveva previsto l’arrivo di una pandemia causata da una zoonosi, ossia da un virus patogeno proveniente da un animale selvatico che fa il cosiddetto salto di specie verso l’uomo. Da qui il titolo, “Spillover”, termine inglese che significa “riversarsi”. Dico, invece, «tra i meno letti» perché si tratta di un volume di alta divulgazione scientifica di ben 600 pagine, zeppo di dati e di informazioni e con una puntuale bibliografia, di difficile approccio per il lettore medio. In parole povere: molti ne parlano ma quasi nessuno l’ha letto davvero. Avendolo acquistato poco prima del lockdown ed essendo molto interessato a capire quanto sta avvenendo, ho approfittato della clausura forzata divorandolo. E pubblicando una serie di brani sul mio profilo Facebook, a beneficio particolare di tutti coloro che, in questo periodo, corrono dietro ai luoghi comuni quotidianamente ammannitici dalla stampa mainstream per coprire responsabilità collettive e individuali, governative e scientifiche di questo disastro chiamato pandemia.
Quammen non è uno scienziato. È, piuttosto, uno scrittore di viaggi, un divulgatore ed un giornalista che ha collaborato, fra gli altri, con il National Geographic. In “Spillover” racconta delle sue avventure insieme a virologi sul campo a caccia di virus zoonotici (e non solo virus) che hanno provocato epidemie negli ultimi decenni, per scoprire dove, come e quando è avvenuto il salto di specie. Parliamo di nomi sinistri come Ebola, HIV, SARS, Hedra, Coronavirus etc. Oltre a recarsi nei luoghi dove le epidemie hanno avuto origine e ad accompagnare i virologi nelle loro ricerche, spesso alla scoperta di animali “serbatorio” (dei virus) nascosti in remoti recessi di Asia, Africa e Sud America, egli ha partecipato a convegni, congressi, conferenze, seminari ed ha intervistato decine di scienziati veri (molto diversi da quelli che fanno comparsate in Tv), che hanno pubblicato i risultati dei loro studi su prestigiose riviste internazionali.
Oltre a rendere nota al grande pubblico dei lettori non specialisti, la previsione di quegli scienziati circa una grande pandemia che di lì a qualche anno sarebbe venuta da un virus zoonotico altamente contagioso e letale, egli ha anche raccolto le osservazioni degli scienziati circa i comportamenti tutti umani che hanno causato le epidemie.
Il primo comportamento improprio dell’uomo è l’invasione demografica di aree del pianeta in cui gli animali selvatici vivevano indisturbati. Il dato numerico generale la dice lunga: per raggiungere il miliardo di individui, la specie Homo sapiens ci ha messo duecentomila anni; per arrivare a sette miliardi ci ha messo appena due secoli! Parliamo, non a caso, dei secoli della rivoluzione industriale e dell’esplosione della tecnica come strumento al servizio della scienza, a sua volta al servizio prima del capitale e poi dell’alta finanza. Soprattutto negli ultimi cento anni, l’uomo ha distrutto le foreste primigenie, inquinato terra, acqua, aria, prodotto cambiamenti climatici, costruito immense megalopoli riempendole di milioni di individui-automi consumatori, creato piantagioni e allevamenti intensivi altamente impattanti con l’ambiente, si è illuso di poter fare qualunque cosa e che quella stessa scienza e quella stessa tecnica che gli hanno consentito di produrre i disastri qui vagamente enumerati gli avrebbero consentito di ripararli. Tutto questo in una corsa spasmodica alla crescita economica infinita, al produttivismo, ai consumi, alla omologazione culturale e comportamentale.
Così, anche in aree del Pianeta dove l’utilizzo ad uso alimentare della carne era minimo è stata esportata la moda, tutta occidentale, dell’alto consumo di proteine animali. Ma, nel mentre sorgevano e continuano a sorgere a ritmo frenetico, anche in quelle aree, allevamenti intensivi di animali domestici, le popolazioni povere (e non solo quelle povere), le cui città e bidonville sono addossate ad ambienti naturali, hanno cominciato ad approvvigionarsi di carne fra animali selvatici mai utilizzati prima a questi fini, come, ad esempio, molte specie di pipistrelli, ma anche ratti, zimbetti, cani, gatti, serpenti, corvi, scimmie e quant’altro, cacciati ovunque e venduti in enormi mercati della carne. Proprio dalla contiguità dell’uomo con i liquidi corporei e con la carne di questi animali sono venute tutte le epidemie di cui ho scritto sopra, a causa del fatto che virus che se ne stavano tranquilli negli animali, si sono improvvisamente trovati a “banchettare” dal di dentro nell’organismo degli uomini. Quando i virus hanno evoluto ed adattato i loro comportamenti ai nuovi organismi ospiti, ecco le malattie e le epidemie.
A questo si aggiunga la moda degli occidentali di fare viaggi esotici e rischiosi, la rapidità degli spostamenti delle persone, la facilità di circolazione delle merci, la crescita economica esponenziale (e quindi dei comportamenti consumistici) nei cosiddetti paesi emergenti.
Ma quel che dal libro di Quammen emerge in modo devastante, come un capo d’accusa verso la comunità scientifica internazionale – quella dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, degli istituti nazionali della sanità etc. – e verso i governi delle nazioni, è quanto gli avvertimenti dei virologi sul campo siano stati colpevolmente ignorati! Nulla o quasi è stato fatto, quantomeno negli ultimi dieci anni, dopo la pubblicazione del libro e delle ricerche da cui esso scaturisce, per realizzare piani pandemici atti a prevenire le zoonosi e per attrezzare i sistemi sanitari di ciascun paese con presidi capaci di proteggere dal contagio quantomeno i sanitari impegnati e nello stesso tempo adeguati a curare le conseguenze delle malattie virali (che, non per nulla, si sono infettati a migliaia).
Quel che nemmeno Quammen poteva aspettarsi, però, è che in un paese evoluto come l’Italia, i pronti soccorso degli ospedali e perfino i reparti di infettivologia fossero incredibilmente privi dei più elementari strumenti che un qualunque piano pandemico avrebbe dovuto prevedere: mascherine, caschi, tute ad alta protezione. Per non parlare dell’improvvido depotenziamento del servizio sanitario nazionale a cui si è dovuta opporre un’improvvisata quanto tardiva e costosa manovra di segno opposto.
La conclusione del libro – scritto in epoca non sospetta – è un monito a rivedere radicalmente il rapporto uomo-natura, ad abbandonare la prosopopea antropocentrica, scientista e economicistica ed a comprendere che non siamo i padroni della Terra ma che costituiamo solo una parte di essa. E quando la Terra si avvede che una specie mette in pericolo la vita della Pianeta nel suo complesso, sa perfettamente come difenderla. Le pandemie non sono armi di distruzione di massa, come ci viene fatto credere: quelle armi sanno crearle solo gli uomini, come avvenne con i forni crematori e le bombe atomiche e come avviene ancora oggi con le armi chimiche, le pulizie etniche e quant’altro.
Le pandemie sono – come conferma Quammen – i mezzi più efficaci che la Natura conosce per garantire la conservazione della vita sulla Terra, dei suoi ambienti, dei suoi organismi e, nello stesso tempo, per ricondurre a ragionevolezza i comportamenti dell’uomo. Se non sapremo cogliere questa occasione straordinaria rappresentata dall’ultimo virus che abbiamo volontariamente e pervicacemente importato in noi stessi, potrebbe non essercene un’altra.
*avvocato, scrittore e naturalista

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