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IL MAXI PROCESSO

Rinascita, il collaboratore Arturi: «L’inganno della ‘ndrangheta, una Ferrari con le ruote bucate»

Il pentito cosentino racconta la riunione delle cosche convocata da Luigi Mancuso. D’Elia: le estorsioni a Catanzaro e la latitanza a Piscopio

Pubblicato il: 08/02/2021 – 20:59
di Alessia Truzzolillo
Rinascita, il collaboratore Arturi: «L’inganno della ‘ndrangheta, una Ferrari con le ruote bucate»

LAMEZIA TERME Umile Arturi, 64 anni, è stato elemento di spicco della cosca Pino-Sena di Cosenza fino al 1997, anno in cui ha deciso di collaborare. Definisce il suo boss, Franco Pino, anche lui collaboratore di giustizia, uomo dalla mente brillante, “Il Donatello della ‘ndrangheta”, con la dote dei Beati Paoli che gli consentiva di partecipare alle riunioni del Crimine. Fino alla metà degli anni ’70 la locale di Cosenza non era attiva, non veniva riconosciuta, era una locale bastarda perché dedita ad attività che non piacevano ai vertici reggini che comandavano sulle cosche calabresi. Solo in seguito, con la morte di Luigi Palermo e con l’arrivo delle cosche Pino-Sena e Perna-Pranno è stata riconosciuta anche la ‘ndrangheta cosentina.

LA RIUNIONE A NICOTERA

Un esempio della caratura che le cosche cosentine avevano raggiunto in seno alla ‘ndrangheta, Umile Arturi, sentito come teste nel corso del maxi-processo Rinascita-Scott, lo fa riguardo alla famosa riunione che si tenne nel 1992 tra gli esponenti delle cosche calabresi in merito alla proposta della mafia siciliana, dei Corleonesi di Totò Riina in particolare, di partecipare alla strategia stragista contro lo Stato. La riunione – racconta il collaboratore rispondendo alle domande del sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci – si tenne a Nicotera, in un villaggio gestito dalla Valtur (villaggio Sayonara, ndr), che era nelle disponibilità della famiglia Mancuso. A convocare la riunione era stato il boss Luigi Mancuso. Arturi aveva accompagnato Franco Pino e ricorda la presenza di circa 20 persone, tra le quali i Pesce, i Piromalli, i Farao, i Pino di Cosenza. Il messaggio veicolato da Mancuso, e poi accettato dagli altri partecipanti, era quello di non aderire alla politica stragista di Cosa Nostra perché se fosse stato attuato si sarebbe “fermato il mondo”, sarebbero state uccise persone innocenti (tra queste erano previsti anche magistrati).

LA FAIDA CON I PERNA

La guerra a Cosenza scoppiò negli anni ‘80 tra i Pino-Sena e i Perna-Pranno. Nel corso di una tregua, in questa faida, venne assassinata una donna, la suocera di Francesco Garofalo, uomo della parte avversa. Il gruppo Pino-Sena scopre che a uccidere la donna era stato un proprio uomo, Francesco Pagano insieme al fratello della donna. Il clan cercò di limitare i danni ma, vista la tregua in atto, alla fine la consorteria decise di far fuori il proprio uomo.

SCAMBIO DI “FAVORI”

La cosca cosentina non aveva rapporti solo con i Mancuso ma anche con i De Stefano per conto dei quali Arturi e altri sodali uccise due uomini a Scalea, dei quali uno – ricorda il collaboratore – si chiamava Saffioti. Per questo omicidio Arturi è stato condannato a 20 anni di reclusione. Da parte loro i De Stefano avrebbero dovuto far uccidere Franco Perna in carcere da un proprio uomo che stava scontando l’ergastolo. Ma il favore con il duplice omicidio di Scalea non poté essere ricambiato perché l’uomo dei De Stefano venne trasferito in un altro carcere.

LA FERRARI CON LE RUOTE BUCATE

Arturi racconta di avere raggiunto la dote del Vangelo. Prima ancora, nel carcere di Cosenza, aveva acquisito la dote della Santa su proposta di Antonio Sena. Nella copiata portava «Francesco Muto, una persona di Reggio Calabria e un’altra ora defunta». «Mi sono preso quella carica ed ero orgoglioso – racconta il collaboratore – come se mi avessero dato una Ferrari, senza guardare se avesse le gomme bucate. Io ho avuto questo maledetto periodo nella ‘ndrangheta e ora lo posso dire: i riti, le affiliazioni, erano delle prese in giro che ci hanno rovinato la vita».

IL KILLER DEI PAGLIARO

Pasqualino D’Elia, 58 anni, fa parte della vecchia ‘ndrangheta lametina. Cosche che ormai non si sentono nominare più. Affiliato nel 1982 stava nel gruppo dei Pagliaro-Gattini-Andricciola che avevano iniziato un afaida con i Pagliuso e una parte dei Andricciola. Al gruppo di D’Elia si affiancò ben presto la nuova ‘ndrangheta rappresentata dagli Iannazzo. D’Elia ricorda che accompagnava Santo Iannazzo da Luigi Mancuso per portargli una trance delle estorsioni che facevano alle ditte lametine sui cantieri a Catanzaro «che non era zona nostra», dice il collaboratore. I cantieri in questione erano quelli delle gallerie per Catanzaro.

LA LATITANZA A PISCOPIO

D’Elia ha avuto una condanna a 30 anni per 11 omicidi e 5 tentati omicidi. È stato condannato anche per associazione mafiosa e quando si avvicinava la sentenza di Cassazione è stato latitante a Piscopio: «C’era una casa a Piscopio dove siamo rimasti a porte chiuse per qualche settimana». Ma i Mancuso non hanno offerto spazi per la latitanza solo a D’Elia. Avevano buoni rapporti anche con i Bellocco nascosero un loro uomo «lo chiamavano il diavolo di Rosarno», ricorda il collaboratore. Un periodo di attrito coi Bellocco però si creò a causa di un uomo, Gisimo Chindamo, che i Mancuso volevano morto mentre «Umberto Bellocco non glielo voleva dare». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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