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«Quando a Monongah si scatenò l’inferno»

Tra poco più di un mese saranno centoquindici anni dall’incidente minerario più drammatico degli Stati Uniti. Il 5 dicembre del 1907 hanno festeggiato San Nicola nella Chiesa cattolica di Monongah…

Pubblicato il: 02/11/2022 – 19:30
di Romano Pitaro
«Quando a Monongah si scatenò l’inferno»

Tra poco più di un mese saranno centoquindici anni dall’incidente minerario più drammatico degli Stati Uniti. Il 5 dicembre del 1907 hanno festeggiato San Nicola nella Chiesa cattolica di Monongah, nel West Virginia. Il 6 dicembre, amen! Crepati sotto le macerie. E poi una sfilza di croci senza nomi su una collina spoglia.
Erano pezzenti, immigrati, che altro aspettarsi? E poi, per un secolo, prima che ci si ricordasse di loro, cancellati dalla memoria. La loro colpa? Essere miserabili. E senza Stato.
Perché lo Stato italiano non ha mai approfondito le cause di quella funesta esplosione che il Ministero degli Esteri, nel 2007, ha definito “la più grave tragedia di lavoro che ha coinvolto italiani all’estero”. Neppure curato che le indennità ai parenti non fossero irrisorie. O che quella carneficina non venisse rimossa.
Ricordare la tragedia di Monongah, in cui sono rimasti intrappolati moltissimi italiani, è il meno che si possa fare, per saldare l’immane debito di riconoscenza con uomini che hanno contribuito a costruire la nostra storia.
Con le vittime di una strage per la quale nessuno, fino a qualche anno fa, ha reclamato verità e giustizia. Tranne il prete, padre Francis Everett Briggs: “Io, che non sono italiano, ho dedicato quasi tutta la mia esistenza ai minatori italiani”. Il Natale quell’anno non fu festeggiato nel villaggio minerario. Dolore e incredulità hanno riempito, dopo il tragico evento, i giorni, i mesi e gli anni degli abitanti di Monongah. Sono rimasti, nelle viscere della terra, circa in mille per l’esplosione di grisù.
Moltissimi provenivano dall’Italia del Sud. Contadini dai volti cotti dal sole. Meridionali scappati dalle grinfie del latifondo, sbiancati nel colorito tra i monti Appalachi. Minatori per fame. Braccia forti per la vertiginosa crescita industriale dell’America, che fino al 2004 non ha posto neanche una croce nella desolata striscia di terra dove furono seppelliti.

«La miniera è una bestia in agguato»

Quel che rimane di una disastro di oltre cent’anni fa, è molto cerebrale. Il mostro una mattina s’è ridestato ed ha inghiottito novecentocinquantasei vite. Succedeva non di rado a quei tempi che il grisù facesse brutti scherzi. Emile Zola, nella seconda metà dell’800, descriveva le miniere come draghi sotterranei: “La miniera è una bestia in agguato il cui respiro è appesantito da tutta quella carne umana da smaltire”.
Scaldarsi, oggi, per un disastro del 1907 in cui, secondo i dati ufficiali, sono morte 362 persone di cui 172 italiani (ma i morti sono stati il triplo, perché ciascun minatore portava con sé altri due o tre aiutanti non registrati e una corrispondenza da Washington del 9 marzo 1908, alla fine dell’inchiesta, riferisce di 956 morti), è alquanto improbabile.
Miniere e cave. Giornate cupe riempite dal grisù che rende irrespirabile l’aria. Uomini sdraiati sul fianco con la piccozza maneggiata di sbieco e con le palpebre appesantite dal carbone. Mani abili che riempiono nervosamente il carrello. Camicie sporche di polvere nera e sudore, corpi seminudi smagriti dalle privazioni, uomini di statura bassa e con le gamba a roncola, sputi che lasciano chiazze nere sul terreno.
Il paesaggio ancestrale delle viscere della montagna, ha appassionato la letteratura di tutti i tempi e provoca, ancora adesso, quel pathos che è un misto di paura dell’ignoto e, in questo caso, rabbia per le molte ingiustizie subite dai dannati del Mezzogiorno italiano sparsi per il mondo.
Di solito, il tempo raffredda l’indignazione. Non così per Monongah, che offriva, fino a qualche anno fa, ancora immagini (e testimonianze) raccapriccianti: una donna in nero che scava con le mani, ogni giorno, per trent’anni, nella vana speranza di trovare il marito ed il figlio uccisi dal gas.
La fine di quei calabresi, campani, molisani e abruzzesi, che sono rimasti ammassati nelle tenebre del sottosuolo a causa di un’esplosione che si è avvertita da 12 chilometri di distanza, colpisce l’immaginazione ancora oggi. E non c’è bisogno di scomodare la luna, né il Germinale di Zola o Ciàula (“E che poteva importane a Ciàula, che in cielo ci fosse la luna”) e Pirandello, per raffigurarsi i patimenti di quell’imponente flusso di emigrati dal Mezzogiorno italiano che, per non soccombere all’inedia, furono costretti a cercare pane oltre Oceano. E anziché far fortuna persero la speranza e la vita.
Croci sparse qua e là sulla collinetta di Monongah, è ciò che resta di quelle persone giunte in America con una nave che partiva da Genova o da Napoli, dove arrivavano sopportando le angherie dei trafficanti di uomini.

L’incontro con il senatore Joe Manchin e Padre Briggs

Un villaggio americano, Monongah, a un salto dalla Pennsylvania, dove il 19 dicembre dello stesso anno, nella miniera di Jacob Creek, morirono 250 persone tra cui molti italiani.
In indiano Monongah significa lupo. Ce lo disse, nel 2003, visitando con noi il cimitero di Monongah, l’allora segretario di Stato del West Virginia, Joe Manchin, che nel 2004 divenne governatore e un anno dopo venne, per la prima volta, a visitare la Calabria. Andando a San Giovanni in Fiore, la città da cui il nonno, Giuseppe Mancina, partì per il West Virginia.
Manchin è alto un metro e novanta, non parla italiano. Ha costruito parte della sua fortuna come commerciante di carbone gestendo Enersystem, una società che ha fondato nel 1989. Secondo OpenSecrets.org nel 2018 il suo patrimonio netto ammontava a oltre 7,6 milioni di dollari. Oggi è senatore ed è considerato “un democratico di stampo conservatore”. Quand’è a Washington vive in una casa galleggiante nel fiume Potomac. Quel giorno a Monongah, disse: “In tutti questi anni ho sempre sognato le montagne calabresi. Mio nonno mi parlava del suo paese continuamente”.
Chissà se loro ci crederebbero d’essere riusciti, nonostante tutto, a contaminare di sé la “Merica”. Loro, con gli occhi incavati nelle orbite e lo sguardo mite di chi, scappato dalla miseria, credeva d’essersi gettato il peggio alle spalle.
Il cimitero di Monongah, visto sotto un sole scialbo nel cielo di un celeste compatto, è un luogo quasi gradevole, s’insinua armoniosamente nel paesaggio, come un parco giochi per bambini. Ci si può fermare, entrare senza attraversare soglie. Visitare i tumuli informi dei defunti.
Nel villaggio del West Virginia, 400 famiglie 900 persone, faceva freddo nel mese di novembre del 2003. Devi coprirti bene, altrimenti il vento penetra nelle ossa. E’ il vento che spira dai monti Appalachi. Gelido e perfido. “Di questi tempi, non conviene esporsi al vento” consigliava padre Briggs. Allora un novantenne energico (è morto nel 2005) e inflessibile nell’esigere che la tragedia venisse commemorata.
Avrebbe voluto che il Presidente della Repubblica italiana andasse a rendere onore ai morti al cimitero: “Lo invito a porre una corona sui morti italiani senza nome”. Per mezzo secolo è stato il parroco della Chiesa cattolica di Nostra Signora di Pompei a Monongah e ha condiviso le angosce delle vedove e dei figli dei minatori morti.

C’è voluto il presidente Ciampi per ricordarli

Chissà loro cosa pensavano del vento ghiaccio del 1907. Quei contadini che arrivarono dalla Calabria proprio quando il New York Times assegnava a John Rockefeller il primato di uomo più ricco del mondo con i suoi 300 milioni di dollari. Loro che a dicembre, prima di Natale e dopo aver festeggiato San Nicola, il giorno prima nella chiesa cattolica, ci hanno rimesso la pelle.
Cerchi i nomi sulle croci, nel cimitero di Monongah, di quei disgraziati calabresi, abruzzesi, campani, molisani. Cerchi i nomi, per esempio di Francesco Abruzzini che aveva 23 anni quando arrivò a Monongah e che da qualche anno s’era sposato nella chiesa del villaggio americano, con una compaesana, ma non c’è nulla. Cerchi i nomi di Antonio e Rosario Bitonti, anche loro calabresi sposati da poco nella chiesa della Madonna di Pompei e mai usciti dalla miniera, ma non s’intravedono neppure i dossi di terra.
Per quella ciurma di uomini cacciata dalla storia dalle proprie case nell’Italia del Sud e di quei cafoni dalle mani ruvide e dal viso intagliato nella pietra, neppure la fiammella di una candela.
C’è voluto il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, per grattare l’oblio da quel lembo di terra in cui i loro corpi sono stati oltraggiati. Nel 2003.
Sono giunti a Monongah, dopo aver superato l’interrogatorio dei controllori di Ellis Island, l’Isola delle lacrime, a New York. Gli hanno indicato una baracca dove dormire la notte. Gli hanno fatto comprare gli utensili per andare a spalare carbone nella miniera della Fairmont Coal Company sussidiaria della Consolidation Coal Company.
Si sono ritrovati alle 5 del mattino del 6 dicembre sulle rive del fiume West Fork, con addosso il fiato tagliente dei monti Appalachi ricoperti di neve. Assieme ad una moltitudine di clandestini, italiani, polacchi, slavi e turchi e moltissimi ragazzi, i “raccoglitori di ardesia” o “i ragazzi dell’interruttore”.
Forse non gli è parso vero di cacciarsi rapidamente nei due tunnel per ripararsi dal gelo. Il direttore della miniera, Leo Malone, dirà che quel giorno hanno firmato i registri 478 persone più 100 operai addetti ai muli ed alle pompe. Tra le 10 e le 10 e 30, si scatenò l’inferno.
La miniera, come hanno documentato i giornali dell’epoca (le ricostruzioni immediate del giornale italo-americano Il Bollettino della Sera, quelle del Fairmont Times e del West Virginia Times firmate da Thomas Koon) alle 10.30 esplose.
La terra fu scossa fino a 12 chilometri di distanza. Morirono di una morte orribile. I loro corpi sono stati in parte tirati fuori da quell’inferno, in parte sono ancora laggiù. E’ stata detta una messa per tutti, qualche giorno dopo. Ci fu una raccolta fondi e alle vedove si stabilì che andassero più o meno 200 dollari.

Non sono mai stati definiti eroi della patria

“Gente d’Italia”, il il giornale delle Americhe e degli italiani all’estero, ha rintracciato, in una biblioteca americana, il libro su cui sono registrate le offerte volontarie che arrivarono da tutto il mondo. Tranne che dall’Italia.
Natale quell’anno a Monongah non se lo ricorda nessuno. Nel Mezzogiorno italiano lacrime e lutti. Poi il silenzio. Non sono stati mai definiti eroi della patria. Addirittura di quei cafoni analfabeti e senza occhi per piangere, ci siamo scordati.
Fino a quando esce un libro sulla tragedia (Fire in the ole) di Russel Bonasso. Il giornale “Gente d’Italia”, grazie a una parente di una vittima, ripesca la tragedia dalla polvere di cent’anni. E il Consiglio regionale della Calabria (presidente Luigi Fedele) realizza i primi due monumenti alla memoria. Un piccone incastrato nella pietra, a San Giovanni in Fiore (dicembre 2003) e l’altro, dedicato alle vedove, realizzando il sogno di padre Briggs, a Monongah (ottobre 2007).
A Reggio Calabria, il 29 aprile 2006, il presidente del Consiglio Giuseppe Bova e il governatore Manchin siglano un solenne “Patto d’Amicizia” tra la Calabria e il West Virginia, trasformato (il 21 ottobre 2006) in legge regionale.
Del disastro, per troppo tempo ibernato cose da capire meglio ce ne sarebbero. Potrebbe aiutarci, fosse possibile, un colloquio immaginario con quegli eroi del lavoro. Avremmo modo di apprendere una miriade di dettagli sull’abisso che li ha inghiottiti. Casualità o colpa della società mineraria, che non ha attivato i sistemi di sicurezza allora disponibili?
I componenti della famiglia Di Salvo di San Giovanni in Fiore, morti in quella che il presidente Ciampi nella sede del Consolato italiano a New York ha definito “una vera e propria strage”, ci diranno che quando sono giunti in America, nel West Virginia erano in corso veri e propri episodi di guerra“, i cui responsabili – come ha spiegato Charles Stafford, premio Pulitzer – furono il carbone e la rapacità di coloro che fecero la propria fortuna con la sua estrazione, il pregiato combustibile ha fatto la fortuna di pochi ed ha provocato una vita miserevole a molti”.
Se interrogheremo i calabresi Basile, Belcastro, Cimino, D’Alessandro, Ferrara, Legnetti, La Rosa, Todaro, Zampi, Oliverio, Urso, Veltri, Iaconis, Gallo, Scalise, tutti morti a Monongah, ci diranno che proprio nel West Virginia si trova Matewan, passata alla storia per il “massacro di Matewan”, quando un treno che trasportava minatori neri ed italiani fu assalito da minatori bianchi in sciopero.
Nel 1907, con la calma dei morti, i calabresi di San Giovanni in Fiore, Carfizi, Falerna, Guardia Piemontese, Strongoli, Castrovillari, Caccuri, Gioiosa Ionica e San Nicola dell’Alto, ci diranno che negli Stati Uniti morirono 3mila minatori che, pur di sbarcare il lunario, accettavano di vivere in un clima di asservimento e di ricatti. La vita di una persona valeva zero.

L’indennizzo nelle mani dei faccendieri dell’epoca

A quei tempi Monongah era una grossa cittadina mineraria e tutti i suoi abitanti erano minatori o legati comunque alle miniere. Le aziende per l’estrazione del carbone costruivano i villaggi badando bene di dividerli in zone per bianchi e per immigrati.
Noi italiani, l’80 per cento della popolazione locale, ci spiegheranno i minatori evocati dall’oltretomba, non eravamo considerati alla stregua dei bianchi, ma come i neri.
Per lavorare dovevano comperare gli utensili nei negozi delle stesse aziende minerarie. Erano pagati spesso con buoni utilizzabili solo presso i negozi di proprietà delle aziende minerarie. Poi, sempre i minatori morti, ci diranno di tutta la stranissima vicenda del risarcimento consegnato ai loro parenti. Glielo chiederemo, per capire com’è andata. Perché è corsa voce che i fondi stanziati non siano mai arrivati, o quasi mai, a destinazione.
Alcune vedove ricevettero pochi spiccioli, altre dovettero accontentarsi di una vacca o di suppellettili. Una miseria: “Il vero indennizzo, se mai le aziende lo hanno veramente sborsato – ha più volte ribadito il professor Joseph Tropea della Washington University – forse è finito nelle tasche di faccendieri dell’epoca”. Secondo padre Briggs: “La Compagnia, dopo l’incidente, si riunì in commissione, e decise di stanziare un fondo di 150mila dollari da destinare alle vedove, ma molti minatori, soprattutto italiani, erano a Monongah da soli. E alle loro famiglie, in Italia, non giunse nessun sostegno. Molti furono dati per dispersi dalle famiglie d’origine”.
Insomma, la sfilza di perplessità che rendono oscura la sciagura di Monongah, attende ancora d’essere diradata. Dopo che sono stati zitti per cent’anni e più, quegli uomini avranno una voglia matta di parlare. Di raccontare com’è andata. Come la speranza s’è tramutata in incubo. Ma soprattutto di sentir parlare di sé.
Intanto, debbono accontentarsi della targa commemorativa posta sul luogo dell’ecatombe: “Il 6 dicembre del 1907, 361 minatori, molti dei quali avevano attraversato il mare provenienti da paese lontani, perirono sotto queste colline nel peggior disastro minerario della nostra nazione. I quattro sopravvissuti morirono a causa delle ferite”.

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