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Donne, ribelli o ancelle dei valori della ‘ndrangheta

La trasmissione “Strappi” ha raccolto parecchie storie familiari orbitanti intorno al clan Mancuso. Il ruolo decisivo delle madri nell’educazione dei figli. Chi comandava ai valori mafiosi, chi si …

Pubblicato il: 01/11/2022 – 18:26
di Alessia Truzzolillo
Donne, ribelli o ancelle dei valori della ‘ndrangheta

Quanti tipi di strappi esistono?
C’è il figlio che viene strappato con la violenza all’affetto della famiglia. Il bambino che vive l’incubo del padre che viene continuamente arrestato e non comprende più dove sta il bene e dove sta il male. C’è l’imprenditore onesto che decide di far fruttare il proprio denaro e ingrandire l’attività ma si trova schiacciato dalla rapacità delle cosche che hanno deciso di strappargli quello che ha costruito.
Avviene in tutta Italia ormai, dove le cosche di ‘ndrangheta si sono radicate, ma il fenomeno è ancora più evidente e concentrato lì dove le cosche sono nate. Limbadi, Nicotera… il Vibonese, per esempio, dove un nome domina su tutti: Mancuso.
«La famiglia Mancuso è la famiglia più considerata criminalmente. Sono 11 fratelli e ognuno di questi ha avuto la media di quattro/cinque figli. Oggi abbiamo una componente familiare di oltre 200 persone», dice
Alessandro Bui, comanda del Nucleo investigativo di Vibo Valentia, ai microfoni del giornalista Alessandro Gaeta, nella trasmissione “Strappi”, speciale del Tg1.
Un clan solido e longevo nel quale, con gli anni, si sono aperte delle crepe. La più grande si chiama Emanuele Mancuso, 34 anni, figlio di Pantaleone detto “l’Ingegnere”. Il ragazzo collabora dal 2018. Lo ha deciso una settimana prima che nascesse sua figlia, per darle una vita diversa, lontana dalle logiche mafiose. «C’è chi spara quando nasce una figlia e c’è chi canta», dice, lui che racconta di avere visto suo padre arrestato più di una volta e di avere trascorso non più di «due o tre Natali» coi genitori insieme. Emanuele è consapevole del potere che il nome Mancuso evoca nel Vibonese (e non solo) di quando sia riverita la sua famiglia da politici, professionisti, del potere che ha la cosca di «spostare pacchetti di voti». «Decidi chi deve lavorare, chi deve costruire, se l’appalto si deve fare o non si deve fare». Nel suo primo interrogatorio di garanzia ricorda di avere detto che «gli ‘ndranghetisti hanno rovinato la Calabria e stanno rovinando l’Italia».

Strappi

Il testimone di giustizia Carmine Zappia racconta del baciamano al boss Antonio Mancuso, una sorta di venerazione al “padrino” riconosciuto dalla popolazione.
«I Mancuso – racconta Bui – hanno tenuto le fila della storia criminale di Vibo Valentia fin dagli anni ’80. Lei pensi che è stato eletto sindaco di Limbadi Francesco Mancuso, il capostipite, nel momento in cui è latitante» Si parla del 1983 e le cronache dell’epoca inquadrano un paese che mostra nonchalance nel definire Mancuso «un cittadino come tutti gli altri».
Gina Pagano, mamma di Stefano Piperno, racconta che di suo figlio le hanno restituito «un pugno di cenere» e anche da un paese vicino a Nicotera, da Comerconi, vedevano il fumo di quell’auto che bruciava con suo figlio dentro.
«Ho visto le radiografie, con le poche ossa che sono rimaste. Ho visto il sacco nel quale avevano messo Stefano. Lui era un giovane alto e loro portavano… questo…», dice, simulando con le mani aperte un piccolo fagotto. Stefano Piperno è scomparso il 19 giugno 2018. Il suo corpo è stato ritrovato in un’auto in fiamme in località Britto nelle campagne di Comerconi. Per questo omicidio sono stati condannati a 30 anni Ezio Perfidio, 38 anni, e a sei anni il padre Francesco, 62 anni. L’omicidio non è mai stato associato a vicende di mafia e Francesco Perfidio è stato ritenuto responsabile solo dei reati di distruzione di cadavere, danneggiamento seguito da incendio e cessione di sostanza stupefacente. Una ricostruzione che per nulla convince la famiglia della vittima.
Una sentenza che non ha mai dato pace ai genitori. 
«Io non ho nessuna prova – dice la signora Pagano – però secondo voi, si può fare qualcosa a Nicotera che non vuole la famiglia Mancuso?».
Storie che si intrecciano nei meandri di Nicotera: Gina Pagano è stata insegnante di Emanuele Mancuso, una delle poche figure positive che il giovane porta nel cuore. Lei lo descrive come un ragazzo «dolce per natura, un substrato di bontà c’era. Aveva paura del padre. Infatti se combinava qualcosa subito mi diceva “professoressa non lo dite alla mia famiglia, perché altrimenti mio padre mi legherà a un  albero e mi fa mangiare da un fomicaio».

Gina Pagano


Emanuele Mancuso racconta che fin da piccolo sua madre gli raccontava che i carabinieri sarebbero andati a casa loro per portarsi via il papà. Lui stava alla finestra e piangeva. «I carabinieri andavano e venivano. Arrivavano persino con le ruspe – racconta il collaboratore –. Per me era diventato un incubo perché strappi un papà a un ragazzo di 10/15 anni e lo uccidi». «Io sono stato cresciuto con determinati valori – prosegue Mancuso –. Faccio un esempio: se mi rubavano qualcosa a scuola io non dovevo dirlo alle maestre, io dovevo alzare le mani». Questo gli hanno insegnato i suoi parenti, spiega. «Lo facevano perché questa è la mentalità».

Passa tutto dalle donne

Ma questa educazione mafiosa come si trasmette? Le donne sembrano avere un ruolo decisivo.
«Tutte le donne sono compatte. Quando è morto mio papà tutte le mie zie compresa la mamma di Emanuele mi guardavano come se fossi la pentita. Io dico la verità: quando si è pentito Emanuele sono stata felicissima: “mo ce l’avete davvero il pentito in casa”. Loro mi chiamavano “la pentita”. Ma pentita di che?».

Immacolata Mancuso


Immacolata Mancuso, sorella del boss Panteleone “Luni” Mancuso, non si definisce uno “strappo”, lei che dalle logiche della sua famiglia si è allontanata senza se e senza ma. «Io potrei anche salutarli come parenti ma sono loro che non mi vogliono perché non condivido le loro scelte». Leggere sui giornali quello che dicono sui suoi fratelli le fa stringere il cuore ma lei ha scelto di lavorare, di fare le pulizie «e non me ne vergogno – dice –, invece secondo loro non è bello».
Immacolata Mancuso ha portato i suoi figli al Nord per non farli irretire dalle logiche mafiose. È tornata dopo 20 anni ma ha trovato che poco o nulla è cambiato. «Io sono rimasta vedova a 33 anni. Mio figlio aveva 14 anni e ha detto che non voleva andare a scuola. Quando i figli hanno cominciato a crescere ho detto “no” e ce ne siamo andati in Liguria. Mi hanno detto che ero pazza che non stavo bene da nessuna parte».
Immacolata ammette che sua madre era il vero capo di casa. «Io ho avuto un’infanzia bruttissima con lei, sempre a pulire, sempre a curare i miei fratelli. Lei mi chiudeva in questo terrazzino e se ne andava in campagna lasciandomi con mio fratello di un anno. Con me è stata dura e voleva esserlo ancora adesso. Io ho chiuso da tre anni e non ne voglio più sapere perché mi voleva ancora sottomettere, tenere sotto le sue grinfie. Io sono tornata al Sud perché era morto mio padre, lei l’ho vista invecchiata, è la pietà…». Se n’è subito pentita Immacolata Mancuso, a 54 anni le sono state rivolte parole bruttissime, minacciose, non da madre, se n’è uscita dalla casa materna e non ne ha voluto più sapere. «Se muore io non ci vado», dice oggi.
Un’altra crepa nel monolite Mancuso è Evelyna Pitzlar (nella foto in apertura), cognata di Immacolata Mancuso, che ha voltato le spalle alla famiglia portandosi via la figlia Giulia.
Un’altra cognata, Tita Buccafusca, non ha avuto sorte migliore, la sua storia è travagliata: era entrata in caserma, col figlioletto in braccio per collaborare. Ha rinunciato all’ultimo momento, rientrando in seno alla famiglia del marito Pantaleone “Scarpuni” Mancuso. Un mese dopo venne trovata morente in bagno dopo avere ingerito dell’acido muriatico. Tita Buccafusca forse temeva una guerra di mafia. Il suo atteggiamento nei confronti dei Mancuso era cambiato dopo la nascita del piccolo. Anche Evelyna Pitzlar ricorda la vicenda di Tita Buccafusca e ricorda che, dopo la sua morte, la suocera comandò di cercare le cartelle di ricovero della nuora per certificare che fosse pazza. Pitzlar ricorda che dopo la tentata “fuga” dalla parte della legge era stata messa una ragazza a tallonare Tita. Ma la ragazza non si accorge del suicidio, dell’ingestione di una bottiglia di acido muriatico. «La loro coscienza lo sa – dice Immacolata Mancuso – questo lo deve sapere la famiglia, sorelle innanzitutto, che erano lì con lei»
Col padre in carcere e la madre deceduta il ragazzino – racconta la zia Immacolata – «Io mi domando come cresce questo bambino. Odia sua zia perché gli hanno insegnato a odiarmi. Mi ha vista cinque/sei volte sto bambino e dice “Quando muore?”, riferendosi a me». C’è da chiedersi che ruolo hanno avuto o dovrebbero avere gli assistenti sociali. Da insegnante Gina Pagano

Come agisce l’antistato

Secondo Emanuele Mancuso, il territorio viene monitorato costantemente da due entità, una legittimata dallo Stato, come le forze dell’ordine, e una, la ‘ndrangheta, che rappresenta un fortissimo antistato con un fortissimo consenso sociale.
La ‘ndrangheta monitora il territorio come ha monitorato l’attività di Carmine Zappia che da commerciante, proprietario di un tabacchino, si stava ingrandendo. I Mancuso hanno trovato il modo, come un cuneo, per inserirsi nella sua vita e per cercare di carpire tutto, tabacchino compreso, fino alla sua denuncia.
Famiglie ricche, quelle delle cosche mafiose, capaci di controllare le assunzioni nelle imprese, di celare l’economia legale con quella illecita, nata per non dare frutto ma solo per ripulire il denaro sporco.
Una ricchezza e un potere mostrati con sfacciataggine nei paesi, soprattutto attraverso matrimoni sontuosi che calpestano ogni regola imposta ai comuni mortali. Come l’arrivo degli sposi in elicottero nel centro storico di Nicotera nell’estate 2016. Lo sposo, Antonio Gallone, è nipote di Pasquale Gallone, di recente condannato in abbreviato a 20 anni di carcere nel maxi-processo Rinascita Scott. L’elicottero era lo stesso che aveva gettato petali di rosa al funerale dei Casamonica.
Nei piccoli paesi, racconta Immacolata Mancuso, c’è la mentalità che l’antistato risponda alle esigenze sociali, che porti lavoro, assumendo persone nelle imprese controllate dalle cosche.
«Ma sapete cosa dico? – afferma convinta Immacolata Mancuso – Il lavoro che vi danno loro è come se voi entraste in un ristorante e mangiaste caviale e champagne. Quando uscite il prezzo da pagare è altissimo».

Sentire l’odio

«Quando i bambini crescono in un ambiente mafioso si nutrono di quella cultura, quindi già a 3/4 anni cominciano a sentire che il carabiniere è uno “sbirro”. Sentono l’odio e il disprezzo da parte del padre e della madre e quindi quel bambino crescerà con la mentalità mafiosa», spiega il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri.
Col padre all’ergastolo e la madre morta in circostanze che ancora non convincono gli inquirenti, il giovane Mancuso si ribella alla cultura della legalità. Lo avrebbe fatto a scuola, ribellandosi in maniera violenta quando si è cominciato a parlare di mafia, di libertà, di vivere onestamente.
Cosa fare con ragazzini in situazioni come questa?
«Bisognerebbe avere coraggio – dice il procuratore Gratteri – da parte degli assistenti sociali e poi da parte del Tribunale dei minori a prendere la decisione più giusta per il bambino. Ragionare solo in funzione della crescita del bambino e se quel bambino sta crescendo con un cultura mafiosa bisognerebbe immediatamente sradicarlo e portarlo a mille chilometri di distanza. 

«Voglio fare il padre davvero»

Emanuele Mancuso vuole fare il padre. Esserci per sua figlia, non per una gita al parco una volta alla settimana ma quando ce n’è veramente bisogno, quando la bambina ha bisogno di lui, di essere consolata, di addormentarsi la notta, di sentirsi protetta, di trovare una valvola di sfogo. Lui che ha cambiato radicalmente vita per amor suo, che testimonia contro le cosche ogni volta che viene convocato, che ha fatto condannare i suoi stessi parenti, e ha dovuto puntare il dito contro sua madre, oggi dice: «Io il padre non l’ho mai fatto». Perché la bambina, pur inserita in un programma di protezione, vive con la madre,  Nensy Vera Chimirri, che di rinnegare la cultura mafiosa non ne ha mai voluto sapere. I due ex sono diventati due pianeti differenti: lei legata alle radici (tanto da essere stata tolta dal programma di protezione) e lui ormai lontano anni luce dall’essere il rampollo dei Mancuso. Un legame durato 10 anni che si è dissolto con la decisione di Emanuele Mancuso di collaborare. Da che parte sta oggi Nensy Chimirri? Lei dice, attraverso gli atti giudiziari, di essersi allontanata dagli ambienti criminali, il Tribunale per i minori di Roma dice il contrario. Cambierà mai questa prospettiva?
Il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, ritiene che i figli dovrebbero «seguire il genitore che ha scelto il percorso virtuoso».

Il paradosso

L’avvocato Antonia Nicolini spiega il paradosso della situazione attuale in cui il Tribunale dei minorenni di Roma attraverso il quale si sospende la responsabilità genitoriale della Chimirri ma nella sostanza non la allontana. È in casa famiglia con la bambina. Emanuele e Nensy non sono una coppia in crisi come tutte le altre ma questo i giudici sembra non vogliano percepirlo.I primi di settembre la bambina ha dormito per la prima volta col papà ed Emanuele Mancuso è stato contattato da un profilo falso che lo ha invitato a tornare a Nicotera e sui suoi passi.«Torna sui tuoi passi», gli dice l’anonimo. Tutto è stato consegnato all’autorità giudiziaria. Le indagini su questa vicenda stanno raccogliendo fascicoli su fascicoli. Dai contatti anonimi a quelli dei parenti che invece senza reticenze minacciano Mancuso. Fino ai filmati della figlia con un coltellaccio in mano e con qualche livido di troppo sulle gambine. Emanuele Mancuso vuole fare il padre davvero, denuncia tutto quello che vede e che sente. Il contatto con l’avvocato Nicolini è stretto e quotidiano. Si chiama Mancuso e lotta per mantenere fede alla sua scelta.
«L’Ufficio Protezione – dice il procuratore Gratteri – è sempre stato sproporzionato rispetto alla realtà, rispetto ai bisogni: pochissimo personale sia a livello centrale, sia a livello periferico». E sul ruolo dei funzionari: «Bisogna essere portati, bisogna essere soprattutto psicologi per capire se una persona sta scoppiando se sta per lasciare il programma di protezione, per capire qual è il suo disagio».
Non dare risposte ai collaboratori in difficoltà, dice Gratteri, è fare il gioco della mafia.

Antonia Nicolini, difensore di Emanuele Mancuso
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