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La riflessione

«La Calabria è da rifondare»

Anche la Calabria, terra tra le più feconde per clientela politica, ha preferito dare forfait alle recenti consultazioni per il rinnovo del Consiglio regionale. Ha votato soltanto il 44 per cento …

Pubblicato il: 18/10/2021 – 9:47
di Franco Scrima*
«La Calabria è da rifondare»

Anche la Calabria, terra tra le più feconde per clientela politica, ha preferito dare forfait alle recenti consultazioni per il rinnovo del Consiglio regionale. Ha votato soltanto il 44 per cento degli aventi diritto, il che significa la più bassa percentuale dell’ultimo ventennio.
Il motivo di tanto disinteresse meriterebbe di essere affrontato con serietà per capirne le cause e tentare di trovare la giusta correzione per assicurare un futuro migliore. L’impressione è che si sia trattato di disaffezione tout court, condizione che riguarda molto da vicino la sfiducia che da tempo si coglie verso un certo modo di fare politica. Ciò che è ineluttabile è che anche in Calabria il sistema è logoro e gli appelli perché le città siano tenute in ordine, rimangono inascoltati. A Catanzaro, ad esempio, la preoccupazione del sindaco, peraltro uscente, è di trovare la strada giusta per farsi cooptare nella Giunta regionale, “surclassando” persino i candidati regolarmente eletti ai quali interessa poco di Catanzaro, sempre meno “protetta” e sempre più non considerata e rispettata. Ciò accade quando il destino di una città è affidato a soggetti che, mandato dopo mandato, hanno pensato solo a sé stessi pur di rimanere a galla, senza spendersi per la crescita della Città. Abramo, ovviamente, contesta ogni idea di questo tipo e manda strali a destra e a manca.
Comunque sia, un dato è inconfutabile: Catanzaro, oltre a regredire, ha perduto lo smalto che un tempo le era riconosciuto. La stessa sorte è toccata ai tanti reperti storici che, non essendoci un luogo adeguato nel quale metterli in mostra, sono sparsi disorganicamente in luoghi diversi. Anche questo è frutto del modo di fare approssimativo di questa città. In compenso Catanzaro può vantarsi quanto prima di avere reperito il luogo adatto in cui allestire i nuovi uffici per la Procura della Repubblica. Si tratta dello storico edificio che un tempo ospitava l’Ospedale Militare, un complesso di quasi quattromila metri quadrati coperti e altrettanti esterni, con uno storico chiostro (autentico gioiello del XV secolo) realizzato in parte con i materiali recuperati dalle macerie del castello dei Ruffo di Calabria. Tale scelta non è mai stata sufficientemente capita dalla cittadinanza, specie dopo la realizzazione del nuovo Palazzo di Giustizia, a poca distanza dal vecchio, che pure sarà stato progettato per accogliere anche gli uffici della Procura.  
Ciò che è stato digerito faticosamente dai catanzaresi è che a nulla servono gli esempi, perché tanto si continuerà a considerare il bene comune come parte del patrimonio personale di chi ha la responsabilità amministrativa della città. Lo stesso qualcuno che magari ha l’ardire di lamentarsi quando la sfiducia politica prevale sul ruolo amministrativo, considerato alla stregua di una grande ciotola piena di cibo nella quale si può attingere come e quando si vuole, senza curarsi della possibile disaffezione dei cittadini al sistema. La domanda che i catanzaresi si pongono è perché l’edificio non sia stato destinato, per esempio, a “Casa dello studente” in modo da portare in città un migliaio di giovani piuttosto che farli peregrinare per trovare un posto letto a costi spesso anche fuori mercato. Un migliaio di giovani immessi nel tessuto sociale di una città in piena crisi commerciale avrebbe potuto ottenere significativi ritorni per l’economia; e, invece, anche questa “bandiera” è stata ammainata. Anche questa possibilità di un riscatto sociale, non è stata ritenuta valida dall’ Amministrazione comunale, ancora una volta distratta sui problemi reali, forse perché impegnata su altri fronti come quello di sfruttare gli incarichi per consolidare le posizioni politiche, immancabilmente destinate a svanire come la nebbia.
Questo è un dato ineluttabile del modo di fare politica a Catanzaro. Salvo poi a mendicare un assessorato nel Governo della Regione, senza neppure avere avuto il coraggio di candidarsi, a dimostrazione di come si considera il consenso dopo averlo ottenuto. Anche per questo la Calabria segna il passo ed ha bisogno di cure rianimative urgenti per potersi riappropriare di quei valori condivisi fonte di credibilità e di fiducia.
La verità è che in Calabria manca una classe dirigente ortodossa, tanto desiderata dalla società. Si spiega così come e perché in questo estremo lembo d’Italia ci sia bisogno di amministratori che sappiano pensare al presente ma con le idee rivolte al futuro; che abbiano le capacità di trasformare in realtà tutto il potenziale ambientale che ci circonda per consentire alla società di rimanere al passo con le altre regioni.
La politica, contrariamente a quanto si crede, non è fatta di parole ma di fatti, con i quali ci si rende conto delle esigenze e delle priorità da dare alla società. Non è credibile che in Calabria ci sia bisogno di professionisti della politica; di passaggi del “testimone” tra padre e figlio, di generazioni che hanno occupato la poltrona sulla quale avevano poggiato le “chiappe” i loro nonni e i loro padri. Questa non è democrazia! Le classi sociali, i casati, i nomi, fanno parte del passato remoto, di una storia infelice del Paese. È bene, invece, che si dia la responsabilità a donne e uomini che dimostrano di avere realmente a cuore il destino di questa terra che, come ci racconta la storia, è stata sempre tradita e abbandonata, vittima dei poteri forti del Nord, Lega compresa!
*giornalista

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