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Il drammatico interrogatorio di Saraco sulla corruzione in Tribunale: «Il sistema non ha funzionato»

Il maxi sequestro di beni da scongiurare. La mazzetta per “ottenere” la liberazione di suo padre. I rapporti con Schiavone e i contrasti con un legale “pericoloso”. Nelle 358 pagine di sofferte dic…

Pubblicato il: 14/05/2020 – 10:05
Il drammatico interrogatorio di Saraco sulla corruzione in Tribunale: «Il sistema non ha funzionato»

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO Il “sistema”, così lo chiama l’avvocato Francesco Saraco, imputato per corruzione in atti giudiziari nel processo “Genesi” che partirà il prossimo 9 giugno a Salerno e vedrà imputati il giudice, ora sospeso, della Corte d’Appello di Catanzaro, Marco Petrini, Vincenzo Arcuri, Luigi Falzetta, Emilio Santoro, detto Mario, Francesco Saraco, e l’ex consigliere regionale ed ex parlamentare Giuseppe Tursi Prato. Giudizio immediato viste le dichiarazioni rese da Saraco, da Marco Petrini e dal faccendiere Emilio Santoro. Un sistema nel quale Saraco si è venuto a incagliare nel 2013, quando suo padre, Antonio Saraco, è stato arrestato nel corso dell’operazione “Itaca Free Boat”. L’accusa è quella di estorsione aggravata dal metodo mafioso per avere vessato alcuni imprenditori durante la costruzione di una darsena a Badolato.
 «Il sistema a monte non ha funzionato, dottore», dice Saraco rivolgendosi al procuratore aggiunto di Salerno Luca Masini. E il “sistema” che racconta è un’intricata rete fatta da rapporti strettissimi tra un avvocato del Foro di Catanzaro, un consulente parecchio ammanicato, un giudice del Riesame. Chi voleva che venissero accolte le istanze al Riesame doveva passare da quell’avvocato e dal suo consulente (quest’ultimo anche indagato in Genesi, Claudio Schiavone).
È un’irta montagna da scalare il procedimento “Genesi” aperto dalla Procura di Salerno nei confronti del giudice Marco Petrini, di avvocati del foro del capoluogo calabrese, funzionari, politici, faccendieri di ogni ordine e grado, medici, imputati in cerca di sentenze favorevoli. Una bella gatta da pelare per il procuratore aggiunto Luca Masini, il sostituto Vincenzo Senatore e il procuratore capo Giuseppe Borrelli, già procuratore aggiunto a Catanzaro dal 2009 fino a febbraio 2014.
DICHIARAZIONI AL VETRIOLO A rendere bollenti le indagini e impegnativi i riscontri della Guardia di finanza di Crotone ci sono anche gli interrogatori resi da Francesco Saraco, 41enne avvocato di Badolato, accusato di avere procurato al giudice Petrini denaro e altri beni pur di vedere “aggiustato” il processo contro il padre, Antonio Saraco (imputato per estorsione aggravata nel processo “Itaca Free Boat”), e di ottenere la restituzione di una parte dei beni di famiglia sequestrati. Saraco, nell’interrogatorio reso l’11 febbraio scorso è un fiume in piena. È un interrogatorio, lungo, sofferto, tirato, non sono pochi i momenti di incomprensione, diciamo così, con il procuratore aggiunto Luca Masini e il sostituto procuratore Vincenzo Senatore. 
Gli investigatori e i magistrati hanno stilato 358 pagine di dichiarazioni, con abbondanti stralci omissati, nelle quali vengono tirati in ballo – nessuno di questi risulta indagato – un giudice del Riesame, avvocati livorosi e offesi per non essere stati nominati, un militare della Guardia di finanza, imprenditori. Saraco giura – «sul bene dei miei figli» – di stare raccontando tutta la verità, di essere un corruttore ma, appena sotto il pelo dell’acqua, traspare anche il messaggio di dichiararsi vittima di un sistema sbagliato alla base. «Però, dottore – dice rivolgendosi alle contestazioni dell’aggiunto Masini – io voglio dire una cosa, io la corruzione l’ho fatta perché il sistema a monte non ha funzionato, dottore». I magistrati verbalizzano tutto puntualizzando che, dopo, ogni parola dovrà confrontarsi con i riscontri delle fiamme gialle.

IL PRINCIPIO Saraco afferma di avere voluto rendere interrogatorio perché davanti al gip, dopo il suo arresto, il 15 gennaio 2020, non aveva detto tutta la verità in merito all’assegno da 100mila ero sequestrato a casa dell’ex medico di Cosenza e faccendiere del giudice Petrini, Emilio Santoro. «Devo aggiungere che in quell’interrogatorio non mi erano state poste domande sul ruolo avuto nella vicenda dallo Schiavone», afferma, inoltre, Saraco. Parte dal principio l’avvocato di Badolato, il quale dichiara, in primo luogo, di avere orchestrato la corruzione che gli viene contestata insieme a Claudio Schiavone, un commercialista, che spesso redigeva le consulenze tecniche per conto dei Saraco, anche se a firmarle era sempre un altro consulente perché Claudio Schiavone «abitualmente riceveva incarichi di consulenza o di amministrazione dal Tribunale e anche dalla Corte di Appello». Saraco premette di avere «concordato con Schiavone di corrompere il giudice Petrini non solo in relazione al processo di cognizione di appello ma anche con riferimento alla possibilità di ottenere una revoca del sequestro». Secondo Saraco, tutta la vicenda corruttiva – nata con l’arresto di Antonio Saraco nel 2013 – sarebbe figlia di una sorta di ritorsione che la famiglia avrebbero subìto da parte di un avvocato del Foro di Catanzaro che difendeva molte persone all’interno del processo “Itaca Free Boat” e che non era stato chiamato anche per la posizione di Antonio Saraco. Per distinguersi, i Saraco avevano deciso di rivolgersi a un altro difensore scatenando così le ire dell’avvocato che non solo non era stato nominato ma avrebbe, a detta di Francesco Saraco, mostrato parecchio livore nei confronti del loro difensore. A questo punto Saraco si rivolge a Schiavone e gli chiede di intercedere per loro presso questo avvocato affinché non crei loro problemi. Schiavone lo avverte di stare «in guardia dal pericolo» che poteva rappresentare farsi un nemico che «aveva relazioni con organi di polizia giudiziaria e magistrati».
I MECCANISMI Nel 2016 il Tribunale di Catanzaro, su richiesta della Dda, sequestra i beni della famiglia Saraco. A questo punto, racconta l’imputato, si ripresenta Claudio Schiavone rinnovando l’invito a nominare il solito avvocato il quale, sono le voci che circolano all’interno del foro del capoluogo, ha forti addentellati dentro gli uffici del Tribunale della Libertà di Catanzaro tanto da essere riuscito ad “aiutare”, sono notizie sempre bisbigliate, due importanti imprenditori lametini. Ma Francesco Saraco continua a opporre un netto rifiuto.
Nel 2018 arriva, in primo grado, la sentenza di condanna: 10 anni per Antonio Saraco più la confisca dei beni. A questo punto è lo stesso avvocato a richiamare Francesco Saraco affermando che sia giunto il momento di nominare lui come difensore, il preventivo «per risolvere la questione» è di 200mila euro. In quel periodo i Saraco non hanno più soldi dopo la confisca, il rigetto del primo Riesame e il rigetto dell’appello del Riesame che aveva addotto che mancavano dei documenti sulle prime attività di Saraco padre. «Questa istanza ancora pende, non ha deciso e sono passati due anni e mezzo», dice Francesco Saraco riferendosi all’appello del Tribunale della Libertà. Francesco Saraco afferma davanti ai pm di Salerno di avere accettato di nominare anche l’altro avvocato «per mantenerlo calmo». Anche perché «abbiamo saputo che praticamente qualcuno ha mandato una lettera anonima al collegio giudicante sostenendo che noi ci stavamo comprando il processo». «Cioè erano dei meccanismi, guardi, dottore – afferma l’imputato –, che talmente, forse nessuno ci può credere però io vi sto raccontando la verità di quello che mi è accaduto a me».

«TE NE DO 150 SE RISOLVI IL PROBLEMA DI MIO PADRE» Arrivati al processo d’Appello, Francesco Saraco parla con Schiavone. «E io a Schiavone – dice Saraco – gli ho dato praticamente sessantamila euro, ma facemmo un accordo in cui io gli avrei dato centocinquantamila euro se lui mi dava una mano per risolvere la questione di mio padre». Schiavone accetta e riceve un acconto di 60mila euro in contanti, «frutto di altre attività di evasione che avevo fatto dalla mia attività professionale di avvocato e imprenditore». Questo patto sarebbe avvenuto a Cosenza, nello studio di Schiavone.
L’ASSEGNO A SANTORO Il commercialista promette di intervenire ma non fa il nome del giudice che avvicinerà. Il nome Saraco lo verrà a scoprire più tardi, quando, durante una udienza d’Appello, Schiavone gli presenterà Emilio Santoro, detto Mario, medico di Cosenza molto vicino al giudice Petrini. Sarà dalla viva voce di Santoro che l’avvocato Saraco scoprirà, così racconta, che il commercialista Schiavone aveva versato al giudice Marco Petrini solo 30mila euro in luogo delle 60mila che aveva ricevuto. Gli racconta Santoro che 23mila euro le aveva trattenute il giudice e 7000 erano andate al suo faccendiere Santoro. Ma quest’ultimo è molto adirato nell’apprendere che la somma stanziata inizialmente era il doppio di quella elargita. Pretende una garanzia da esibire al giudice. Così Francesco Saraco gli stacca un assegno da 100mila euro intestato a Marco Petrini. Ma è uno specchietto per le allodole, spiega l’avvocato Saraco: serve a tenere calmo Santoro. «Questo assegno serviva a tenere calmo Santoro che era arrabbiato con Schiavone. In realtà questo assegno non era bancabile per due ragioni: la prima perché conteneva una correzione sul nominativo del beneficiario e la seconda perché era tratto su un conto corrente sottoposto a sequestro. Il mio obbiettivo restava di corrompere magistrati della Corte di Appello tramite Schiavone». Anche l’idea di procedere a fare un’istanza per il dissequestro dei beni in periodo feriale, afferma Saraco, è stata di Schiavone il quale avrebbe poi avocato a sé il merito del parziale dissequestro. L’imputato giura più volte che la corruzione che a lui premeva riuscisse era quella per l’assoluzione del padre, voleva che il genitore non tornasse in carcere. Il dissequestro, dice, non era vittoria sulla quale gioire perché «non avrebbe determinato effetti immediati sul nostro patrimonio poiché rimaneva in piedi il sequestro di prevenzione».
CONTESTAZIONI Le dichiarazioni sul dissequestro dei beni da parte di Petrini e i rapporti con Saraco sono frutto di una lunga e accesa discussione tra Saraco e i pm. Per decine di pagine è un rimando di accuse, contestazioni e proteste. I toni sono accesi: «Avvocato, lei non sta confessando nessuna corruzione e ci arriva anche da solo, ha capito?», dice a muso duro l’aggiunto Masini e calca la mano poco dopo: «Allora avvocato Saraco si gioca tutto qua, sappiamo per certo, perché chi ha fatto la corruzione ha confessato la corruzione, ha spiegato tutto, quando, dove, eccetera, quindi se lei ci vuole rispondere ci risponda se no…».
Il disinteresse sul dissequestro e la storia dell’assegno non convincono i magistrati. Saraco sbotta: «Dottore, voi non volete la verità, voi qua non volete la verità, voi qua non volete la verità!». 
Ma i magistrati non ritengono «credibile che tutta questa attività fosse stata dispiegata all’insaputa di Francesco Saraco e che lo stesso non fosse stato messo a parte di tale accordo corruttivo dallo Schiavone e forse anche da altri. Non è altresì credibile che detto provvedimento di restituzione non fosse d’interesse della famiglia Saraco e dello stesso Francesco Saraco diversamente non si spiegherebbe la ragione della presentazione dell’istanza e del coinvolgimento del magistrato Petrini che ha confessato di essere stato corrotto dallo Schiavone ed ha confessato altresì di aver ricevuto in esibizione l’assegno da 100mila euro sottoscritto da Francesco Saraco intestato a Marco Petrini e consegnato a Emilio Santoro, detto Mario. Non è altresì credibile quanto dichiarato dall’indagato Francesco Saraco in ordine alla sua assenza di volontà di corrompere il magistrato Petrini anche attraverso l’intervento di Emilio Santoro detto Mario posto che lo stesso ha consegnato a quest’ultimo un assegno a sua firma dell’importo di 100mila euro che sostanzialmente costituiva un indizio gravissimo a suo carico in caso di rinvenimento, come poi è avvenuto. Non è altresì credibile quanto dichiarato da Francesco Saraco in relazione alla asserita assenza di corrompere il giudice Petrini attraverso il Santoro Mario, tenuto conto del contenuto dei ripetuti colloqui intercettati tra lui ed Mario Santoro in cui il Saraco accetta di corrispondere beni al Petrini per il tramite del Santoro tra i quali una autovettura, un appartamenti a Rho realizzato da un’impresa di proprietà riconducibile alla famiglia Saraco».
Dalle tre del pomeriggio alle otto di sera gli animi sono esausti. Alla fine Saraco ammette che Schiavone gli aveva prospettato, «due mesi prima del deposito dell’istanza di dissequestro la possibilità di ottenere il dissequestro nel periodo feriale, quando il collegio sarebbe stato composto da un magistrato da lui corrompibile».
LA MONTAGNA DA SCALARE Un interrogatorio sofferto e con parecchie ombre da rischiarare quello dell’11 febbraio scorso. Un interrogatorio che apre la pista verso nuove indagini e riscontri che saranno affidati alla Guardia di finanza di Crotone. Come se non bastasse c’è chi, come il giudice Petrini, ha deciso di rendere interrogatorio ai magistrati campani, conquistando anche i domiciliari, salvo, poi, essere ricondotto in carcere con l’accusa di inquinamento probatorio. Avrebbe reso dichiarazioni mendaci in almeno due verbali, quelli del 25 e 29 febbraio. «Petrini ha sostanzialmente disconosciuto la veridicità delle dichiarazioni rese, in particolare il 25.02.2020, ed aventi contenuto accusatorio nei confronti di almeno tre magistrati del distretto di Catanzaro, stravolgendo, al contempo la ricostruzione di una vicenda corruttiva», scrive il gip. A istigarlo sarebbe stata la moglie – la quale si difende, lo definisce ex marito, e respinge ogni accusa – Stefania Gambardella, oggi accusata di induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria in concorso con persone allo stato ignote. Una montagna irta da scalare l’indagine “Genesi” che sputa fuori, oggi, anche le dichiarazioni mendaci del protagonista assoluto, il giudice corrotto. Riusciranno gli inquirenti ad arrivare in cima al “sistema”? (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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