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«I giganti uccisi in Aspromonte»

I Giganti di Acatti, gli Immortali di Afreni, le Dee discrete della Valle Infernale. È un dolore inquantificabile: da strapparsi i capelli, da graffiarsi la carne andando in profondità. Chi ne ha …

Pubblicato il: 27/08/2021 – 13:15
di Gioacchino Criaco*
«I giganti uccisi in Aspromonte»

I Giganti di Acatti, gli Immortali di Afreni, le Dee discrete della Valle Infernale. È un dolore inquantificabile: da strapparsi i capelli, da graffiarsi la carne andando in profondità. Chi ne ha coscienza non si capacita: perché ci siamo fatti fare questo? Chi ha capito non comprende perché non si capisca l’enormità dei disastro. In Aspromonte non sono andati in fumo migliaia di ettari di bosco. Sopra Mana Gi, la custode sacra, si sono spezzate migliaia di esistenze millenarie. Faggi, Pini Larici, Querce Farnetto. Libri antichissimi, scritti con inchiostro archetipo, dense di favole che finiscono in fiabe, salti in tragedie che puntellano l’umanità in cammino. Attoniti, i pochi, coscienti della perdita, sono attoniti. Un mese, il fuoco ha risalito e disceso crinali per un mese, spinto dall’umore dello scirocco. Migliaia di attacchi finti e la morsa si è stretta sull’obiettivo vero: le reliquie vegetali che gli anni li contavano a migliaia. Totò Stranges vaga da un mese per la montagna antica, ha un volto affumicato, che il nero non c’è acqua che lo tolga, una faccia da indio, che è da qui che hanno avuto origine i volti incaici. Un’aria stranita da pugile che per anni le ha date ed è stato colto di sorpresa da un gancio maligno. «Non me l’aspettavo», recitano le sue labbra mute, strette intorno al cerchio di un tabacco scuro. Conosce una a una le creature del bosco, le “vecchie”, sa e ne cela l’ubicazione, nasconde i dati, fa trabocchetti. Non avrebbe mai voluto che se ne conoscesse l’importanza degli alberi aspromontani, la loro profondità millenaria. A queste latitudini, le cose preziose si trasformano immediatamente in merci di scambio; i beni dell’umanità possono diventare strumenti di ricatto. L’inserimento della Valle Infernale fra i siti Unesco non ha portato bene. Ora Totò gira con Steve McCurry, il fotografo dei volti delle guerre, delle grandi tragedie. Lui e il suo obiettivo mostreranno al mondo il suicidio calabrese, l’harakiri italiano. L’eccidio aspromontano. E il mondo lo ha capito il disastro irreparabile. Gli italiani no. Non esiste crimine più grande dell’interrompere vite lunghissime, cordoni ombelicali fra l’umanità e il ventre della terra. E quel che è morto, è morto. Gli alberi bruciati raramente diventano dei Lazzaro. Ma sull’Aspromonte di tanto in tanto passa un Cristo che li fa rialzare. Giganti, Immortali e Dee, li hanno già sfidati i millenni, l’hanno già vinta, sia la follia che la malignità. Alcuni di loro, dai recessi, che solo Totò l’indio conosce, rivestiranno di chiome il cielo, lasceranno i capelli allo Zefiro per mille anni di nuovo. E il fatto che l’Italia non ha capito nulla di cosa si sia perso in Aspromonte, in un agosto di dolore, in fondo è pure una consolazione: non c’è sofferenza nel perdere figli, o padri, o madri, di cui non si è mai conosciuta l’esistenza.      

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