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«I celti e il druido»

di Francesco Bevilacqua*

Pubblicato il: 09/01/2021 – 18:18
«I celti e il druido»

Più invecchio, più provo pietà per gli assembramenti omologanti, per le masse che ondeggiano all’unisono come un banco di sardine nell’oceano. Questo sentimento ho provato, dopo qualche ora di sgomento e di rabbia, dinanzi alle immagini che arrivavano dal Congresso degli Stati Uniti, con l’assalto degli hooligans di Trump al cuore della democrazia americana. Sì, avete letto bene: pietà! Già perché quella massa di svitati, se avesse voluto davvero fare male, sarebbe arrivata con i fucili a pompa ed i bazooka, che, come è noto, negli Stati Uniti si possono comprare e detenere liberamente. Invece, a parte qualche violenza all’arma bianca, quella massa sembrava fatta di scolaresche un po’ caciarone in visita a qualche abborrito monumento. Mi sbaglierò, ma a me più che dei ribelli, alla fine, mi sono parsi degli sbarbatelli.
Beninteso, lungi da me qualunque forma di giustificazione del gesto: è stata una profanazione, una blasfemia, un maldestro tentativo di abbattere quella moderna forma di religione laica che tutti chiamiamo democrazia. In questo potrebbe tornarci utile la lezione del grande storico delle religioni Mircea Eliade, che nel suo “Il sacro e il profano”, del 1957, dimostra come la religione, obliterata dalla modernità, torna sotto mentite spoglie nella politica, nella psicoanalisi e perfino nell’ateismo più impenitente. Celandosi, mascherandosi, divenendo incubica. Secondo Eliade perfino il marxismo mutuava simboli tipici della religione: il proletariato al posto del popolo eletto; la lotta fra il Bene (la dittatura del proletariato) e il Male (il capitalismo); la certezza escatologica di una fine assoluta della storia.
Beh, l’impressione che ho avuto di quella massa di finti celti con le corna scorrazzanti nella “navate” del Campidoglio, dopo essere stata arringata dal suo druido e sommo sacerdote dal riporto color paglierino, è che volesse abbattere gli dei un po’ consunti della democrazia e sostituirli con il suo idolo d’oro. Ma anche che volesse farlo a mani nude!
E c’è un altro aspetto della questione, collegato al precedente, che mi fa riflettere. È l’ingenua credenza di certe masse moderne di riuscire ancora ad imporsi sul potere costituito, qualunque esso sia. Negli ultimi decenni il mondo è stato costellato di gesti “insurrezionali” più o meno grandi, che però non hanno condotto a nessun cambiamento effettivo: il sistema, globale e locale, è sempre rimasto uguale a sé stesso. Semmai si è omologato, complicato, contorto, ma è sempre lì, più in sella che mai. Eppure queste forme esasperate di populismo – ovvero di un populismo portato alle sue estreme conseguenze (perché di questo mi pare si tratti) – sono sempre più presenti anche nelle moderne democrazie laiche. C’è sempre qualcuno che continua a illudersi, cioè, di controllare i controllori, di sorvegliare i sorveglianti, di abbattere il potere costituito gettandosi nella mischia a testa bassa. Sia che lo faccia attraverso un pittoresco partito politico nazionalista e xenofobo, sia che si innamori perdutamente di un riccone, di un comico o di un imbonitore, sia che abbia la presunzione di invadere un’istituzione democratica come è accaduto negli Usa.
Qualche osservatore (da destra e da sinistra) parla di “disagio sociale” alla base di questi gesti. Sarà vero, forse, ma nelle facce degli assalitori del Campidoglio non mi pare di aver visto espressioni di persone che devono sbattersi ogni giorno per sbarcare il lunario. Piuttosto mi è sembrato di scorgere – soprattutto nelle mascherate da trogloditi post-moderni – qualche segno di un disagio psicologico o fors’anche psicoanalitico. Un altro grande storico delle religioni (guarda caso), Ernesto de Martino, in un capitolo di “Furore Simbolo Valore”, del 1962, racconta come nella civilissima Stoccolma, la sera di capodanno del 1956 una massa di cinquemila giovani mascherati con emblemi di teschi e misteriose iscrizioni cabalistiche, si riversò in piazza assaltando luoghi simbolici, facendo sfoggio della sua “potenza di eversione”, ma senza un particolare progetto politico o sociale e soprattutto senza alcuno sbocco concreto. Scrive De Martino riferendosi a quell’evento: «Vi affiora un’angosciosa esplosione di puro furore distruttivo». Furore che nelle società tradizionali veniva reso sostanzialmente innocuo attraverso riti appositi come il capodanno babilonese o i saturnali romani. Erano riti in cui l’irrazionale impulso distruttivo da sempre presente nell’uomo (secondo Sigmund Freud) veniva sprigionato in modo controllato e circoscritto, per poi risolversi nel ritorno programmato all’ordine razionale. Dopo una lunga e bella analisi di tutto ciò (che sarebbe impossibile sintetizzare qui) De Martino esprime il grave dubbio che le moderne democrazie laiche, dopo aver fatto piazza pulita di tutto il bagaglio cerimoniale, simbolico e religioso del passato – che consentiva lo sfogo ritualizzato del furore, appunto – fossero in grado di consentire agli individui di partecipare attivamente all’esperienza morale che alimenta le forme di governo delle società e di sentirsi protagonisti del loro destino. «Si è verificata una crisi delle credenze tradizionali – scrive De Martino – […]. A una falsa libertà fondata sulla miseria si è creduto troppo spesso contrapporre una democrazia fondata esclusivamente sul benessere, mentre il problema centrale resta la partecipazione a un certo ordine di valori morali, un piano di controllo e di risoluzione culturale della vita istintiva. Senza questa partecipazione e al di fuori di questo piano, c’è sempre il rischio che il capodanno babilonese si converta nel capodanno di Stoccolma».
Ed ecco forse perché se il druido chiama, i celti rispondono. Dai colonnati di Capitol Hill alle sacre ampolle di Pontida.

*Avvocato e scrittore

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