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l’iniziativa

Non chiamateci matti

A Catanzaro una mostra con le opere dei pazienti affetti da malattie mentali. Un’iniziativa per andare oltre stigmi e pregiudizi. Studiosi a confronto. «“Pazzo” non significa niente. E l’arte può a…

Pubblicato il: 29/09/2022 – 16:15
Non chiamateci matti

CATANZARO Paola Militano, direttore del Corriere della Calabria, parla di «polveroso e alquanto fastidioso vizio di pensiero», di «uno stigma che accompagna ancora oggi chi soffre di disturbi mentali» e viene etichettato come “matto”. Le fa eco, nell’incontro-presentazione della mostra “People in mind”, il rettore dell’Università “Magna Graecia” Giovambattista De Sarro, spiegando che il timore delle famiglie che ancora sono portate a nascondere i casi di malattia mentale «non è più accettabile ai tempi d’oggi perché nel campo della terapia di queste patologie ci sono stati dei passi avanti notevolissimi». Il concorso itinerante pensato da Lundbeck Italia per valorizzare le 24 opere finaliste realizzate dai pazienti è un passo verso il superamento di quello stigma e di pregiudizi (fin troppo) resistenti. Un’opportunità tangibile. E visibile: perché – come vuole il titolo della giornata – “quando l’arte incontra la vita” nascono piccoli capolavori (potete ammirarli sotto, nella fotogallery) che allontanano stigmi e pregiudizi. 

Militano: «Superare l’approccio ottocentesco nei confronti della malattia mentale»

«Nell’immaginario collettivo – spiega Paola Militano introducendo il convegno nell’ateneo catanzarese – un “matto” è un tratto discreditante, spesso disapprovato dalla società. Ma se tutti, prima o poi, ci imbattiamo nella sofferenza della psiche perché questo argomento continua ad essere un tabù? E perché chi ne è toccato di solito continua a non parlarne, come se si trattasse di qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi? Alla base ci sono evidentemente la mancanza di conoscenza e il pregiudizio ma le conseguenze portano dritte all’emarginazione del malato di mente». Il direttore del Corriere della Calabria sottolinea che «superare questo approccio ottocentesco permetterebbe intanto ai malati di accedere prima e meglio alle cure e a giovarne sarebbe senza alcun dubbio anche l’intera società. È del tutto evidente che la salute mentale è rimasta troppo a lungo un argomento di secondo piano – se non del tutto assente – diventando nel dibattito pubblico un tema facoltativo, lasciato agli specialisti e all’iniziativa del terzo settore e dei privati come quella di oggi, lodevole, ma questo non può più bastare. Le responsabilità sono da ricercare anche nel sistema, lontanissimo dall’avere finora il livello di attenzione, considerazione e risorse che sarebbero invece urgenti e necessarie».

De Sarro: «Socializzazione e impiego lavorativo migliorano la vita dei pazienti»

Il rettore De Sarro evidenzia come «queste patologie non sono ben accettate già dai familiari che hanno grosso timore di sapere e di far conoscere in giro che nella loro ambito familiare c’è una paziente che soffre di una patologia psichiatrica. È una cosa che ormai non è più accettabile perché nel campo della terapia di queste patologie ci sono stati dei passi avanti notevolissimi, è migliorata la diagnostica, si sono individuati col passare degli anni i meccanismi alla base della patologia e si è compreso come spesso questi pazienti non devono essere rinchiusi o compressi in un ambiente chiuso, ma devono cercare di socializzare il più possibile».
«Sembrerà strano – continua De Sarro – ma la socializzazione, l’impiego lavorativo, il dar da fare qualcosa che interessa questi pazienti, sicuramente ha migliorato il loro decorso di vita e anche il rapporto con i familiari e questo lo dobbiamo anche all’industria farmaceutica che, col passare degli anni, ha scoperto dei farmaci sempre più attivi e con minori effetti collaterali, con minori effetti ad esempio a livello endocrino, con minore effetto sulla sedazione e che ci permette di mantenere in una condizione ambientale e sociale più decorsa anche i pazienti psichiatrici».  
Le lacune, però, ci sono: «Mancano quelle strutture di supporto che molto spesso si basano sul volontariato ma che in altre realtà italiane sono presenti e che ancora in Calabria stentano a decollare. Tutti paghiamo le tasse, tutti siamo cittadini dell’Italia e dovremmo favorire questo supporto al farmaco, all’ospedale e anche ai medici con queste strutture, basata prevalentemente sul volontariato che aiutano l’assistenza di questi pazienti e anche la reintegrazione nel tessuto sociale in una maniera la più consona possibile, a seconda del tipo di territorio».

Segura Garcia: «“Pazzo” non significa niente»

Cristina Segura Garcia, associato di Clinica psichiatrica dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro, va alle radici terminologiche dei pregiudizi: «La parola “pazzo” non mi piace, è una parola che considero molto stigmatizzante. Non dice di una persona se è normale o non normale e peraltro sappiamo che il criterio di normalità può essere molto diverso in funzione della variabile che si prende in considerazione. C’è un’anormalità funzionale, un’anormalità clinica, un’anormalità statistica, quindi non indica niente, è un concetto e un termine per etichettare persone che spesso erano temute perché si consideravano persone che potevano avere un comportamento impulsivo, imprevedibile, non conosciuto».
Basta dire “pazzo” per escludere, emarginare. E invece «dentro questa “pazzia” possiamo trovare pazzi creativi, pazzi geniali, ma pazzo di per sé non significa niente, serve come un’etichetta per dare il nome ad un insieme». Nuovo approccio e nuove cure procedono di pari passo: «Ormai i pazienti non si rinchiudono più, semmai si ricoverano o si ospedalizzano ma soltanto in una situazione acuta, quando non c’è la possibilità di fare una terapia a domicilio. Non è che si ricovera per dire “tu non stai bene, io invece sto benissimo” ma si ricovera per cercare di dare una terapia».
«L’organizzazione è molto cambiata, sicuramente dipende dalla regione o delle zone d’Italia – spiega Segura –. Alcune sono veramente fantastiche, sono riuscite a creare dei percorsi di cura molto chiari, specifici e che prevedono diversi livelli di cura oltre a portare la medicina a domicilio. In altre zone più povere o, come in Calabria, commissariata da tantissimi anni, l’organizzazione non è stata realizzata nella maniera adeguata. Per questione di tempo ci organizziamo o comunque ci pensiamo».  

Il video

«La pittura è un mezzo fantastico per comunicare»

«Molte volte – continua la docente – le arti plastiche o di qualunque tipo sono l’unico linguaggio che il paziente può utilizzare per far capire agli altri come si sente, per esprimere le proprie emozioni. Spesso i pazienti non vengono ascoltati, le famiglie non hanno gli strumenti e le capacità, la formazione. Ricordiamo sempre che il paziente non va all’università per imparare come si deve porre, le famiglie ancor di meno. Le arti di qualunque tipo sono molto più comprensibili perché sono un codice condiviso da tutti e la pittura, che è quello che oggi presentiamo, è un mezzo fantastico per comunicare a chi non è dentro la patologia i propri stati d’animo, esprimono molto bene quello che sentono i pazienti. Anche io nella mia ricerca e soprattutto nella mia clinica le utilizzo spesso con i nostri pazienti. Abbiamo una pinacoteca vasta in cui si vede anche l’evoluzione di come la malattia procede, serve tanto per esprimere o per spiegare agli ma anche per chiedere aiuto». 
Segura racconta l’esperienza di ricerca: «Abbiamo concluso circa un anno fa una ricerca molto interessante che avevamo iniziato ben 15 anni prima, uno studio per vedere qual è la percezione della malattia mentale e delle diverse patologie psichiatriche da parte degli adolescenti e ho trovato una mancanza di consapevolezza e di conoscenza. Abbiamo poi ripetuto la stessa intervista ad un campione di 2mila studenti e le cose, dopo 15 anni, sono molto cambiate. Ora c’è una certa apertura e soprattutto chi ha avuto contatto con qualche paziente si è reso conto che molte delle paure e dello stigma su certe persone non hanno ragione di essere. Esistono ancora soprattutto da persone molto giovani o di basso livello culturale perché c’è alla base una mancanza di consapevolezza su tante cose, però siamo migliorati in 15 anni e i giovani che saranno poi gli adulti di domani sono molto migliorati e internet, tutto sommato, è stato molto utile. Penso spesso però, più i ragazzi che gli adulti o gli anziani, che abbiano più timore ad approcciare o a fare una richiesta ben specifica di un consulto psicologico o psichiatrico in una situazione di stress o in caso di un malessere psichico. Io sono positiva e sono in qualche maniera fiduciosa che saremo in grado di dare un aiuto più precoce alle persone che avranno problemi psichici di qualunque tipo».

Trombetta: «Interessante approfondire il rapporto tra espressione artistica e disagio psichico»

Giuseppe Trombetta, dirigente medico di Psichiatria dell’Asp di Reggio Calabria, torna sull’utilizzo delle tecniche artistiche e dell’espressione artistica in campo terapico. «In psichiatria – spiega – ha più di un secolo di vita, ci sono importanti esperienze a livello internazionale. È cognizione comune l’importanza, per quanto riguarda gli aspetti comportamentali o disfunzionali, della possibilità di esprimere con un’attività manuale, e quindi anche con delle tecniche a indirizzo artistico, il proprio disagio. Questo è largamente utilizzato in clinica ed è anche molto interessante poter approfondire il rapporto che c’è tra l’espressione artistica, quindi tra le forme d’arte e il disagio psichico. È cosa conosciuta di grandissimi artisti, da Van Gogh a tanti altri, che con la loro arte sono riusciti in qualche modo a esprimere il proprio disagio. La possibilità da parte dei pazienti di poter accedere a tecniche guidate di espressione artistica è fondamentale, un importante strumento terapico parallelo alle terapie farmacologiche e agli altri strumenti psicoterapici». 
«La psichiatria – dice ancora Trombetta – è una disciplina medica e si occupa degli aspetti patologici del funzionamento mentale. La norma statistica che regola i nostri sistemi diagnostici, benché si siano evoluti nel tempo, in qualche modo può abbracciare anche una popolazione molto più ampia di quella che noi possiamo osservare negli ambulatori e questo per vari motivi sia per la sussistenza ancora di uno stigma sociale relativo alle patologie mentali, cosa che è molto più frequente in Italia piuttosto che nei paesi anglosassoni dove magari è anche quasi uno “status symbol” poter approfondire delle proprie esigenze di disagio psicologico. Certo, il non conosciuto genera ansia, tensione, ma il progetto della nuova psichiatria è quello di avvicinare il più possibile nella disciplina al vivere comune e quindi anche al nostro quotidiano. Nel senso che non dobbiamo parlare delle grandi sofferenze psichiche e delle grandi patologie psichiatriche, ma sarebbe molto importante per tutti poter riconoscere dentro di sé tutti quegli aspetti che l’espressione artistica può consentire anche di esprimere e che possono genere in un determinato momento della nostra vita un qualche disagio, quindi affrontare le cose e la conoscenza con grande semplicità e anche con grande serenità».

Mazzola: «L’arte contro l’emarginazione»

«Lundbeck da sempre ha mostrato un impegno nel gestire il problema della salute mentale, non soltanto nello sviluppo di farmaci innovativi che consentono il trattamento farmacologico a queste persone, ma a fianco di queste e alle situazioni tutte per combattere lo stigma che purtroppo è una condizione che ormai possiamo dire da sempre continua ad aumentare quello che è l’impatto di queste condizioni». Così Carmen Mazzola, dirigente medica e Market access di Lundbeck Italia. «Oggi – spiega – siamo qua per parlare di “People in Mind”, un concorso di arti grafiche che Lundbeck ormai bandisce da tre anni e che permette all’arte di manifestare il suo approccio anche terapeutico in questa condizione. Nello specifico vengono presentate da parte delle dei partecipanti delle opere di tipo pittura di tipo fotografia e anche in formato video». «L’arte – continua Mazzola – è certamente la massima forma di espressione dell’animo umano e queste persone, che spesso vengono emarginate in virtù dello stigma da quelle che sono le attività principali della vita normale, trovano in questo modo la possibilità di potersi esprimere nel profondo e di far emergere un vissuto e un pensiero che spesso rimane marginato. È stato poi ampiamente provato il fatto che l’arte possa avere anche un valore di carattere terapeutico e che quindi possono anche beneficiare con un approccio integrato e in laboratori specifici di queste attività. Quest’anno sono state presentate oltre 400 opere spontaneamente inviate da pazienti e da caregiver e quest’anno anche da associazioni e dal terzo settore. Le 24 opere più giudicate più meritevoli, sebbene tutte abbiano un enorme valore di bellezza, vengono premiate e poi messe in vendita ed il ricavato andrà a supportare le attività di una delle associazioni che hanno aderito al concorso».

Il concorso “People in Mind” – LE FOTO

Il concorso “People in Mind”, di Lundbeck Italia, nasce con l’obiettivo di sensibilizzare sul superamento di stigma e pregiudizi nei confronti delle persone che vivono con malattie mentali e dei loro cari. Giunto alla sua terza edizione, il concorso di arti visive ha raccolto per le categorie di pittura, disegno, fotografia digitale e video più di 400 candidature e oltre 40 sono stati i progetti candidati al concorso rivolto al terzo settore.
A Catanzaro, la mostra patrocinata da AiSDeT (Associazione italiana di Sanità digitale e Telemedicina) sarà ospitata nella sala espositiva dell’Università “Magna Graecia” fino al 30 settembre, con orario continuato dalle 9,30 alle 17,30.

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