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il rapporto

Spopolamento e pochi servizi, «la qualità della vita nelle aree interne calabresi»

I risultati sono stati presentati nell’ambito della Scuola di politiche IMPACT Calabria. Ecco i primi risultati dello studio

Pubblicato il: 15/05/2022 – 8:00
Spopolamento e pochi servizi, «la qualità della vita nelle aree interne calabresi»

COSENZA La tavola rotonda “Vivere nell’Italia estrema. Associazionismo, giovani, innovatori e classi dirigenti nelle aree del margine”, organizzata dalla Scuola di Politiche. Formiamo il futuro. Impact Calabria 2022 e dalla Scuola superiore di Scienze delle amministrazioni pubbliche (Sssap) dell’Unical, svoltasi il 14 maggio a Cosenza, è stata l’occasione per presentare i primi risultati della ricerca su “La Qualità della vita nelle aree interne calabresi”. All’incontro hanno preso parte alcuni componenti del nutrito gruppo di ricerca, professor Alessandra Corrado, Carlo De Rose, Mariafrancesca D’Agostino, Sabina Licursi, Valeria Tarditi, che hanno condiviso le principali evidenze delle analisi.

Quando parliamo di aree interne?

In Italia, circa un decennio fa, grazie a Fabrizio Barca, le aree interne – come Corriere della Calabria ce ne siamo occupati in un focus – sono riemerse dopo mezzo secolo di oblio e sono state ridefinite come luoghi con gravi deficit di cittadinanza, territori cioè dove i residenti sono costretti a convivere con dotazioni e qualità di servizi pubblici essenziali ben al disotto degli standard medi urbani. Al crescere della distanza cresce anche la perifericità del comune fino ad arrivare a quelli ultra-periferici, in cui risiedono cittadini che per usufruire dei servizi essenziali devono affrontare un viaggio di oltre 75 minuti. La Strategia nazionale aree interne (Snai), promossa dall’allora ministro Barca, punta a dotare, prima di tutto, queste aree dei servizi essenziali per garantire ai suoi residenti una vita dignitosa e relativamente sicura. In Calabria quasi tutto il territorio è costituito da aree interne, quelle individuate dalla Regione per l’applicazione in via sperimentale della Snai sono quattro: Sila e Presila crotonese e cosentina; Reventino-Savuto; versante Ionico-Serre e Grecanica.

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Lo spopolamento

Nei primi 20 anni del duemila la popolazione residente passa da circa 142 mila abitanti a meno di 119 mila, accusando una perdita secca di oltre 23 mila residenti, pari ad un decremento relativo del 16,3%. In valore assoluto è come se in soli 20 anni fosse scomparsa l’intera popolazione odierna del Reventino-Savuto. La Sila e Presila è l’area più colpita dall’impoverimento demografico: perde il 28% dei residenti, corrispondente all’incirca a 10 mila abitanti in meno. Nelle aree interne, inoltre, ci sono sempre meno giovani: i residenti con meno di 15 anni erano oltre 22 mila agli inizi del XXI secolo mentre oggi sono meno di 14 mila, una perdita assoluta di oltre 8.000 unità (-37%). Se non si verificherà un’inversione delle tendenze il rischio immanente è la desertificazione umana di queste aree. A parità di decrescita demografica dell’ultimo ventennio, l’intera popolazione delle aree interne subirebbe una ulteriore perdita secca di 20 mila abitanti circa, che attesterebbe l’attuale popolazione attorno ai 100 mila residenti. In questo scenario, l’area Sila e Presila crotonese e cosentina perderebbe un quarto della popolazione.

Le famiglie che restano

La ricerca ha inteso ‘invertire lo sguardo’ sulle aree interne e questo ha significato che le indagini sono state progettate per cogliere il punto di vista dei residenti. In particolare, le interviste fatte a circa 450 adulti con responsabilità genitoriale di figli minori (più del 65% madri, quasi la metà con un’età compresa tra i 40 e i 49 anni, generalmente con un elevato livello di istruzione) consentono di avere uno spaccato interessante delle condizioni di vita dei nuclei familiari in questi comuni. Ne emerge, innanzitutto, che chi fa famiglia nelle aree interne è delle aree interne. Circa il 70% degli intervistati vive nel comune in cui è nato, nel 64,5% dei casi anche il coniuge/partner è dello stesso paese e nel 22% dei casi di un comune limitrofo.

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Tuttavia, oltre il 60% del campione ha trascorso periodi di residenza fuori dal contesto abituale di vita per studio o per lavoro. Il legame che gli intervistati sentono come più forte è quello con i luoghi che abitano, per le caratteristiche paesaggistiche e ambientali del territorio (circa il 60% sente molto importante questo attaccamento), per il radicamento al paese (87%) e alle tradizioni (56%). Meno rilevante, anche a sfatare l’idea di comunità chiuse, è il legame con i “paesani”. Con riferimento al futuro prossimo, posti di fronti alla questione ‘partire versus restare’, gli intervistati in maggioranza si immaginano di restare dove sono e, quindi, di sviluppare il loro progetto di vita familiare nelle aree interne. Solo poco più del 15% dichiara di voler o dover partire. Tra i fattori o gli elementi che incoraggiano o spiegano la scelta di restare sono due quelli più rilevanti per gli intervistati: luoghi in cui si vive danno sicurezza e protezione e i forti legami con la comunità. Gli intervistati riconoscono che i luoghi di residenza possono offrire anche per i figli più vantaggi che svantaggi, essere ambiente sicuro e protetto (si esprime in questo modo oltre il 55% degli intervistati), consentire la frequentazione dei nonni e gli altri parenti (70%), giocare all’aperto (68%).

La restanza dei giovani

Anche tra i circa 700 giovani (18-39 anni) intervistati la maggioranza (il 65%) vorrebbe restare a vivere nei luoghi di residenza. Fra di loro, però, c’è chi è consapevole che questo desiderio si scontra con opportunità di realizzazione personale e di lavoro limitate. Tra i giovani ‘restanti convinti’, quanti cioè hanno già in mente un progetto di vita da realizzare nell’area interna di residenza, le motivazioni principali attengono: alla qualità della vita, considerata migliore dal punto di vista ambientale, dei ritmi della quotidianità, del cibo; al legame con la comunità; alla qualità delle relazioni. Contano anche ragioni più strumentali, come il più basso costo della vita o le opportunità di restare che si sono presentate, ad esempio un lavoro o una casa di proprietà, e progettuali, come realizzare un’idea imprenditoriale. La metà degli intervistati guarda al territorio riconoscendone le potenzialità per lo sviluppo economico e imprenditoriale (turismo, agricoltura, allevamento).

Il tessuto associativo

Prevalentemente impegnate nella tutela dell’ambiente e promozione del territorio, in attività educative, ma anche socio-sanitarie, sportive-ricreative e di inclusione della popolazione straniera, queste realtà contribuiscono a tenere la coesione sociale e a favorire la crescita del senso civico e la partecipazione dei cittadini alle questioni di interesse generale. Partire dai territori significa anche intercettare le esperienze di impegno individuale o collettivo per l’innovazione sociale, ossia iniziative che siano in grado di produrre effetti anche nell’agire delle istituzioni, degli altri attori sociali e dei cittadini. Il filo rosso che lega molte di queste esperienze è il tentativo di riconnettersi con l’ambiente e di promuovere un uso sostenibile e promozionale delle risorse naturali.

Il gruppo di ricerca

Il gruppo di ricerca che è impegnato sulle azioni previste nell’Accordo tra la Scuola superiore di scienze delle amministrazioni pubbliche e il Nucleo regionale di valutazione e verifica degli investimenti pubblici è composto da: Olimpia Affuso, Massimo Campedelli, Domenico Cersosimo (coord.), Stefania Chimenti, Giulio Citroni, Alessandra Corrado, Mariafrancesca D’Agostino, Elisabetta della Corte, Roberto De Luca, Antonella Rita Ferrara, Vincenzo, Fortunato, Giampaolo Gerbasi, Walter Greco, Fulvio Librandi, Sabina Licursi (coord.), Giorgio Marcello, Lucia Montesanti, Elena Musolino, Maria Teresa Nardo, Salvatore Orlando, Giap Ercole Parini, Emanuela Pascuzzi, Giovanni Passarelli, Valeria Tarditi, Gessica Vella.

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