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PETROLMAFIE SPA

Gli uomini del clan preparavano la fuga in Brasile

La Dda di Catanzaro anticipa il fermo: «Sapevano dell’inchiesta». I D’Amico alla ricerca di appoggi in Sudamerica. E l’intercettazione imbarazzante per il presidente della Provincia di Vibo

Pubblicato il: 08/04/2021 – 18:33
di Pablo Petrasso
Gli uomini del clan preparavano la fuga in Brasile

VIBO VALENTIA Sapevano delle indagini. È anche per questo che la Dda di Catanzaro ha deciso di accelerare i tempi e, con l’emissione di un decreto di fermo, far scattare in contemporanea con le Procure di Napoli, Roma e Reggio Calabria l’operazione “Petrolmafie Spa”. Luigi Borriello è una delle figure che tiene insieme il sistema che si snoda dalla Capitale fino in Calabria. Ha rapporti con il gruppo romano legato ad Anna Bettozzi, vedova del petroliere Sergio Di Cesare e titolare della Made Petrol Italia, una delle società al centro dell’inchiesta. E incontra Antonio D’Amico, che i magistrati antimafia considerano un emissario del clan Mancuso. Borriello, sottolineano i pm, ha «appreso di essere sottoposto a indagini da parte anche della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro».
«Siamo indagati insieme a loro… mo’ stanno in collaborazione Guardia di Finanza di Locri, Salerno e Napoli” [..] “eeeee, però è sotto, diciamo, la lente d’ingrandimento della Dda di Catanzaro” [..] “eee, per Locri” [..] “perché dice che li ci sono esponenti della malavita organizzata” [..] “all’interno di questa cosa … mannaggia la miseria Totò», spiega all’amico prima di metterlo in guardia: «Penso che poi, mo’ verranno pure da te sicuramente».  Le notizie viaggiano nel circuito relazionale; lo scopo è quello di «elevare tempestivamente i livelli di “protezione” del sistema criminale di cui Borriello e D’Amico sono parte integrante».  

Due sequestri milionari 

L’esistenza delle indagini viene svelata da due interventi effettuati nel maggio 2019. Protagonista del primo è proprio Anna Bettozzi. L’ex aspirante pop singer è passata, in più di 20 anni, dal Maurizio Costanzo show ai petrodollari. Se ne accorgono anche gli inquirenti quando la fermano nei pressi della barriera autostradale di Ventimiglia: sta per varcare i confini nazionali quando la polizia giudiziaria effettua una perquisizione nel suo mezzo e la estende al domicilio della donna. Che viene trovata in possesso di un milione e 733mila euro e deferita per riciclaggio. Cambia lo scenario: il 21 maggio, Cosimo Bonafortuna, 46enne di Melito Porto Salvo, investitore dell’Italpetroli, deposito nel quale gli indagati di riforniscono di prodotti petroliferi, viene denunciato dalla guardia di finanza per ricettazione. La sua auto e in transito a Rosarno quando viene perquisito: i militari trovano un milione e 86mila euro in contanti.  

La fuga in Brasile

Davanti ai segnali che si manifestano nel corso dei mesi, alcuni indagati pensano a una serie di contromisure. Cioè all’idea «di sottrarsi ai provvedimenti restrittivi fuggendo all’estero». Sarebbero proprio i fratelli D’Amico a pianificare la fuga: «non un’eventualità ma una certezza al punto che i due, toccati direttamente da alcune operazioni di polizia, si preoccupano di individuare un paese in cui rifugiarsi, assicurandosi, all’evenienza, appoggi e la possibilità di muoversi senza falsi passaporti». Dopo l’arresto di uno dei loro contatti il clima si surriscalda. E nel corso di un dialogo tra i due D’Amico e un uomo non identificato «che riferiva di gestire un’attività di commercio di caffè con il Brasile» emerge che «se dovesse capitare loro “qualcosa” avranno bisogno di rifugio in Brasile (Giuseppe D’Amico: “se piglia che capita qualche cosa là ce ne veniamo e vediamo che cazzo ci trova… tu ci puoi fare”)». L’interlocutore «si offre di fornirgli ogni genere di sostegno, precisando di avere le conoscenze e i mezzi idonei affinché i D’Amico possano muoversi anche senza documenti». «Non ti preoccupare che la strada la trovo io – dice l’uomo – non ti preoccupare che vi faccio entrare io. [..] Ho un amico là, un fratello che è miliardario… ha due aerei nella fazenda». Scene da Narcos (la serie tv): tenute sterminate e attraversamenti per lo meno avventurosi. «Lui confina con l’Amazzonia… cioè ti faccio passare io dal Paraguay… ma se non sia mai a Dio succese qualcosa ti dico io come fare a scomparire senza documenti». Anche Antonio Prenesti, collettore tra i broker milanesi e i Mancuso e «azionista della cosca Mancuso, tratto in arresto perché gravemente indiziato di omicidio», ha idee simili: cerca «di individuare un Paese in cui non viga l’estradizione». «Ma dov’è una parte che non ti danno l’estradizione? – chiede proprio ai broker milanesi – lo zio è preoccupato e … mi ha mandato un’ambasciata con l’avvocato dice “queste cose lui se ne sale presto a Milano”».  Lo “zio”, per gli inquirenti, è Luigi Mancuso, e la sua cosca è il centro di gravità degli affari del gruppo in Calabria.  

«Mia nonna come una capo mafia»

Nel curriculum giudiziario di alcuni indagati, poi, ci sono anche denunce per favoreggiamento di latitanti di ‘ndrangheta e camorra. Francesco D’Angelo «è stato egli stesso latitante». Sempre sull’argomento spunta un dialogo piuttosto imbarazzante tra Giuseppe D’Amico e il cugino Salvatore Solano, presidente della Provincia di Vibo Valentia in quota Forza Italia. I due ricordano alcuni aneddoti riguardanti la loro sfera familiare e si soffermano sulla loro nonna materna, della quale Solano esalta «il carattere e l’autorevolezza». «Era come una capo mafia – dice in uno stralcio di conversazione ritenuto significativo dagli investigatori – nel senso… lei doveva sapere tutto… lei era paciere. A quel punto D’Amico interviene e ricorda che la donna «aveva ospitato, durante un periodo di latitanza, Luigi Mancuso, Francesco D’Angelo e Raffaele Cracolici (alias “Lele Palermo”), senza sapere che “erano tre diavoli”».  In serata Forza Italia ha inteso precisare che Solano da un anno non fa più parte del partito.

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