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l’inchiesta

Il pentito “spaventato” dai servizi, i traffici in Iran e gli “aiutini” per schivare le inchieste. La rete di Delfino

Anni di intrecci attorno all’imprenditore vicino al clan Piromalli ricostruiti nell’inchiesta “Mala Pigna”. Il legame con Zumbo e Spadaro Tracuzzi. «Vicino ad ambienti istituzionali “deviati”»

Pubblicato il: 09/11/2021 – 7:12
di Pablo Petrasso
Il pentito “spaventato” dai servizi, i traffici in Iran e gli “aiutini” per schivare le inchieste. La rete di Delfino

REGGIO CALABRIA È un filo che si srotola in anni di indagini. Un racconto frammentato che inizia da Gioia Tauro e tocca istituzioni, broker internazionali dei rifiuti e Paesi stranieri. Il centro è Rocco Delfino, “U Rizzu”, ritenuto un membro così importante del clan Piromalli da essere delegato a trattare con il clan Mancuso quando i vertici della cosca sono finiti in carcere. La sua rete di rapporti, dalla Piana, sarebbe stata capace di portarlo in Iran per mettere in piedi un business milionario. I suoi contatti avrebbero portato due 007 a fare pressioni su un pentito per convincerlo a ritrattare alcune dichiarazioni. Il suo legame con membri infedeli delle forze dell’ordine gli avrebbe (forse) permesso di conoscere prima del tempo i movimenti di Procure e Prefetture

Il pentito avvicinato dai servizi. «Mi chiesero di ritrattare le accuse di usura»

Accade tra il 2010 e il 2011 ad Ardea, centro nell’area metropolitana di Roma. Sono le 10,30 e un collaboratore di giustizia, Marcello Fondacaro – medico legato alle cosche della Piana di Gioia Tauro prima di pentirsi – esce per andare al supermercato assieme a suo figlio. Gli si avvicina una Fiat Punto con due persone a bordo: dicono di appartenere ai servizi segreti. Fondacaro ha paura: tempo prima ha ricevuto minacce dai Molè, dai Piromalli, dai Raso. Teme per la sua vita e cerca di spostare la conversazione in un luogo più affollato. Scende dall’auto nei pressi della Conad di Ardea e i due gli mostrano i loro tesserini verdi: «Siamo dei servizi, vogliamo parlare con te». Dicono di chiamarsi Guido e Paolo. Il metodo appare strano al pentito, che chiede di vedere altri documenti: «Fatemi vedere qualcosa oltre il tesserino». A quel punto uno dei due rinvia l’incontro: «Facciamo una cosa, ci vediamo domani a Roma, alle spalle di piazza Re di Roma c’è una caserma militare». Fondacaro, che racconta questa storia in un interrogatorio del 9 novembre 2018 confluito negli atti dell’inchiesta “Mala Pigna” della Dda di Reggio Calabria, acconsente all’incontro, che avviene in un bar tra la caserma e piazza Re di Roma. È lì che i sedicenti membri dei servizi iniziano a parlare di Rocco Delfino, imprenditore che i magistrati antimafia considerano un membro a tutti gli effetti della cosca Piromalli. «Fu – dice Fondacaro al magistrato Gaetano Paci – un approccio a favore di Rocco Delfino. Mi dissero se potevo evitare di rappresentare i problemi usurari».
«In più occasioni – sintetizzano i magistrati – avrebbero invitato Fondacaro a non rappresentare le azioni estorsive e usurarie perpetrate da Delfino e dai suoi “compari” Gioacchino e Armando Raso. In cambio, Fondacaro sarebbe stato “liberato” dai debiti ancora pendenti». Uno degli incontri, sempre secondo le parole del collaboratore di giustizia, si sarebbe svolto in caserma, dove sarebbero entrati «senza però esibire nessun documento». 

Il tentativo di anticipare inchieste e interdittive

Il fumus dei rapporti tra Delfino e settori deviati dell’intelligence si snoda lungo buona parte dell’attività di indagine legata all’inchiesta “Mala Pigna”. L’imprenditore sarebbe stato costantemente alla ricerca di informazioni circa le inchieste sul suo conto, soprattutto per preservare le aziende del gruppo. L’antimafia è alla ricerca di riscontri su questo modus operandi, sia riguardo a blitz passati che a “Rinascita Scott”, la maxi retata della Dda di Catanzaro che ha visto coinvolto il presunto uomo dei Piromalli, seppure con un ruolo minore. Che Delfino avesse relazioni con divise ritenute infedeli, è un fatto che i pm antimafia ritengono assodato. E riferiscono alla figura di Bruno Ginardo, sovrintendente capo in servizio alla Questura di Catanzaro, considerato «persona a disposizione di Rocco Delfino al fine di fornirgli notizie riservate». Violazioni delle banche dati per i procedimenti penali che riguardavano l’imprenditore e le sue aziende e informazioni sui procedimenti pendenti in Prefettura che risulterebbero da una informativa depositata alla Dda de L’Aquila. Un intero capitolo è dedicato ai presunti accessi abusivi al sistema informatico. 

«Vicino ad ambienti istituzionali “deviati”». Da Zumbo a Spadaro Tracuzzi

Di certo anche il pentito Antonio Russo ricorda che Delfino «a Gioia Tauro era considerato un confidente di polizia e carabinieri però poi si è scoperto che era confidente dei servizi segreti». E altri collaboratori lo descrivono come «un soggetto legato ad ambienti istituzionali “deviati”».
Spuntano, tra i contatti dell’imprenditore, personaggi già condannati per concorso esterno in associazione mafiosa come Giovanni Zumbo, commercialista che sarebbe entrato in contatto con il clan Piromalli-Molè nella gestione – come curatore – di una delle imprese chiave della cosca, la “Idea Sud”. Delfino e Zumbo sarebbero stati in «rapporti strettissimi, al punto da chiamarsi “fratelli”», segnalano gli inquirenti. Ed entrambi «si collocano in ambito della massoneria reggina e avevano rapporti con i servizi segreti, quali informatori delle forze dell’ordine per come emerso dalle successive attività di indagine».
Altro nome ricorrente è quello dell’ex maresciallo Saverio Spadaro Tracuzzi, in servizio prima alla Dia e poi al Noe, condannato nel giugno 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione per aver agevolato esponenti della cosca dei Lo Giudice, divenuta definitiva l’8 ottobre 2018. È la sentenza a ricostruire una delle circostanze di questi rapporti: nell’agenda personale 2006 del capitano c’erano «diversi riferimenti scritti circa le date di incontro e di chiamate da effettuarsi con Rocco Delfino», definito “Delfi” da Spadaro Tracuzzi. Uno dei testi nel processo a carico dell’ex maresciallo disse addirittura che il militare in una circostanza «si fece prestare» da Delfino un’automobile, «un Mercedes Suv di grossa cilindrata, per andare a un convegno a Erice». 

L’idea di trasferire il business milionario in Iran e il ruolo chiave dei clan al Porto 

Sono proprio due ombre, i rapporti con Spadaro Tracuzzi e il controllo dei clan sul Porto di Gioia Tauro, a rendere più oscuro il quadro delle attività di Delfino. Come spiega l’attività investigativa della Dda di Reggio, uno dei core business del presunto braccio patrimoniale della cosca Piromalli sarebbe stato il traffico illecito di rifiuti. Un’attività che, per i magistrati, si sarebbe svolta anche al di fuori dei confini nazionali, con «con destinazione in Iran, Cina, Dubai, Tunisia e altro». 
Proprio «in considerazione delle storiche influenze nel porto di Gioia Tauro degli esponenti della cosca dei Piromalli, non vi sono difficoltà per Delfino di pianificare viaggi di rottami ferrosi – con introiti per milioni di euro – dall’Italia con destinazione all’estero e viceversa». Un’ipotesi corroborata proprio dai racconti di pentiti come Cosimo Virgiglio, che ha raccontato i «rapporti di natura corruttiva con il maresciallo Spadaro Tracuzzi, in servizio presso il Noe di Reggio Calabria, e funzionari dell’agenzia delle dogane». Ungendo questi ingranaggi, Delfino sarebbe riuscito «a spedire in ambito internazionale container contenenti rifiuti ferrosi e di altro genere, con introiti rilevanti a beneficio proprio e delle cosche di Gioia Tauro» e utilizzando due broker con contatti in Cina, Tunisia e Iran.

“Simone”, il contatto per arrivare in Iran

Proprio l’Iran sarebbe stata la frontiera individuata per il prossimo futuro, come documenta un’intercettazione agli atti di “Mala Pigna”. È durante una conversazione tra Delfino, un dipendente della Ecoservizi srl (altra società inscritta nella sua galassia imprenditoriale) e «tale Simone, cittadino fiorentino con funzione di intermediazione» che «si intuisce l’intenzione di organizzare delle spedizioni di rifiuti speciali per e dall’Iran» cercando di aggirare la normativa. L’idea è quella di realizzare in Medio Oriente «una eventuale discarica di rifiuti speciali consistenti in “fluff” (rifiuti speciali leggeri e pulverulenti derivanti dal processo di frantumazione degli autoveicoli, destinati ad essere smaltiti in discariche speciali), che sembrano non trovare spazio in Italia a causa della saturazione degli impianti di conferimento e dei rilevanti prezzi per il corretto smaltimento». “Simone”, la cui identità all’epoca non era ancora stata individuata dagli inquirenti, sarebbe «coniugato con una cittadina iraniana il cui padre è direttore presumibilmente di uno dei porti iraniani». Un quadro inquietante, fatto di proiezioni internazionali, presunte protezioni da parte di settori istituzionali “deviati” e di una rete di relazioni capace di inserirsi in profondità al porto di Gioia Tauro. Che, per chiudere il cerchio, viene descritto da un altro collaboratore di giustizia, Consolato Villani, come una struttura nella quale i servizi segreti deviati, assieme alle cosche, fanno il bello e il cattivo tempo. (p.petrasso@corrierecal.it)

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