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Stipendi dignitosi, in Calabria la corsa è (ancora) vana – VIDEO

L’introduzione del salario minimo rischia di non centrare l’obiettivo. Il differenziale resta tra i più alti d’Italia. Marino: «Politiche per creare veri posti di lavoro»

Pubblicato il: 03/07/2022 – 0:00
di Roberto De Santo
Stipendi dignitosi, in Calabria la corsa è (ancora) vana – VIDEO

REGGIO CALABRIA Lotta alla diseguaglianza crescente tra territori e contrasto alla povertà nelle famiglie monoreddito. Due aspetti che emergono con spietata evidenza dalla lettura dei dati sui salari e sui redditi medi tra regioni. Con quelle più ricche capaci di generare stipendi e redditi decisamente più alti rispetto alle aree più marginali del Paese. Differenze che nel caso della Calabria diventano ancor più marcate con la regione relegata sempre più a recitare il ruolo di ultima della classe. Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Economia e delle Finanze, la Calabria è infatti in fondo alla classifica per reddito pro capite medio tra cittadini. Nel 2020, ultimo dato disponibile, un calabrese deteneva un reddito medio pari a 14.651 euro decisamente molto distante dai 23.335 euro di un cittadino lombardo o ai 21.625 euro di chi vive in Emilia Romagna.

Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze


Ma a creare poca equità tra regioni ci sono anche il livello di stipendi tra territori che relegano, in questo caso la Calabria agli ultimi posti.
Aspetti che si incrociano con il tema del salario minimo recentemente previsto da un accordo stilato tra Consiglio, Parlamento e Commissione europea. Uno strumento ancora in fase di approvazione che, secondo le intenzioni dei legislatori europei, «favorirà salari minimi adeguati nell’Ue e lo sviluppo della contrattazione collettiva». Con ricadute a cascata, secondo i sostenitori della proposta, anche sui territori più poveri del Vecchio Continente come la Calabria.
Una misura quella programmata a Bruxelles che interesserebbe l’Italia visto che è tra i sei Paesi membri – assieme a Danimarca, Finlandia, Austria, Svezia e Cipro – a non aver ancora previsto il salario minimo.
Se dovesse concludersi l’iter avviato tra le istituzioni europee – allo stato dovrà tornare in Commissione Lavoro e Affari sociali di Bruxelles per poi essere nuovamente votato dal Parlamento europeo ed infine ottenere il via libera anche dal Consiglio Ue – l’Italia dovrà recepire la direttiva. E il Parlamento per non farsi trovare impreparato ha già avviato l’11 maggio scorso l’esame di un disegno di legge in materia che prevede appunto l’introduzione di un salario minimo legale intercategoriale pari a 9 euro lordi per ora. Una misura che, secondo le stime dell’Inps, interesserebbe 4,5 milioni di lavoratori su un totale di circa 17 milioni. Anche se l’Italia a differenza di altri Paesi europei ha largamente utilizzato lo strumento della contrattazione collettiva che prevede già retribuzioni minime tabellari. Quello strumento però dovrebbe coprire quelle categorie che non sono garantite: si tratta per lo più di lavoratori atipici, partite iva e collaboratori occasionali.  
E un impatto dopo l’introduzione del salario minimo si avrebbe anche in Calabria. Anche se gli effetti, secondo i detrattori della misura, potrebbero essere non del tutto positivi come nelle intenzioni degli estensori. Anzi, in realtà delicate come quella calabrese, che sconta un sommerso elevato – si stima in 140mila soggetti interessati -, un precariato diffuso e una elevata disoccupazione soprattutto giovanile, la misura – una volta introdotta – potrebbe portare ad una maggiore pressione sul mondo del lavoro o, nella migliore delle ipotesi, ad essere aggirata. Un sistema, quest’ultimo, ampiamente già adottato nel mondo del lavoro calabrese contraddistinto da un elevato ricatto datoriale – dettato dalla mancanza di lavoro – e da un basso potere contrattuale dei lavoratori, soprattutto i più fragili.
Anche se il tema di come affrontare il differenziale salariale che vede i lavoratori calabresi in una posizione decisamente deficitaria rispetto al resto del Paese, rimane un elemento centrale delle politiche economiche dell’Italia per far recuperare capacità di spesa tra le famiglie e contrastare la povertà diffusa in questa regione.  

I dati sui salari in Calabria

La Calabria è penultima in Italia per livello di retribuzione tra lavoratori. Un dato che se commisurato alla circostanza che il nostro Paese è al 25esimo posto su 36 del gruppo Ocse e all’11esimo su 17 dell’Eurozona, fa emergere come la regione resti tra le aree più povere non solo dell’Europa. E a guadagnare meno non sono solo operai e impiegati, ma anche quadri e dirigenti che lavorano con aziende calabresi. Secondo l’Osservatorio JobPricing, in particolare, la Retribuzione annua lorda (Ral) di un lavoratore calabrese nel 2021 si attesta a 25.438 euro contro la media nazionale pari a 29.301 euro. Mentre la Retribuzione globale annua (Rga) è stata di 25.698 (in Italia 29.840 euro). Due parametri che se confrontati con quelli di regioni più ricche come la Lombardia e il Trentino Alto Adige dimostrano quanto sia elevato il differenziale salariale. Nella prima regione infatti, nel 2021 un lavoratore ha ottenuto una Ral pari a 31.553 euro (Rga 32.191 euro), mentre un dipendente trentino si è visto una busta paga complessiva annua lorda di 31.001 euro (Rga 31.501 euro).
Differenze che si riscontrano sia tra operai e impiegati, ma anche tra quadri e dirigenti d’impresa. Se i primi in Calabria hanno ottenuto rispettivamente una Ral di 23.037 euro e gli impiegati 27.944 euro, la media nazionale è stata pari per i prima a 24.787 euro e per i secondi a 30.836 euro. Tra gli operai meglio pagati spiccano quelli che lavorano in Trentino con una Retribuzione annuale lorda di 26.875 euro e quelli in Val d’Aosta (25.946 euro). In entrambe le regioni anche gli impiegati sono quelli meglio retribuiti: con i valdostani a quota 33.559 euro e i trentini a quota 32.629.  
Distanze che si fanno vedere anche tra i quadri: in Calabria ha portato a casa una Ral di 49.401 euro contro una media nazionale di 54.519 euro (con il Friuli a recitare la parte da regina: 57.286 euro). Ma anche tra i dirigenti. Se in Calabria mediamente un Ceo ha guadagnato nel 2021 87.287 euro in Friuli un suo collega a portato a casa 102.722 euro l’anno.
Numeri che fanno comprendere esattamente le differenze salariali e la necessità di dover intervenire per evitare anche quella fuga di cervelli dalla Calabria.

Marino: «Crescita dell’occupazione reale, unica ricetta per migliorare i salari»

Domenico Marino, docente di Politica Economica all’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria

Il salario minimo non è la strada per affrontare il problema del differenziale salariale. Anzi quella misura potrebbe danneggiare il mercato del lavoro in un territorio fragile come quello calabrese. È questa in sintesi la posizione di Domenico Marino, docente di Politica Economica all’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria. Secondo il docente che è anche direttore del Centro Studi delle Politiche Economiche e Territoriali del dipartimento Pau della “Mediterranea”, «occorre rilanciare delle vere politiche industriali che creano veri posti di lavoro».

Professore, la Calabria continua a registrare i redditi più bassi in Italia. Eppure la contrattazione collettiva è valida in tutta Italia. Perché esiste questo divario?
«
Se si confrontano i salari su base regionale non si può non riscontrare la presenza di un divario che fra Calabria e Lombardia può anche raggiungere valori significati che si attestano intorno al 40%.Ciò è dovuto essenzialmente alla diversa struttura produttiva delle diverse regioni. Nelle regioni più avanzate sono presenti più imprese ad alto valore aggiunto che hanno bisogno di personale molto qualificato e che, quindi, garantisce salari più elevati. Il differenziale salariale è preoccupante perché denota un gap di innovazione e di produttività fra le regioni».

L’introduzione del salario minimo porterebbe benefici alla dinamica dei redditi dei lavoratori calabresi?
«Il dibattito innescato dal tema del salario minimo legale mi sembra obiettivamente sovradimensionato rispetto al reale impatto in Italia. Mi sembra, piuttosto, che la grande enfasi data a questo tema sia in gran parte da attribuirsi ad una spinta di natura ideologica che non tiene conto della realtà. Sembrerebbe, quasi, che deputati e senatori “vivano sulla Luna” e discutano di un mercato del lavoro che non esiste nella realtà. Forse perché molti dei nostri rappresentanti istituzionali hanno fatto la loro prima ed unica esperienza vera di lavoro entrando in Parlamento. In primo luogo, va chiarito che dalla direttiva europea non deriva nessun obbligo di adeguamento legislativo in Italia, perché la direttiva prevede la necessità di un intervento solo quando la contrattazione collettiva copre meno del 70% dei lavoratori. In Italia siamo molto al di sopra la soglia dell’ottanta % per cui non c’è nessun obbligo di intervento legislativo. La platea dei potenziali beneficiari del salario minimo legale è, infatti, abbastanza residuale rispetto agli occupati nel complesso e, nella migliore delle ipotesi, non produrrebbe benefici apprezzabili. Sarebbero altri i temi importanti su cui concentrare interventi legislativi per il mercato del lavoro, come, ad esempio, i rinnovi contrattuali, la riduzione del cuneo fiscale, una stretta sui contratti collettivi pirata che negli ultimi anni sono notevolmente aumentati, la regolamentazione dei lavori su piattaforma e le tutele dei lavoratori nell’economia digitale».

Il settore agricolo è tra i segmenti che maggiormente risente del sommerso in Calabria

Esiste poi tutto un sommerso che sfugge ai controlli soprattutto in Calabria. Come far emergere il lavoro irregolare?
«Sicuramente efficaci sono le misure che mirano a creare delle black list di imprese che hanno comportamenti non conformi alle regole, limitando ad esempio la possibilità di contrattazione con la pubblica amministrazione per le imprese che utilizzino lavoro sommerso o non regolare. Ancora più importanti sono, poi, le sanzioni non monetarie. Se la sanzione viene comminata dal contesto sociale nel momento in cui un certo comportamento non conforme alle regole viene posto in essere e non nel momento del suo effettivo accertamento, con una sorta di riprovazione sociale, allora il fenomeno del sommerso diviene meno conveniente e poco frequente. Se il contesto sociale mostra accondiscendenza verso il fenomeno del sommerso la sua riduzione con politiche di pura repressione diventa un’utopia. Il livello di sommerso, quindi, rispecchia il grado di accondiscendenza sociale verso il non rispetto delle regole ed è tanto più alto quanto più vengono tollerati comportamenti di questo tipo».

Ma la misura del salario minimo potrebbe divenire un deterrente per procedere a nuove assunzioni in un territorio già fragile come quello calabrese?
«Il salario minimo legale, se applicato in Calabria, potrebbe portare a numerose distorsioni nel mercato del lavoro. In primo luogo, potrebbe aumentare il costo del lavoro per gli imprenditori che rispettano le regole e, nel contempo, potrebbe incentivare il ricorso a forme di economia sommersa e di lavoro non regolare. Potrebbe anche rendere più difficile il ricorso a quelle prestazioni occasionali e stagionali che sono tanto necessarie all’economia calabrese e che sono connesse con i settori dell’agricoltura e del turismo».

E poi c’è l’elemento della precarizzazione dei rapporti che nella regione Cenerentola per occupazione diventa decisamente discriminante. Come sostenere l’occupazione vera?
«
Se non si innalza il livello della domanda, le sole politiche attive del lavoro sono sicuramente insufficienti a correggere gli squilibri sul mercato del lavoro. Per innalzare il livello della domanda sono necessarie delle sane e robuste politiche industriali, che nella Calabria sono sempre state problematiche e assenti. Si è troppo parlato di occupabilità e poco di rafforzamento dei sistemi produttivi. Gli interventi in favore delle imprese si limitano ad aiuti e finanziamenti a pioggia che spesso possono addirittura danneggiare le imprese. Si è creato un mercato drogato dall’offerta di incentivi pubblici che ha fatto perdere di vista i veri elementi che caratterizzano l’aumento di produttività delle imprese. Si è investito molto poco nel creare un sistema industriale, nel costruire gli ecosistemi produttivi e dell’Innovazione. Sono, in poche parole, mancate le politiche industriali efficaci, sostituite da politiche di incentivazione che troppe volte sono ispirate e nascondono interessi clientelari».

Una busta paga fotografata il 27 dicembre 2008. ANSA/FRANCO SILVI

Gli imprenditori calabresi nei giorni scorsi hanno denunciato l’impossibilità – nonostante le richieste – di intercettare lavoratori. In un quadro di disoccupazione così elevato sembra un controsenso: Da cosa dipende?
«
In indagini svolte alcuni anni fa si era già riscontrato che in Calabria, a dispetto dell’alto tasso di disoccupazione, vi era un salario di riserva elevato. Il salario di riserva è il salario minimo al di sotto del quale non si è disponibili ad accettare un lavoro. Ciò dipende da alcuni fattori. In primo luogo, l’alto tasso di istruzione dei disoccupati calabresi, mediamente più alto che in altre regioni, cosa che comporta delle aspettative salariali più elevate. A ciò si aggiunge una rete di welfare familiare diffuso che permette di finanziare periodi più lunghi di disoccupazione dei figli. Il reddito di cittadinanza, da questo punto di vista non ha fatto altro che rendere più elevato il salario di riserva, e, quindi, di fatto ha reso più conveniente il prolungamento del periodo di disoccupazione con l’obiettivo della ricerca di condizioni migliori di lavoro. Va, però, anche detto che spesso sono le condizioni offerte dagli imprenditori che sono troppo al ribasso rispetto alla media di altre parti del paese. Se gli imprenditori rivedessero al rialzo le loro proposte di lavoro, probabilmente troverebbero manodopera qualificata disponibile a lavorare. Se, invece, puntano sul dumping sociale, ossia sul fatto che offrendo salari bassi e condizioni di lavoro pesanti, troveranno sempre qualcuno disposto ad accettarle, non solo avranno difficoltà, oggi, a trovare lavoratori, ma dovranno pescare nella fascia meno professionalizzata, rischiando di danneggiare la qualità dei loro prodotti e dei loro servizi».

Dunque il reddito di cittadinanza, in questo senso, potrebbe aver giocato un ruolo nello scoraggiare i potenziali lavoratori calabresi ad accettare un’occupazione seppure temporanea?
«
Un limite forte alla efficacia del reddito di cittadinanza è costituito da una sua ambiguità di fondo, un suo peccato di origine. È stata, infatti, mischiata una politica attiva (inserimento lavorativo) con un reddito minimo finalizzato alla lotta alla povertà, immaginando di erogare un certo ammontare di denaro sotto forma di card (controllando i consumi) a tutti coloro che seguono un percorso di transizione al lavoro. Questa commistione snatura i due strumenti rendendoli potenzialmente poco efficaci, mentre potrebbero tranquillamente essere complementari, se erogati in maniera disgiunta a beneficiari differenti. Un reddito minimo finalizzato all’inclusione per coloro che sono in situazione di povertà assoluta erogato attraverso una card o un bancomat è uno strumento di lotta alla povertà, il salario d’ingresso per l’inserimento lavorativo è una politica attiva per il lavoro.Diversi, quindi, sono i destinatari, diversi sono gli strumenti, diversi sono i risultati. In assenza di questa diversificazione degli strumenti la proposta di reddito di cittadinanza del governo è un ibrido che non facilita la transizione al lavoro, non combatte la povertà, ma fa solo crescere il numero dei lavoratori in nero e il numero dei furbetti del bancomat di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza può sicuramente avere un effetto distorsivo che consiste nello scoraggiare la ricerca attiva di lavoro e anche la disponibilità ad accettare un lavoro. Perché accettare un lavoro che implica fatica e sforzo se si può ricevere comodamente un reddito stando comodamente seduti sul divano?».

Quale strumento ritiene valido per tenere innalzare i redditi e dunque anche la capacità di acquisto dei calabresi?
«Il quadro che si sta delineando a livello internazionale, quello di una crescita dell’inflazione spinta dalle fonti energetiche, pone un problema in termini di capacità di spesa delle famiglie che per molti anni avevamo poco considerato. Dall’entrata nell’euro, più di 20 anni fa, ci eravamo abituati a tassi di inflazione molto bassi che consentivano di mantenere invariata la capacità di spesa delle famiglie. Lo scenario oggi è cambiato e ci avviamo verso una perdita marcata di potere d’acquisto. Questo per la Calabria potrebbe essere un problema molto più grave che per le altre regioni, perché la riduzione della capacità di spesa delle famiglie può innalzare la linea di povertà e far precipitare nell’indigenza famiglie che prima avevano un tenore di vita accettabile. Per evitare questo vanno progettati degli ammortizzatori, in assenza dei quali, una prolungata inflazione a tassi elevati potrebbe distruggere il benessere di una parte considerevole delle famiglie calabresi. Ma accanto agli ammortizzatori occorre rilanciare delle vere politiche industriali che creano veri posti di lavoro, perché la crescita dell’occupazione è il miglior modo per innalzare i redditi e la capacità di spesa delle famiglie». (r.desanto@corrierecal.it)

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