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‘Ndrangheta in Basilicata, i legami del boss Martorano con i Pesce di Rosarno. I pentiti: «Rapporti strettissimi»

Dagli aiuti in carcere al progetto di uccidere un Pm di Potenza. Cossidente e Navarria: «Rapporto di continuo interscambio di favori»

Pubblicato il: 01/12/2021 – 7:09
di Giorgio Curcio
‘Ndrangheta in Basilicata, i legami del boss Martorano con i Pesce di Rosarno. I pentiti: «Rapporti strettissimi»

LAMEZIA TERME «Quando i Pesce parlano di Potenza e della provincia, parlano di Renato Martorano». Sono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio Cossidente a fornire, agli investigatori, alcuni degli spunti essenziali per ricostruire le dinamiche mafiose in Basilicata e che, come è emerso ancora dall’inchiesta Lucania Felix della Dda di Potenza, sono strettamente connesse con quelle della ‘ndrangheta calabrese. Cossidente, potentino che ormai da oltre dieci anni collabora con la giustizia, per anni sarebbe stato il capo della cosiddetta “Quinta mafia”.

Renato Martorano

I contatti con i Pesce di Rosarno

Oltre al clan Grande Aracri di Cutro, dunque, nella parte attiva dei programmi criminali estesi in terra lucana ci sono anche i Pesce di Rosarno. E se la carica rivestita da Martorano non è definita, ciò che è chiaro invece per Cossidente è l’investitura, arrivata proprio dal clan rosarnese. «Ci sono legami molto stretti da rapporti di amicizia risalenti nel tempo». Una conferma ulteriore è arrivata da Carmelo Aldo Navarria, altro collaboratore di giustizia, per anni a capo del gruppo di Belpasso, articolazione territoriale della famiglia di Cosa Nostra Catanese Santapaola – Ercolano, arrestato nel 2017 nel blitz “Araba Fenice”, condotta dal Nucleo investigativo del Comando provinciale di Catania. Nel corso di un interrogatorio reso agli inquirenti il 28 gennaio del 2020, il boss parla di una «conoscenza diretta della figura di Renato Martorano».

I pentiti Antonio Cossidente e Carmelo Aldo Navarria

I due, infatti, sono stati detenuti nello stesso periodo nel carcere di Livorno. «Martorano – racconta Navarria – mi riferì che era molto legato alla famiglia calabrese dei Pesce, mi spiegò che c’era una vera e propria alleanza. Martorano diceva che era un rapporto strettissimo di continuo interscambio di favori». C’è poi un altro episodio, inquietante. Ovvero il proposito di uccidere un pm di Potenza. «Mi disse che prima di farlo però avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione ai Pesce di Rosarno o comunque fare una riunione con loro per poter procedere in tal senso. Lui infatti faceva parte del sistema della ‘ndrangheta».

La tuta in carcere

«(…) c’era una tuta, però non te l’abbiamo portata… per un certo Andrea, Andrea Fortugno» «Andrea Fortugno? Ah, per dargliela a questo?» «Eh, però non te l’abbiamo portata. Te la portiamo la prossima volta». Le dichiarazioni dei pentiti, ma non solo. Per la Dda di Potenza, a conferma dei rapporti strettissimi tra Martorano e il clan Pesce della ‘ndrangheta calabrese ci sono delle intercettazioni ambientali dei colloqui intrattenuti in carcere da Dorino Rocco Stefanutti durante il suo ultimo periodo di detenzione a Melfi. Nel corso della conversazione con il genero, Valentino Scalese, gli spiega che Donato Lorusso, altro elemento di spicco dell’organizzazione criminale, aveva portato una tuta da ginnastica da consegnare ad Andrea Fortugno, esponente dei Pesce di Rosarno. La consegna di questa tuta avverrà poi in occasione dell’incontro successivo, così come è emerso dal colloquio tra Dorino Rocco Stefanutti e il genero Scalese: «C’è la tuta per Andrea! C’è la tuta! Tuta e maglia». Per gli inquirenti si tratta di una condotta di “mutua assistenza” messa in atto da uno degli esponenti di vertice del clan potentino in favore di un elemento di spicco della ‘ndrangheta calabrese. (redazione@corrierecal.it)

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