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«Regionali, perché non una donna?»

di Francesco Bevilacqua*

Pubblicato il: 13/12/2020 – 7:19
«Regionali, perché non una donna?»

Ma vi pare accettabile che le componenti della “sinistra” stiano ancora lì a cincischiare, quando si avrebbe l’occasione storica di aprire, a brevissimo, una nuova stagione politica per la nostra disastrata Calabria? Dopo le divisioni e il fallimento del disunito fronte “progressista” alle ultime elezioni, dopo le figuracce delle precedenti amministrazioni di sinistra, dopo le figuracce di quelle di destra, dopo il disastro della sanità.
Chiariamo una cosa: non sono un teorizzatore della superiorità morale della sinistra. Tutt’altro: ho molti amici che si definiscono conservatori con i quali dialogo volentieri e non è raro che ci si trovi d’accordo. Ma qui voglio rivolgermi, invece, proprio alla sinistra, per due semplici ragioni.
La prima. Ciò che differenzia un sistema democratico da uno totalitario è che si possono mandare a casa governanti incapaci senza bisogno di un’insurrezione. Il voto è forse l’unica soddisfazione concessa ai cittadini in quella forma di stato che, nella sua declinazione contemporanea, non io ma gente del calibro di Eduardo Galeano e Pedrag Matvejevic chiamano “democratura”. Il riferimento è, appunto, alle democrazie nelle quali a governare sono sempre gli stessi “poteri” (solitamente economici e finanziari) che si nascondono dietro leader e a forze politiche apparentemente antitetiche. Sicché capita che la gente, stufa del “sistema” di sostanziale equivalenza fra destra e sinistra, esprima un “voto di protesta” (qualcuno lo chiama – per me a torto – “populista”). È successo anche in Italia: basta pensare agli exploit di Lega e Movimento Cinquestelle.
La seconda. Credo ancora in certi valori propri della sinistra, così come li delineò Norberto Bobbio nel suo famoso saggio “Destra e sinistra” del 1994: l’anelito verso l’uguaglianza, la solidarietà sociale, la fratellanza, l’esigenza di trasformazione ed avanzamento della società. Oggi aggiungerei anche la cura per l’ambiente. Benché molte “sinistre” al governo abbiano puntualmente abiurato gran parte di quei valori.
E forse è proprio per questo motivo – e non per il dilagare del cosiddetto populismo – che i ceti popolari, dacché votavano a sinistra, oggi votano, invece, a destra. A me pare che la sinistra attuale faccia una gran fatica a capire che le destre iper-liberiste, sovraniste, xenofobe, autoritarie hanno spesso la meglio proprio perché la sinistra ha abbandonato quei valori che li legavano ai ceti popolari. Un’acuta analisi scritta in tempi non sospetti su l’abiura della socialdemocrazia si trova nel bel libro di Tony Judt “Guasto è il mondo”, tradotto in Italia da Laterza nel 2012.
Esattamente come è accaduto, in piccolo, proprio in Calabria, quando le due precedenti esperienze di governi di sinistra (presidenti Agazio Loiero e Mario Oliverio) sono franate al momento della verifica elettorale, consentendo il successo della destra, che si presentava, appunto, come “il cambiamento”. Dico: giustamente! Perché, come ho provato a spiegare, sarebbe una contraddizione in termini una democrazia in cui governi sempre la stessa parte politica.
Ciò detto, torniamo alle divisioni all’interno di quella che, con un elevato grado di rinnovamento, potrebbe essere una sinistra che si candida, anch’essa, per “il cambiamento” in Calabria. A me pare un errore clamoroso. Aggravato dal fatto che, pur avendo avuto lo schiaffone del primo presidente della Calabria donna (la Santelli), candidata dalla destra e non dalla sinistra, ancora non ci si rende conto che forse, per superare le divisioni ed i diktat dei tanti uomini in corsa, basterebbe unirsi tutti proprio intorno al nome di una donna.
E dire che di donne-modello che meriterebbero di essere le candidate uniche di una coalizione di sinistra in Calabria ce sono. Faccio i primi nomi che mi vengono in mente, chiedendo scusa alle persone che citerò, con le quali non ho mai parlato (alcune neppure le conosco personalmente), che non mi hanno in alcun modo autorizzato a indicarle e che, magari, non accetterebbero la proposta per svariate ragioni. Eccole, in rigoroso ordine alfabetico: Pina Amarelli (giornalista, imprenditrice di successo nel campo dell’enograstronomia, cavaliere del lavoro); Mirella Barracco (manager ed operatrice culturale, presidente di Fondazione Napoli 99 e del Parco Letterario I Viaggiatori del Gran Tour, membro di consigli direttivi di prestigiose istituzioni culturali); Anna Falcone (avvocato, costituzionalista, vice-presidente del comitato per il no al referendum costituzionale per la riforma renziana), Luisa Latella (già prefetto a Reggio Calabria, Vibo Valentia, Foggia, Catanzaro, alto funzionario ministeriale); Doris Lo Moro (ex magistrato ora alto funzionario ministeriale, già sindaco di Lamezia Terme per due volte consecutive, consigliere ed assessore regionale, parlamentare); Federica Roccisano (ricercatrice di economia sociale, presidente di una cooperativa sociale, ex assessore regionale alla pubblica istruzione, lavoro e politiche sociali); e potrei andare avanti a lungo, elencando anche tante donne meno note che si battono ogni giorno nei loro ambiti, sui rispettivi territori, per contrastare, malaffare, corruzione, cattiva amministrazione, scempi di ogni tipo.
E siccome è la terza volta che provo a dire pubblicamente che le forze di sinistra dovrebbero unirsi nel nome di un candidato donna, mi aspetto di capire dagli esponenti di partiti e movimenti perché “l’altra metà del cielo” non sembra avere cittadinanza nella sinistra, pur avendola avuta nella destra.
Una volta per tutte si capirebbe che la buona politica non è né di destra né di sinistra, ma solo degli uomini e, ancor più, vista la loro assenza di responsabilità per i guasti del passato, delle donne.
Che cosa vi frena, amici di sinistra, a fare un passo in questa direzione? O aspettate che sia la destra a darvi l’ennesimo schiaffone. Scrive Valeria Palumbo recensendo il libro di Noemi Ghetti “Gramsci e le donne” pubblicato da Donzelli (ringrazio Massimo Iiritano per avermelo segnalato): «Se le donne si fossero rifiutate di prestare ascolto agli uomini che inneggiavano alla rivoluzione, alla libertà e al progresso soltanto per sé stessi e il loro sesso, saremmo di sicuro molto, ma molto più avanti». Vale anche per la Calabria.

*Avvocato e scrittore

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