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«Ponte sullo Stretto, ecco perché non può essere una priorità»

di Domenico Marino*

Pubblicato il: 13/06/2020 – 7:03
«Ponte sullo Stretto, ecco perché non può essere una priorità»

Lo Stretto di Messina è sempre stato un luogo del Mito. Questo tratto di mare ha sempre avuto qualcosa di particolare da raccontare alle generazioni che si sono susseguite sulle sue sponde. E la saga del Ponte ha anch’essa radici antiche.
A quanto ne sappiamo, il primo tentativo di costruzione di un attraversamento stabile dello Stretto risale al 251 a.C. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, ci racconta del tentativo fatto dal console romano Lucio Cecilio Metello di far attraversare lo Stretto su un ponte di barche e botti – secondo una consolidata tradizione romana – ai 140 elefanti sottratti al generale cartaginese Asdrubale dopo la battaglia di Palermo.
Oggi, dopo 2000 anni, abbiamo la certezza che il Ponte non è una priorità per la Calabria; che molto probabilmente non è utile allo sviluppo della Regione, ma anzi le è potenzialmente dannoso. Il Ponte sullo Stretto è una mega infrastruttura che poco ha a che fare con lo sviluppo, perché non migliora sensibilmente la situazione attuale. Sarebbero più utili investimenti di gran lunga inferiori in termini di costo, che contribuissero a migliorare il sistema dei trasporti siciliano e calabrese.
Il Ponte è un inutile spreco di denaro pubblico che tra l’altro produce, in un periodo di risorse scarse, un effetto di spiazzamento sugli altri investimenti. Le risorse non sono infinite; anzi, in questo momento di crisi sono molto limitate. Investire sul Ponte significa precludere la possibilità di fare altri interventi infrastrutturali più urgenti e prioritari. Non è affatto vero che il Ponte sarà l’investimento che trascinerà il sistema infrastrutturale del Sud; sarà piuttosto l’intervento che impedirà altri interventi più utili e anzi prioritari, e che non farà altro che collegare due deserti.
La logica vorrebbe il Ponte sullo Stretto fosse il punto finale di una politica delle infrastrutture che, dopo aver miglio rato le infrastrutture interne alle due Regioni ed eliminato tutti i colli di bottiglia nelle reti di trasporto di Sicilia e Calabria, facesse crollare l’ultimo diaframma. Invertire questa logica significa essere fuori dal ragionamento economico e fare solo ragionamenti populistici che poco servono allo sviluppo.
Il Ponte, insomma, non solo non è una priorità per lo sviluppo delle due Regioni, ma è piuttosto un’opera inutile che rallenta il processo di convergenza infrastrutturale del Mezzogiorno, perché storna risorse importanti dalla soluzione dei problemi veri e dalla risposta ai veri bisogni. La scelta è quindi tra la costruzione del Ponte e il vero sviluppo economico di Calabria e Sicilia. Il Ponte non serve alle comunità locali; non è strategico per gli spostamenti di lunga distanza; difficilmente si autofinanzierà. Soprattutto, il Ponte non è funzionale al modello di sviluppo dell’area dello Stretto. La Calabria e la Sicilia, se vogliono avviare processi virtuosi di sviluppo, devono puntare sulle loro risorse territoriali e sulle vocazioni caratteristiche degli ambiti locali; devono innescare processi endogeni, valorizzando le loro molteplici ricchezze sia ambientali che storico- culturali. Oltre che inutile e diseconomico, questo Ponte sembra anche sostanzialmente legato a una filosofia vecchia e arretrata dello sviluppo: una filosofia che non tiene conto dell’evoluzione e della complessificazione del sistema economico contemporaneo, e che continua a proporre ricette vecchie per la soluzione dei problemi, quando invece bisognerebbe agire rapidamente con strumenti nuovi e adeguati ai tempi.
Impiegare tutte le risorse disponibili in questo grande progetto, significherebbe meno investimenti in altri settori e quindi, in concreto, meno strade, meno ospedali, meno acquedotti, meno finanziamenti alle scuole e alle università, meno investimenti per le imprese e per il capitale umano.
Il Ponte è un annuncio perenne, che ha generato e continua a generare un considerevole impegno di spesa pubblica (improduttiva); che crea aspettative (lecite e illecite), visioni e sogni di sviluppo, è un inutile spreco di denaro pubblico che tra l’altro produce, in un periodo di risorse scarse, un effetto di spiazzamento sugli altri investimenti. Investire sul Ponte significa precludere la possibilità di fare altri interventi infrastrutturali più urgenti e prioritari. In un periodo di crisi e di sacrifici come quello che stiamo attraversando la gente non è più disposta a credere alle favole. Abbiamo bisogno di infrastrutture che servano bisogni semplici della popolazione, ma tremendamente reali, come quello di non rischiare la vita a causa di una violenta pioggia.
Il giudizio tecnico sull’opera è diverso da quello politico. L’economista sconsiglia fortemente di impelagarsi in un progetto inutile e dannoso, che assorbirà risorse pubbliche per anni e devasterà l’ambiente e il paesaggio dello Stretto. Ma l’economia è la fredda scienza dei numeri, mentre la politica è l’arte del possibile. Anche se, in questo caso, la decisione di costruire il Ponte nonostante tutte le evidenze considerate appare piuttosto simile a un elogio della Follia.
*docente di Politica economica all’Università Mediterranea di Reggio

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