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l’udienza

Processo Grimilde, il legale di Grande Aracri: «Non ha mai ricevuto denaro da Cutro per reinvestirlo»

L’arringa del legale: «Scandagliati 18 anni di vita ma l’unica cosa che sappiamo è che ha lavorato. Mafia silente? Il concetto è sbagliato»

Pubblicato il: 29/11/2022 – 7:32
Processo Grimilde, il legale di Grande Aracri: «Non ha mai ricevuto denaro da Cutro per reinvestirlo»

REGGIO EMILIA Francesco Grande Aracri – detto Franco – un boss della ‘ndrangheta a Brescello? Non ci sono prove. È la posizione di Carmine Curatolo, avvocato calabrese del foro di Paola in provincia di Cosenza che nel rito ordinario del processo “Grimilde” difende a Reggio Emilia sia il 68enne che rischia ora 30 anni di carcere, sia il suo figlio minore Paolo, 32 anni, per cui la Procura antimafia ha chiesto una pena di 16 anni e sei mesi di reclusione. In un’arringa dai toni a tratti molto infervorati il legale ha cercato di far fronte alla «grande responsabilità che ho sulle spalle» per «far capire a questo tribunale che il teorema della Procura non ha trovato fondamento nel dibattimento».
Curatolo rivela di aver anche pensato di avanzare una richiesta di trasferimento del processo in altra sede per “legittima suspicione” perché nella sentenza del maxi processo Aemilia era citata la frase di un pentito secondo cui dalla ‘ndrangheta si esce solo pentendosi o da morti. E quindi – è il ragionamento del difensore – chi non si è pentito ed è vivo, come Francesco Grande Aracri, sarebbe per il tribunale reggiano necessariamente ancora colluso e questa sarebbe una «barbarie giuridica».
Il suo assistito, ricorda poi ancora Curatolo, è stato condannato per associazione mafiosa nel 2004 nel processo Edilpiovra, ma «è emerso che è stato partecipe solo per un anno, dal 2002 al 2003». E ora «nonostante si sia andato a scandagliare ogni angolo della vita di questa persona noi non sappiamo cosa abbia fatto in questi 18 anni, se non effettivamente lavorare». Per il legale poi il concetto di «mafia silente» che avrebbe caratterizzato le infiltrazioni in Emilia-Romagna, «è sbagliato».
Infatti «la Procura ha voluto vestire il 416 bis con l’abito della non violenza, ma la ‘ndrangheta non può esistere senza incutere timore al popolo e controllare il territorio». La mafia imprenditoriale esiste «ma è sempre connotata dalla violenza», ribadisce l’avvocato. Quanto a Francesco Grande Aracri, «abbiamo sentito il leit motiv che si muoveva sotto traccia: ma per fare cosa? Che cosa ha fatto?». La verità «è che quando non si è trovata la prova ha fatto comodo tirare in ballo questo aspetto, ma non c’è mai stata una telefonata intercettata tra Cutro e Brescello, né evidenza negli atti che Francesco abbia mai ricevuto denaro da Cutro per reinvestirlo».
Sulla visita dell’aprile del 2011 fatta in Calabria al fratello Nicolino appena uscito dal carcere, Curatolo dice: «Certo sono due ‘ndranghetisti, ma sono anche due fratelli e nessuna legge vieta loro di incontrarsi». Quanto poi al reato di estorsione contestato a Grande Aracri “senior”, non «c’è una sola prova che le sue aziende abbiano ottenuto i lavori attraverso modalità riconducibili al metodo mafioso. Solo una persona è venuta in quest’aula a dire che si sentiva minacciata». Insomma, «la ‘ndrangheta in Emilia-Romagna sicuramente c’è stata e ci sarà ma non è composta da persone come Francesco Grande Aracri ma, ad esempio, da Nicolino Sarcone che incendiava e sparava (il mio assistito non ha mai avuto armi)».
Curatolo conclude tacciando i pentiti di «genericità» nelle loro dichiarazioni e attaccando i testimoni della Procura. E invita a considerare che una cosa è l’intestazione fittizia di beni, altra il loro trasferimento fraudolento che viene contestato. Pertanto chiede l’assoluzione di Grande Aracri «perché il fatto non sussiste».

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