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Omicidio Francesco Marincolo, inizia il processo dell’appello

Il delitto venne firmato da Michele Bruni che vendicò con il sangue la morte del padre ucciso anni prima davanti al carcere

Pubblicato il: 10/12/2021 – 15:28
Omicidio Francesco Marincolo, inizia il processo dell’appello

CATANZARO Questa mattina la Corte di Assise d’Appello di Catanzaro, accogliendo la richiesta della Procura generale, ha sospeso i termini di custodia cautelare e rinviato per la discussione del procuratore generale e parte civile all’udienza prevista a febbraio 2022. Il processo mira a far luce sulla morte di Francesco Marincolo, ucciso a colpi di pistola la mattina del 28 luglio del 2004, a Cosenza. Il delitto venne firmato da Michele Bruni (poi deceduto) che vendicò – con il sangue – la morte del padre ucciso anni prima davanti al carcere. Nel corso del processo con rito abbreviato dinanzi al Gup Alfredo Ferraro del Tribunale di Catanzaro, sono stati condannati all’ergastolo i presunti complici dell’ex boss cosentinoUmile Miceli, Giovanni Abbruzzese, Carlo Lamanna e Mario Attanasio.

L’agguato mortale in pieno centro

Le ricostruzioni investigative, corroborate dalle dichiarazioni dei pentiti Adolfo Foggetti e Daniele Lamanna, avrebbero consentito di accertare che ad esplodere i colpi mortali nei confronti di Marincolo, al momento dell’agguato a bordo della propria auto in via Lazio a Cosenza, fu Michele Bruni in sella ad una moto (poi risultata rubata) e guidata da Carlo Lamanna. Sull’auto della vittima, al momento dell’omicidio, si trovava, anche Adriano Moretti (cognato del boss Gianfranco Ruà) raggiunto da alcuni colpi di arma da fuoco, ma non obiettivo dei killer. L’omicidio di “Franco u biondo”, storico sicario della cosca Lanzino-Ruà, venne ricostruito grazie alle rivelazioni dei pentiti di ‘ndrangheta attivi sul territorio in quegli anni. L’agguato mortale, fu l’ultimo atto della sanguinosa guerra di mafia combattuta a Cosenza tra il 1999 ed il 2000, fra i contrapposti clan Lanzino-Cicero e il gruppo dei Bruni “Bella bella”. Al delitto, seguì la pax mafiosa stipulata tra i gruppi criminali cosentini, un patto di non belligeranza che portò alla spartizione equa, tra le consorterie, dei proventi delle varie attività illecite. (f.b.)

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