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Cannabis ad uso medico (anche) in Calabria, Amato: «È un diritto dei pazienti»

Uno dei massimi esperti in Italia della Terapia del dolore è a favore di una norma per l’utilizzo dei farmaci nella regione. È tra le ultime in Italia. In Consiglio c’è una proposta di legge

Pubblicato il: 04/07/2022 – 6:55
di Roberto De Santo
Cannabis ad uso medico (anche) in Calabria, Amato: «È un diritto dei pazienti»

COSENZA A sedici anni dall’introduzione della cannabis per uso medico, la strada per i pazienti di poterla utilizzare resta lastricata di difficoltà. Ed in Calabria questa terapia resta ancora una chimera. È infatti una delle ultime regioni in Italia a non avere ancora una norma che permetta ai cittadini, affetti da patologie gravi, di usarla per alleviare le proprie sofferenze.
Un ostacolo in più che subiscono i calabresi fin dal 2006, anno in cui è stata introdotta in Italia la possibilità per i medici di poter prescrivere preparazioni contenenti sostanze attive a base di cannabis. Un muro che si somma alle difficoltà già elevate di quanti, scelgono nel Paese questa terapia per combattere dolori cronici. In Italia, infatti, c’è una grande diffidenza tra i medici a prescrivere questa soluzione. Inoltre ci sono grossi problemi a reperire i farmaci, sia per mancanza di diffusione tra le strutture sanitarie preposte sia anche per l’insufficienza di produzione che si riscontra in Italia.

I limiti nella produzione

Fonte: Ministero della Salute

Allo stato la produzione di canapa per uso medico è autorizzata da una norma del 2014 solo nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che produce infiorescenze che vengono poi distribuite attraverso le farmacie italiane. E dopo una fase sperimentale, soltanto nel 2016 questo canale di produzione è entrato in funzione. Ma fin da subito si sono evidenziati limiti sull’approvvigionamento, dato che i quantitativi prodotti non hanno mai soddisfatto la domanda di farmaci a base di cannabinoidi. Una discrepanza che nel tempo semmai è accresciuta visto che nel corso degli anni la richiesta è aumentata esponenzialmente.
Gli ultimi dati dimostrano infatti che i consumi di questi farmaci in quattro anni sono quadruplicati. Passando da 351 chili del 2017 ai 1.271 chili dello scorso anno. E nello stabilimento militare di Firenze la produzione nel 2021 è stata pari solo a 150 chili. Una difficoltà sopperita in parte dall’apertura alle importazioni dall’estero – su tutte dall’Olanda – ed in parte dal bando scaduto da pochi giorni previsto dal ministro della Salute Roberto Speranza e concordato con il ministero della Difesa. Si tratta di una manifestazione d’interesse che coinvolge i privati nella produzione di cannabis terapeutica. Un bando che consentirebbe, nell’intenzioni degli estensori, di creare un’autosufficienza dell’Italia. Le piante prodotte dai privati che superano questa selezione, sarebbero inviate all’istituto militare fiorentino che si occuperebbe – con lo stesso metodo finora adottato – di trasformarle in farmaci e distribuirle infine alle Regioni.

Il quadro calabrese

Fonte: Ministero della Salute

Ed è qui che nuovamente la Calabria resta indietro, visto che ancora ad oggi la Regione non ha adottato una normativa specifica.
Per sopperire a questa mancanza – che persiste da oltre tre lustri – è in discussione in Commissione Sanità di Palazzo Campanella una proposta di legge bipartisan. Si tratta del testo “Modalità di erogazione di medicinali cannabinoidi per finalità terapeutiche” proposto dai consiglieri regionali Ferdinando Laghi, Michele Comito, Amalia Bruni, Giuseppe Graziano, Simona Loizzo e Giuseppe Neri.
Una proposta che punta tra l’altro anche alla rimborsabilità dei medicinali cannabinoidi da parte del Fondo sanitario regionale. Un provvedimento che se dovesse passare in Assemblea, colmerebbe quel deficit che i pazienti calabresi devono subire. Dunque un passo in avanti per ristabilire l’equità di trattamento di quanti soffrono, di specifiche patologie senza avere finora risposte dal sistema sanitario calabrese.

Amato: «È un diritto dei pazienti ad accedere alla cura»

«Al di là di evidenze scientifiche sulla reale efficacia della terapia, non possiamo impedire ad alcuni pazienti l’uso di questi farmaci». È chiara la posizione sull’utilizzo dei farmaci a base cannabinoide di Francesco Amato, direttore dell’Unità operativa complessa di Terapia del dolore all’ospedale dell’Annunziata di Cosenza nonché direttore del dipartimento Onco-ematologico e CP dell’Hub regionale.
Il professore – che è anche consulente del direttore generale della Programmazione sanitaria del ministero della Salute, dove è coordinatore del tavolo tecnico sulla terapia del Dolore – chiede di mettere in campo in Calabria «una rete» per una corretta gestione della somministrazione e distribuzione futura di questo genere di farmaci.

Francesco Amato, direttore dell’Unità operativa complessa di Terapia del dolore all’ospedale dell’Annunziata di Cosenza  nonché direttore del dipartimento Onco-ematologico e CP dell’Hub regionale

Qual è l’attuale stato di utilizzo della cannabis nelle terapie del dolore?
«Innanzitutto segnalerei una differenziazione profonda tra le varie regioni come capita spesso per la capacità di offerta sanitaria ma anche come gratuità di accesso a molte terapie per le stesse patologie, per le stesse caratteristiche e per le stesse condizioni di malattie. Il Decreto ministeriale del 9 novembre 2015 precisa che l’uso medico della cannabis non può essere considerato una terapia propriamente detta, bensì un trattamento sintomatico di supporto ai trattamenti standard, quando questi ultimi non hanno prodotto gli effetti desiderati. E tuttavia questa non è scevra da inneficacia ed effetti collaterali a livello sistemico come peraltro tutte le altre molecole».

Fonte: Ministero della Salute

Cosa significa per la Regione Calabria munirsi di una legge in questa materia?
«Tutta la letteratura medica specifica converge in un sistema sanitario che si va riorganizzando, spesso ci si interroga su come costruire un nuovo modello. Un sistema che dispensi cure senza guardare solo all’outcome, ma che sia in grado di generare valore. Ed un sistema corretto riesce a generarare valore solo quando è capace di generare salute. È chiaro che temi che attingono all’umanizzazione delle cure, al benessere sociale, al dare ristoro all’incurabilità rappresentano il sapere ed il pensiero dominante che dovrebbe fare la differenza rispetto all’innalzamento della qualità delle prestazioni. Una conquista che comporta anche per il paziente la possibilità di poter scegliere, di essere informato e seguito».

Che tipo di organizzazione sanitaria dovrebbe essere messa in piedi in Calabria per rispondere alle esigenze di cura in questo campo?
«Nell’utilizzo della cannabis dalle schede di ricognizione giunte dall’Istituto superiore di sanità si evidenzia una diversità tra le varie realtà regionali, nell’applicazione della norma. E non solo, ma anche tra i vari specialisti individuati dal DM del 2015 designati alla prescrizione di questa sostanza nei differenti contesti di malattia. Così i pazienti si ritrovano sconfortati nel non avere un preciso indirizzo di gestione della propria cura e spesso vengono lasciati alla ricerca casuale di quelle che sono le attitudini secondarie dei processi di cura. Si tratta, ora, di offrire risposte puntuali ad un bisogno di salute puntuale, al di là che esistano luoghi di erogazione e di utilizzo individuati dalla norma. Occorre, a prescindere da quella che è la cornice normativa sull’utilizzo della cannabis, seguire una logica di gestione di rete che ne permetta il coordinamento di tutte le unità di offerta come previsto dal decreto ministeriale. Un processo che tenga conto di un percorso di cura con un piano terapeutico specifico e non per silos con la logica dei farmaci a permanenza, con controlli precisi e pressanti sugli atti della clinica che ne evitino o ne riducano il rischio di scadimento in comportamenti inappropriati. Quindi la ratio sarà quella di ragionare in termine di rete, prevedendo che ci sia sempre un soggetto che sappia fare sintesi di tutte le problematiche legate ad un singolo paziente che necessiti di utilizzare cannabis. Non, viceversa, che sia il paziente a bussare alle strutture sanitarie. Una modalità di lavoro che fa parte del bagaglio di esperienze di chi si è sempre occupato di malattie rare».

Una delle serre in cui si coltiva la cannabis ad uso medico

Per quali patologie in particolare si potrà adottare l’uso della cannabis?
«L’uso è specificato precisamente nel testo del decreto ministeriale. In particolare la cannabis potrà essere utilizzata come analgesia nel dolore neuropatico. Può essere indicato per far fronte ad alcuni effetti avversi della chemioterapia, della radioterapia o di alcune terapie per l’HIV. La cannabis può essere prescritta anche per malattie reumatiche (artriti, osteoartrosi, fibromialgia) o neuropatie. Inoltre questa terapia è efficace come stimolante dell’appetito nella cachessia, anoressia o in pazienti oncologici. Allo stesso scopo può essere prescritta a pazienti affetti da Aids. La cannabis a uso medicinale può essere impiegata anche per abbassare la pressione arteriosa in caso di glaucoma che resiste alle terapie convenzionali. Ancora può ridurre i movimenti involontari del corpo e facciali nella sindrome di Gilles de la Tourette. Può essere indicata nell’analgesia nel dolore cronico correlato a spasticità, di grado moderato severo, non adeguatamente controllato con le terapie convenzionali, in pazienti con sclerosi multipla. Diversi autori concordano che l’impiego dei cannabioidi può essere preso in considerazione soprattutto sui meccanismi che anticipano il dolore. Sulla base dei dati di letteratura scientifica l’impiego dei cannabioidi dà, rispetto agli oppioidi, un profilo di sicurezza maggiore perché non interferisce sui centri del respiro in quanto vi è una inespressione dei recettori CB1 a livello del tronco celebrale ed in particolare nel bulbo».

La cannabis terapeutica viene realizzata in Italia nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze

Ritiene che sarebbe utile allargare la produzione di Cannabis  a fini medici utilizzando anche il territorio calabrese?
«Difficile stabilirlo. Questo perché non esistono dati certi sul fabbisogno che oltre essere ricavato dai consumi  è stabilito dalla disponibilità del prodotto e poiché la coltivazione è autorizzata dallo Stato, sarà lo stesso a stabilirne il bisogno. In questo momento solo una piccola quantità viene prodotta dall’istituto farmaceutico militare di Firenze, mentre la maggior parte proviene dell’Olanda da cui nel 2012 ne importavamo 20 mg, nel 2018 1.200kg. Nel 2019 il ministero della Salute olandese ha posto un tetto all’importazione pari a 800kg che viene sforato di 100-150 kg annui assolutamente insufficienti per il fabbisogno. Nel 2022 si è insediato il nuovo gruppo di lavoro sulla cannabis che afferisce alla Direzione Generale dei farmaci e presidi medici del ministero della Salute che lavora in stretto contatto con il tavolo tecnico della T del D presieduto dal sottoscritto. Il nuovo gruppo di lavoro ha tra gli obbiettivi  quello di generare nuova letteratura attraverso bandi finalizzati dell’AIFA che abbiano maggiore precisione tecnico-scientifica rispetto alle attuali deboli prove ritenute attualmente non esaustive circa gli effetti di tale sostanza. I nuovi risultati certamente più robusti dovranno produrre evidenze scientifiche che possono poi orientare scelte di programmazione sanitaria».

Con quali meccanismi la cannabis agisce sul dolore?
«Si ritiene che i cannabinoidi influenzino il dolore attraverso vari meccanismi incluso il sistema endocannabinoide che ha recettori ubiquitari nel sistema nervoso centrale, periferico, immunitario ed ematologico. Prove di certezza da moderata ad elevata mostrano una riduzione del dolore rispetto al placebo ed agisce sulle funzioni emotive e sul ruolo sociale. Non è una vera e propria analgesia, come quella prodotta dagli oppioidi, ma certamente la cannabis modula il trasferimento dell’informazione nocicettiva alle strutture centrali. Quel che si può sostenere, senza entrare in troppi dettagli tecnici, è che la cannabis è un neuromodulatore puro. Alcune imprecisioni degli studi presenti in letteratura sono riconducibili al fatto che questi sono stati disegnati e processati con la stessa metodologia degli oppioidi cioè Start Low and Go Low, mentre forse si  dovrebbe indagare meglio l’aspetto della quality of live».

È in corso di valutazione una proposta di legge regionale in materia. Quale appello si sente di fare alle istituzioni e alla politica per accelerare l’iter che vede la Calabria tra le ultime a recepire queste soluzioni?
«Sono stato invitato alcuni giorni addietro per un’ audizione in commissione Sanità del consiglio regionale dove ho ribadito che, anche se non bisogna aspettarsi molto da questa terapia, non possiamo impedire ad alcuni pazienti l’uso di questi farmaci. Questo perché nelle condizioni di sofferenza grave in cui versano possono avere benefici anche se casuali visto che  non si ha la completa comprensione dei meccanismi etio-patogenetici e farmacocinetici di questa sostanza nei differenti contesti di malattia. Per questo reputiamo giusto utilizzarla poiché non trovano cura in altri trattamenti. I pazienti quindi hanno diritto di accedere alla cura ancorché non perfettamente validata. Reputiamo un passo strettamente necessario in questo contesto di latitanza scientifica». (r.desanto@corrierecal.it)

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