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la riflessione

«Bocconiani trapiantati al Sud. L’ira della prof»

I “bocconiani” non sono, come credono quegli ingenuoni dei calabresi, coloro che amano portate abbondanti di cibo. I bocconiani – sappiatelo – sono una casta di studiosi superiori formatisi nell’o…

Pubblicato il: 06/06/2021 – 7:58
di Francesco Bevilacqua*
«Bocconiani trapiantati al Sud. L’ira della prof»

I “bocconiani” non sono, come credono quegli ingenuoni dei calabresi, coloro che amano portate abbondanti di cibo. I bocconiani – sappiatelo – sono una casta di studiosi superiori formatisi nell’omonima università milanese, le cui parole sono “il verbo”. E verbo è stato anche quando una bocconiana di ferro – Rossella Cappetta, docente di Management e Tecnologia all’università Bocconi – ha sentenziato, dalle pagine di “Businessinsider.com”, qualche giorno fa, che lavorare a Sud (con un inglesismo “southworking”) fa male: alle imprese del Nord, che non possono tenere sotto controllo i loro dipendenti; ai lavoratori del Nord, che possono diventare ipocondriaci fra le mollezze del Sud; alle zone industriali ed alle metropoli del Nord, che potrebbero svuotarsi.
La tesi della prof è che lavorare a Sud “determina isolamento sociale, maggiori costi di organizzazione e minore produttività.” Il succo, neppure poi tanto subliminale, della tesi della Cappetta, è che al Sud ci si può ammalare di pigrizia, ipocondria, melanconia, ripulsa verso le regole e l’obbedienza, tentazioni eretiche.
Riecheggiano nelle parole della prof, certi ricordi degli antropologi positivisti, con in testa Cesare Lombroso ed Alfredo Niceforo, che, a cavallo fra ‘800 e ‘900 mettevano in guardia contro la “razza maledetta”, quella dei meridionali. Costoro, secondo Niceforo, sarebbero, testualmente, “degenerati”, “barbari”, “ritardati”. E Lombroso, che si occupò in particolare dei calabresi, individua nella melanconia – che all’epoca era considerata una malattia mentale – il loro tratto costitutivo. I maschi meridionali sarebbero di temperamento bilioso, soggetti alle emorroidi, all’itterizia, alle epatiti, ai calcoli biliari e alle ostruzioni viscerali. Le donne meridionali sarebbero tutte isteriche.
La Cappetta non usa questa terminologia razzista, ma la conclusione non cambia: il Sud mette in discussione le regole di efficienza, ubbidienza, ordine, produttività, competenza del Nord; il Sud è un luogo pericoloso, di perdizione, dove ci si può ammalare, si può diventare refrattari verso i modi di concepire il mondo e la vita ormai consolidati al Nord; al Sud dilaga da decenni un pericoloso virus capace di stroncare la resistenza anticorpale forgiata in anni di dura disciplina nei lavoratori del Nord. E per di più senza che per questa malattia endemica bigpharma abbia mai trovato un vaccino adatto.
“Tornatevene subito al Nord”, pare voler dire la prof, ai 50.000 (100.000 secondo altre stime) settentrionali che, complice la pandemia, sono venuti a lavorare da Sud per le aziende del Nord. E che non hanno scelto metropoli come Napoli, Bari, Catania, Palermo, ma piccoli paesi arroccati sui monti (possibilmente con vista mare) e campagne aulenti. Da questi luoghi pericolosamente ammaliatori – dice la prof – i figli del Nord opulento ed afficientista – rischiano di essere irretiti nell’incantamento di un esoterismo che illude circa l’esistenza di una vita più semplice, sana, sobria, autentica. “Tornate ai vostri quartieri dormitoio del Nord, ai monolocali negli alveari delle periferie metropolitane: rischiate di rimanere irretiti in una anacronistica magia.” Perché al Sud, di magia se ne intendono, come documentò Ernesto De Martino, e come, alla fine di rinascimento, avevano dimostrato Bruno, Telesio e Campanella.
E pensate che quei furbacchioni dei meridionali, si sono attrezzati bene: hanno costruito, nei secoli, i loro piccoli paesi a metà strada tra montagne ombrose, profumate della resina dei pini e degli abeti ed il mare luccicante: una manciata di minuti senza incolonnamenti e traffico per raggiungere entrambe le mete; svendono la vecchie case nei borghi e nelle campagne a basso costo; si dimostrano accoglienti, accudenti con i forestieri; cucinano cibi prelibati; offrono di accompagnarvi alla scoperta di luoghi che sino a pochi anni fa loro stessi non conoscevano ed ai quali non annettevano alcun valore. E tutto ciò non può certo star bene a quella fucina di talentuosi zombie che è la Bocconi. Il sapere che tanti loro rampolli hanno deciso di abitare in case vista mare inondate dagli odori degli orti vicini, di intramezzare un algoritmo e un’equazione, un business plan ed un’analisi dati, con una passeggiata sulla spiaggia o fra i boschi, di comprare le derrate dai produttori piuttosto che nei centri commerciali, di sorseggiare un bicchiere di buon vino dinanzi al tramonto piuttosto che strafocarsi con un apericena, di guardare il cielo stellato piuttosto la Gruber in TV, di prendere sonno naturalmente anziché ingurgitare tranquillanti … avrebbero certamente un versamento di bile.
Se ne faccia una ragione, cara prof Cappetta, e non commetta anche lei il fatale errore di venire al Sud, anche solo per studiare da vicino il fenomeno: rischia di non tornarsene mai più nella sua adorata Milano.

*Avvocato e scrittore

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