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A San Luca il progetto che coinvolge gli ex detenuti. «Polsi non è il Santuario della ‘ndrangheta»

Dalla vita in carcere per reati di droga al lavoro nel santuario «usurpato dagli ’ndranghetisti». Il racconto sulle pagine di Avvenire

Pubblicato il: 08/08/2022 – 13:45
A San Luca il progetto che coinvolge gli ex detenuti. «Polsi non è il Santuario della ‘ndrangheta»

SAN LUCA Dalla vita in carcere per reati di droga al lavoro nel santuario della Madonna della Montagna di Polsi, in Aspromonte, nel comune di San Luca. È la storia di riscatto, raccontata sulle pagine di Avvenire, del progetto voluto dal vescovo di Locri-Gerace, monsignor Francesco Oliva – e portato avanti dal nuovo rettore del Santuario, don Tonino Saraco – che coinvolge, due ex detenuti (32 e 48 anni), e che prossimamente ne coinvolgerà altri.

Il progetto 

Per il progetto è stato preso in gestione un terreno confiscato di 25 ettari ma, in attesa di ottenere finanziamenti per la messa in produzione, i due ex detenuti sono stati assunti come stagionali dall’azienda agricola del Santuario che produce frutta e verdura per uso interno. I due uomini – scrive l’Avvenire – sono diventati dipendenti, per ora stagionali, del Santuario. Si occupano delle attività agricole ma anche della manutenzione della struttura, dove ogni anno arrivano migliaia di pellegrini. Non l’unica iniziativa della diocesi a favore del carcere. Altri due ex detenuti lavorano grazie alla diocesi. Uno al bellissimo e frequentatissimo Eremo di Monte Stella, nel comune di Pazzano e uno proprio nell’Episcopio di Locri, dove si occupa del giardino, dell’orto e della manutenzione.

«Polsi non è il Santuario della ‘ndrangheta»

Il Santuario – scrive il quotidiano – «usurpato dagli ’ndranghetisti, dove tenevano i loro vertici, riti, giuramenti e accordi tra clan», è «sempre più simbolo del riscatto di queste terre dal potere e dalla cultura mafiosa». «Sono tre le motivazioni dell’iniziativa – spiega don Tonino –. Vogliamo dare un’immagine diversa del Santuario, contribuire alla rinascita del territorio, dare una nuova occasione, una seconda possibilità a chi ha avuto problemi, ha sbagliato nella sua vita. L’unico modo per impedire che facciano nuovamente cose sbagliate è dare loro un lavoro». «Lo abbiamo fatto – ha spiegato al quotidiano il vescovo Oliva – per favorire la reintegrazione sociale del detenuto che proprio a causa della pena che deve scontare non trova sempre un terreno disponibile per essere accolto e avere un posto di lavoro. In questo modo noi favoriamo e aiutiamo la persona e la sua famiglia in un momento delicato della sua vita in cui non avrebbe altre possibilità».
«Il Santuario di Polsi – afferma ancora il vescovo – ha sempre svolto un’attività di accoglienza nel passato, adesso vogliamo dare un risvolto di marca ancora più sociale, prestando attenzione a quelle povertà e fragilità che si trovano nelle strade e soprattutto nelle persone in difficoltà. Vogliamo che anche il Santuario, che in passato è stato giudicato per altri motivi, sia oggi luogo di reintegrazione sociale, luogo che si interessa delle problematiche sociali. Lo ribadiamo, Polsi non è il Santuario della ’ndrangheta, non ha niente a che vedere con la ’ndrangheta, ma è un Santuario che ha al centro la spiritualità e la dignità della persona e in questo il lavoro è centrale, soprattutto nel nostro territorio dove il lavoro manca. Creare lavoro vero, è impegno concreto di promozione di legalità e giustizia».

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