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«Gli dei dagli occhi squarciati. Camus e il senso del limite»

La grande paura della pandemia non è il solo dato preoccupante di questo tempo. Si intravedono altri segni, che rafforzano la nostra insicurezza. Gran parte del Sud del mondo è in fiamme: siccità,…

Pubblicato il: 19/07/2021 – 10:33
di francesco bevilacqua*
«Gli dei dagli occhi squarciati. Camus e il senso del limite»

La grande paura della pandemia non è il solo dato preoccupante di questo tempo. Si intravedono altri segni, che rafforzano la nostra insicurezza. Gran parte del Sud del mondo è in fiamme: siccità, carestie, fame, malattie, devastazioni ambientali, rivolte, conflitti. I governi, anche quelli apparentemente democratici (vedasi quanto sta accedendo in Sud Africa) sono incapaci di porre rimedio a mali che sono il retaggio di vecchi e nuovi colonialismi. Masse di persone marciano, dunque, verso nord: una marea montante che nessun muro potrà mai fermare. Cambiamenti climatici, riscaldamento globale, inondazioni si abbattono sull’intero Pianeta senza risparmiare neppure paesi “modello” come la Germania. La pandemia ha messo a nudo le falle del sistema economico occidentale, imponendo massicci interventi pubblici che i neoliberisti avevano sempre avversato. Le nazioni ricche dell’Asia, accecate dall’idolatria dei mercati, sono impegnate nel più massiccio saccheggio di risorse ambientali che la Storia ricordi. Senza contare l’insostenibile carico demografico della specie umana sul pianeta.
Se questo è il quadro della situazione, temo che nella contrapposizione fra “apocalittici e integrati” cara ad Umberto Eco, l’ago della bilancia cominci a pendere dalla parte dei primi: la cultura di massa sta mostrando tutti i suoi “limiti”. Già, perché alla base di questa folle corsa verso l’auto-annientamento dell’Umanità c’è esattamente uno dei capisaldi della cultura di massa: l’idea che senza più diversità culturali, senza sovranità nazionali, con un pensiero unico dominato dalla scienza (ma prima ancora dall’economia e dalla finanza), tutti i guasti creati dall’uomo possano essere rimediati con un continuo, inarrestabile avanzamento della tecnica (quella che, fiduciosamente, chiamiamo “innovazione”); e che se anche non ci riuscissimo, troveremo altri pianeti da colonizzare. Esattamente come abbiamo fatto con l’Africa, l’Asia, le Americhe, l’Oceania.
È l’illusione della “dismisura” tanto cara all’antropocentrismo contemporaneo. Che corrisponde, sul piano dei comportamenti personali, all’egotismo, un “atteggiamento psicologico – secondo il vocabolario Treccani – che consiste nel culto di sé e nel compiacimento narcisistico e raffinato della propria persona”. Basta girarsi intorno, navigare in Internet, guardare la Tv e ci si accorge che antropocentrismo ed egotismo rappresentano i paradigmi esistenziali dell’Umanità, quasi ovunque. Anche se Umberto Galimberti sostiene che non più l’uomo ma la tecnica stessa condiziona ormai le nostre vite, creando falsi bisogni che ci impone di soddisfare.
Ho sempre pensato che la natura è mille volte più potente dell’uomo e della tecnica. Lo aveva capito già Eschilo, che nel “Prometeo incatenato” scriveva: “La tecnica è di gran lunga più debole della necessità”, riferendosi a quel principio fondante che gli antichi greci chiamavano “ananke”: tutto accade perché deve accadere! E ce ne accorgiamo anche noi moderni quando un virus tiene in scacco la scienza medica, che annuncia i vaccini come risolutivi e poi registra recrudescenze delle “varianti” proprio nei paesi, come Gran Bretagna e Israele, che sono avanti nelle campagne vaccinali. Oppure quando un’alluvione travolge città intere, le cui costruzioni avevano usurpato gli spazi di esondazione dei corsi d’acqua. Come è accaduto qualche giorno fa in Germania. Ma come era successo già a Genova nel 2014 e, per guardare alla nostra regione, la Calabria, a Crotone nel 1996, a Soverato nel 2000, a Vibo Valentia nel 2006, a Rossano nel 2015. Dinanzi a queste immagini apocalittiche la presunzione umana si disfa come neve al sole.
Da qui i concetti di “limite” e di “misura” che dovrebbero governare l’agire umano nel mondo. Della dismisura – benedetta dalla concezione giudaico-cristiana del dominio sulla natura che ha dominato sino all’avvento di Papa Francesco – si era avveduto Albert Camus, che elesse “Il pensiero meridiano” del Mediterraneo (di matrice greca, appunto) a filosofia del limite. Camus aveva ben compreso che “la natura che cessa di essere oggetto di contemplazione e di ammirazione non può più essere, poi, che materia di un’azione mirante a trasformarla”. E, alla fine del suo capolavoro – “L’uomo in rivolta” -, è costretto a constatare: “gli uomini d’Europa, abbandonati alle ombre, si sono distolti dal punto fisso e irraggiante. Scordano il presente per l’avvenire, la preda degli esseri per il fumo della potenza, la miseria dei sobborghi per una città radiosa, la giustizia quotidiana per una vana terra promessa, […] rifiutano la morte solitaria, e chiamano libertà una prodigiosa agonia collettiva. […] L’impazienza dei limiti, il rifiuto del loro duplice essere, la disperazione d’essere uomini li hanno gettati infine in una dismisura inumana. Negando la giusta grandezza della vita, hanno dovuto puntare tutto sulla loro eccellenza. In mancanza di meglio, hanno divinizzato sé stessi e la loro sciagura ha avuto inizio: questi dèi hanno gli occhi squarciati”.
Era il 1951. E Camus profetizzava quel che sta realmente accadendo. Certo, c’è anche un problema di percezione. Perché la sensazione di una fine imminente ci viene dai media, che non sono né neutri né veritieri. Ma anche provando a decodificare le informazioni, resta l’impressione sinistra di una resa dei conti: lo si nota perfino dai discorsi di alcuni alti governanti, come Ursula Von Der Leyen. Mi domando se questo tanfo di disastro globale, se questo stato d’ansia collettivo non giovi pur sempre a qualcuno. Ma dico anche che, pur essendo, con la ragione, fortemente pessimista, il mio vecchio cuore mi spinge a lottare, come se ancora vi fosse una possibilità di salvezza.

*Avvocato e scrittore

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