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l’editoriale

A Corigliano Rossano c’è puzza di bruciato

Una terra antica, feconda, baciata dal sole e lambita dal mare. Un lembo di terra punteggiato da distese di ulivi secolari, dai rigogliosi giardini di clementine. Da sempre coltivato con dedizione…

Pubblicato il: 21/06/2022 – 11:27
di Paola Militano
A Corigliano Rossano c’è puzza di bruciato

Una terra antica, feconda, baciata dal sole e lambita dal mare. Un lembo di terra punteggiato da distese di ulivi secolari, dai rigogliosi giardini di clementine. Da sempre coltivato con dedizione e passione.
Ma la Città unica di Corigliano-Rossano e la Sibaritide – come Giano bifronte – svelano l’animo cupo della ‘ndrangheta capace di innestare il germe dell’illegalità, di alterare gli equilibri, di imporre i suoi desiderata con minacce e ricatti. Mandando in fumo aziende e decine mezzi.
Un’escalation che non si arresta e, tra i cittadini, c’è il fondato timore di ripiombare negli anni segnati dalla guerra di mafia per la spartizione e il controllo della Piana e del Pollino tra il boss campano Giuseppe Cirillo, appartenente alla Nuova camorra organizzata di Don Raffaè, che controllava buona parte dello Jonio cosentino, e gli scissionisti del boss Santo Carelli, che mal digerivano le intromissioni e l’ascesa dei Forastefano.

Da allora ad oggi. Le operazioni: «Omnia», «Santa Tecla», «Timpone rosso» e «Kossa», condotte negli anni per contrastare le gesta della ‘ndrangheta, le faide sanguinose, le omertà, le connivenze e per arrestare la lunga scia di sangue e di morti ammazzati hanno consentito agli inquirenti di conoscere vecchi e nuovi assetti del crimine organizzato e quell’ossessione per il controllo del territorio.
Quell’accanita, tracotante e violenta presenza capace di soffocare interi comprensori, di commettere stragi e atrocità. Di bruciare vivo il piccolo Cocò Campolongo insieme al nonno, Giuseppe Iannicelli, legato alla cosca degli zingari e reo di aver tentato di assumere un ruolo autonomo nell’affare della droga, e alla sua compagna Ibtissam Touss.

La scomunica. Una esecuzione che getta nello sgomento l’intero Paese. Una condanna a morte che commuove il Santo Padre: «La vostra terra tanto bella conosce i segni di questo peccato: l’adorazione del male e il disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato, bisogna sempre dirgli di no. Coloro che nella loro vita hanno questa strada di male, i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».
Parole che pesano come macigni, quelle pronunciate dal Pontefice nell’omelia della messa celebrata nella piana di Sibari, risuonate come un’eco, a distanza di sette anni, da Don Ciotti nella Cattedrale di Cassano: «Le parole pronunciate dal Santo Padre nella spianata di Sibari sono parole che hanno punto, hanno smosso molte coscienze, ma ci consegnano ancora una responsabilità che le mafie sono forti. In questi sette anni si è fatto tanto. Però, attenzione. In Italia quello della mafia è uno dei tanti problemi e questo invece non è vero. Viviamo delle situazioni che sono inquietanti ma il clima è la normalizzazione».
Ma la Sibaritide – già cuore pulsante dell’agricoltura e dell’agroalimentare calabrese – destinataria di milioni di euro stanziati per la costruzione del nuovo ospedale, per l’ammodernamento della Ss 106 e per altre decisive grandi opere pubbliche, come può non fare gola agli zingari e agli italiani che, oggi, a quelle latitudini si spartiscono i profitti persino sulla pelle dei migranti?

Il pentimento di «occhi di ghiaccio». Non è da escludere però che la recrudescenza criminale sia da collegare anche alla decisione del potente boss di Rossano, Nicola Acri, di parlare con il procuratore Nicola Gratteri.
Ritenuto il killer dei boss della ‘ndrangheta cosentina Antonio Sena e Francesco Bruni, detto “Bella bella” (ndr assassinati, rispettivamente, il 12 maggio del 2000 ed il 29 luglio del 1999), già schedato come uno dei 100 latitanti più pericolosi, Nicola Acri alias “Occhi di ghiaccio” – dopo la condanna all’ergastolo in primo grado e dodici anni di carcere duro – sceglie di vuotare il sacco lo scorso anno, di raccontare la sua carriera nel crimine lunga un ventennio. Roba da far tremare le vene ai polsi dei mafiosi e della zona grigia della Città unica diventata baricentrica dopo la fusione.

L’inutile querelle. A distanza di quasi dieci anni si riaccende la polemica sulla chiusura del Palazzo di Giustizia a Rossano decisa dall’esecutivo Monti, che sull’altare della famigerata spending review sacrificherà – con il decreto-legge “Salva Italia” – anche province, ospedali e tribunali.
Ma, tanto perché si sappia, considerati i tempi e il fardello del debito pubblico, il Paese non tornerà indietro solo per qualche ingerenza della politica dal sapore vintage, di mera propaganda. Perché riaprire un tribunale soppresso non spaventa la ‘ndrangheta. Ci vuole ben altro.
È già nella riscossione del pizzo che la ‘ndrangheta si legittima come potere sul territorio e niente aiuta questi criminali quanto l’omertà e la rassegnazione.
Non dobbiamo chinare il capo o saremo sempre figli di un Dio minore. (paola.militano@corrierecal.it)

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