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l’inchiesta

La ‘ndrangheta e le minacce di morte per i milioni di Spumador. «Vengo lì e accendo fuoco»

Uno degli affiliati che controllavano il colosso delle bibite gassate: «Stavo arrivando a 5 milioni di fatturato». I dipendenti terrorizzati

Pubblicato il: 21/06/2022 – 7:15
La ‘ndrangheta e le minacce di morte per i milioni di Spumador. «Vengo lì e accendo fuoco»

MILANO «Faccio 400mila euro all’anno (…) ho chiuso con 4 milioni e 8 … di fatturato … stavo arrivando a 5 milioni». Così Antonio Salerni, presunto affiliato alla ‘ndrangheta e finito in carcere in una maxi inchiesta contro le cosche lo scorso novembre, parlava intercettato nel maggio 2020 del «suo ruolo di forza all’interno di Spumador» per il «monopolio» delle commesse sui trasporti merci, anche attraverso «”padroncini” fatti entrare da lui, garantendogli un considerevole aumento di fatturato». Lo si legge nel provvedimento del Tribunale di Milano che ha portato la nota azienda di bevande gassate in amministrazione giudiziaria. Per la prima volta la Sezione misure di prevenzione del Tribunale ha preso questo tipo di decisione nei confronti di un’azienda che è stata sì vittima delle intimidazioni dei clan, ma che, anche dopo gli arresti di fine novembre, avrebbe continuato ad avere rapporti contrattuali «con ulteriori soggetti, a loro volta legati» ai fratelli Salerni (finiti in carcere e a cui era riconducibile la Sea Trasporti), tra cui Giampiero Crusco e la Grsa srl. Società quest’ultima che proprio da novembre in poi ha avuto un «aumento esponenziale» degli importi fatturati alla Spumador. Tramite le intercettazioni e le testimonianze di dirigenti e dipendenti, i giudici hanno accertato una «oggettiva agevolazione» da parte di Spumador «in favore» di presunti affiliati alla ‘ndrangheta, che ricorrevano sistematicamente «all’intimidazione e alla violenza fisica», instaurando così un «grave regime di sopraffazione» nei confronti della stessa azienda. 

«Vengo lì e sparo o accendo fuoco». Le minacce dei Salerni a dipendenti e dirigenti di Spumador

Si va dal «guarda che adesso vengo lì e sparo» all’«accendiamo un po’ di fuoco a uno là», dal «gli devo far passare un brutto quarto d’ora» al «gli faccio una faccia quanto un pallone». È lungo l’elenco di minacce di morte, di azioni incendiarie e di violenze perpetrate nei confronti di una serie di dipendenti e dirigenti di Spumador dai fratelli Antonio e Attilio Salerni, presunti affiliati alla ‘ndrangheta e, assieme al fratello Pino, titolari della ditta “Sea Trasporti”, con lo scopo di ottenere il controllo delle commesse dei trasporti delle bevande prodotte dall’azienda con sede nel Comasco. Le intercettazioni emergono dal provvedimento con cui la sezione misure di Prevenzione del Tribunale di Milano, accogliendo la richiesta del pm della dda Paolo Storari, ha nominato per un anno un amministratore giudiziario il quale, quanto più possibile d’intesa con i componenti della governance, ha il compito di intervenire per «contrastare la contaminazione» della criminalità e restituire la società di bibite gassate soft drink «al libero mercato una volta depurata dagli elementi inquinanti».

I dipendenti «terrorizzati» dai «comportamenti intimidatori»

Nel decreto i giudici dedicano un ampio capitolo agli «episodi estorsivi ai danni di Spumador» partendo dalla denuncia di quattro anni fa dei vertici della azienda in cui si parlava di «comportamenti intimidatori» e di aggressioni fisiche, come quella a un magazziniere, da parte dei fratelli Salerni, per «ottenere l’assegnazione di alcune tratte a discapito» di altre ditte concorrenti. «Si tratta – scriveva l’ad della Spumador – di minacce di morte e di fare stragi all’interno dell’ufficio». Da lì le indagini che hanno portato lo scorso novembre a 54 arresti e che, attraverso le intercettazioni e le testimonianze, hanno consentito di ricostruire «la grave situazione che si era venuta a creare» all’interno della società e che nel 2021 ha consentito alla “Sea Trasporti” di avere commesse che nel 2021 hanno rappresentato l’82 per cento del fatturato. Un metodo che, tra i dipendenti, ha creato un «forte timore per la loro incolumità e, soprattutto per quella dei loro familiari» al punto da non dormire la notte o, come è capitato al direttore della logistica, da non riuscire più a parlare in quanto sarebbe stato «terrorizzato».

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