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Kalashnikov dal Pakistan in cambio della cocaina dal Brasile: gli affari internazionali della ‘ndrangheta

La Dda di Reggio ha ricostruito la trattativa degli uomini di Rocco Morabito con pericolosi guerriglieri brasiliani. «Questi vogliono armi grosse»

Pubblicato il: 03/05/2023 – 20:00
di Giorgio Curcio
Kalashnikov dal Pakistan in cambio della cocaina dal Brasile: gli affari internazionali della ‘ndrangheta

REGGIO CALABRIA Una operazione tanto imponente quanto importante nella lotta alla ‘ndrangheta e, soprattutto, alle sue ramificazioni oltre i confini nazionali ed europei. Il blitz messo a segno oggi con l’arresto di 108 persone è il frutto di tre filoni investigativi sulle ‘ndrine con base a San Luca e Bovalino, «dedite al traffico internazionale di stupefacenti» e al traffico di armi. Anche da guerra e trattando con soggetti di estrema pericolosità.

Dal Pakistan al Brasile

C’è una vicenda, in particolare, ricostruita dagli inquirenti e finita nelle centinaia di pagine firmate dal gip Claudio Treglia ovvero la compravendita di armi da gruppi pakistani da rivendere in Brasile in cambio di un ingente carico di cocaina da far arrivare in Europa attraverso il porto di Gioia Tauro o, al massimo, quello olandese di Rotterdam. Sebbene gli inquirenti, anche per via delle migliaia di messaggi criptati scambiati, non siano certi che l’affare sia stato concluso, riescono comunque a ricostruire un quadro inquietante: la grande capacità delle cosche di ‘ndrangheta di trattare alla pari con qualunque altro gruppo criminale internazionale, anche con i temibili guerriglieri brasiliani.  

Le armi nel container

La prima conversazione intercettata dagli inquirenti risale al 15 gennaio 2021. La comunicazione avviene tramite dispositivi criptati SkyEcc, e sono messaggi scambiati tra Pietro Fotia, classe ’69 di Africo finito in carcere, e il cognato. Il primo fa subito riferimento addirittura ad un container carico di “KALA”, ovvero Kalashnikov i cui destinatari sono “gli amici di Rio”. Si tratta di guerriglieri facenti parte di un’organizzazione criminale paramilitare operativa nella produzione della cocaina con la quale l’allora latitante Rocco Morabito “Tamunga” era in strettissimi rapporti nel traffico internazionale di stupefacenti. Le armi, così come ricostruito nella corposa inchiesta della Dda di Reggio Calabria, provenivano dal Pakistan anche perché Fotia, secondo i pm, aveva stretti legami in quei territori, sia con esponenti religiosi che delle istituzioni oltre che con trafficanti di armi.

estradizione-Rocco-morabito

«Vogliono armi grosse»

Ed è proprio “Tamunga” a chiedere informazioni sul carico il 2 febbraio 2021. «…vogliono armi …sarà che se trovano ditta possiamo mandare da Pakistan?» «armi grosse» specifica, poi, a Fotia. Una risposta che, secondo gli inquirenti, dimostra che gli “amici” di Rio gli avessero effettivamente commissionato una quantità di armi da guerra come i kalashnikov, per quantità commisurabile in un container. Una volta ottenuta la conferma, Fotia si mette subito in contatto con il cognato, specificandogli la necessità di «ottenere presto le armi richieste» e, allo stesso tempo, a Morabito illustra due possibili soluzioni: andare direttamente in Pakistan oppure ottenere le armi da un Paese dell’ex unione sovietica.

Le trattive dirette nelle favelas

Dalle conversazioni intercettate dagli inquirenti è emersa la funzionalità tra la fornitura delle armi al gruppo di Rio di Janeiro e quella di cocaina all’organizzazione capeggiata da “Tamunga”. A fungere da broker e a trattare con un tale “Flamengo” è Francesco Gligora, classe ’46 di Africo, anche lui finito in manette. L’incontro tra i due avviene dopo che quest’ultimo aveva passato alcuni giorni con Rocco Morabito a San Paolo. «Domani. Sera. Mi vedo con Flamengo per concludere II fatto delle armi» scrive nella chat criptata il 5 febbraio 2021. «(…) vuole farmi vedere il materiale. Stasera parliamo di tutto Ti farò sapere io farò come Mi ai detto tu» scrive Gligora a Rocco Morabito. La trattativa per lo scambio di armi e droga prosegue. Un intenso scambio di messaggi tra Gligora e Rocco Morabito lasciava intendere che, entro due o tre giorni, avrebbe incontrato “Flamengo” il quale, a sua volta, gli avrebbe fornito la “lista delle armi” che intendeva importare. “Tra 2. O. 3. Giorni Flamengo manda qualcuno A prendermi. Sia per darmi La lista delle Armi che lui vuoli E sia. Per definire i dettagli Della. Roba E naturalmente. Tutti i dati Prima che la nave parte da Rio”.  L’incontro si avvicina e sale anche l’apprensione di Gligora perché, oltre a sapere poco il portoghese, teme la complessità dell’affare e la pericolosità delle persone coinvolte in quanto si sarebbe dovuto recare da solo nelle favelas. E poi, dopo aver mandato a Tamunga l’elenco delle armi richieste dai brasiliani, potentissimi fucili mitragliatori, non aveva ancora ricevuto conferma.

Il vero “capo dei capi”

«Flamengo. Non è il vero Responsible. Ieri sera con i telefoni abbiamo fatto gruppo. Io. Flamengo E il vero Capo di tutto». Il giorno successivo all’incontro, Gligora illustra a Morabito i dettagli emersi. E gli spiega, soprattutto, che a comandare in realtà fosse un tale “Boy Poseidon”, soggetto che stava a San Paolo «con tutto il materiale. E laboratorio». Come da accordi raggiunti con “Boy Poseidon”, Gligora si sarebbe dovuto spostare a San Paolo in aereo, per poi raggiungere il capo dei guerriglieri a bordo di una macchina da loro messa a disposizione. Lo stesso “Boy Poseidon” aveva già spiegato che avrebbero potuto spedire la cocaina da “ditta a ditta”, cioè con una nave in partenza da San Paolo e diretta a Gioia Tauro. Gli incontri e la trattativa coincidono intanto con una operazione eseguita proprio nel porto calabrese, mettendo così in allarme il gruppo. Così Gligora propone di spedire la cocaina all’interno dei borsoni e non – così come intendeva fare “Boy Poseidon” – nel carico diretto ad una ditta.

Le armi dal Pakistan

«Ce tutto; Diversi tipi; 400 SONO GIÀ PRONTI; Hanno tanti tipi; SONO QUI CONLORO». Mentre la trattativa tra Gligora e “Boy Poseidon” prosegue, dall’altra parte del mondo Pietro Fotia stava contrattando con i pakistani, inviando foto a Rocco Morabito di alcuni kalashnikov disponibili. Una trattativa seria e concreta secondo i pm: oltre alle foto, infatti, il gruppo pakistano disponeva di un prezziario, i cui costi erano differenziati a seconda del Paese dell’acquirente. Tamunga inoltra le foto a Gligora affinché a sua volta le inviasse a “Poseidon”, sottolineando che i pachistani avrebbero provato a reperire anche le armi raffigurate nelle foto da loro inviate, ribadendo che era necessaria una ditta brasiliana per importare il carico dal Pakistan. (g.curcio@corrierecal.it)

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