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Il processo

Voto di scambio con i clan, l’ex assessore Rosso condannato a 4 anni e 4 mesi di carcere

Ridotta in Appello a Torino la pena per l’ex esponente della giunta regionale piemontese. Si era difeso: «Mai rapporti con la ‘ndrangheta»

Pubblicato il: 20/07/2023 – 10:55
Voto di scambio con i clan, l’ex assessore Rosso condannato a 4 anni e 4 mesi di carcere

TORINO È stata ridotta a 4 anni e 4 mesi la condanna inflitta a Roberto Rosso, ex assessore regionale in Piemonte imputato a Torino per voto di scambio nell’ambito del processo di Ndrangheta Fenice-Carminius. In primo grado gli erano stati inflitti 5 anni.
Il processo è terminato con una ventina di condanne, la più alta delle quali, a 17 anni di carcere è per l’imputato Salvatore Arone. Alcune delle assoluzioni pronunciate in primo grado dal tribunale di Asti sullo state ribaltate. Il processo si riferiva alle infiltrazioni della Ndrangheta nella zona di Carmagnola, in provincia di Torino. Rosso rispondeva solo di un episodio di voto di scambio: secondo l’accusa versò del denaro a due personaggi legati alla criminalità organizzata (condannati in un procedimento separato) per ottenere un aiuto in occasione delle regionali del 2019, dove venne eletto con fratelli d’Italia. Il partito si è costituito parte civile e ha ottenuto il diritto a un indennizzo e il rimborso delle spese legali.

La dichiarazione spontanea: «Mai rapporti con la ‘ndrangheta»

«Posso essere stato superficiale ma di una cosa sono certo: non ho mai comprato voti e non ho mai fatto accordi con la ‘ndrangheta, che è una piaga orribile di questo Paese». Lo ha detto Roberto Rosso, ex assessore regionale in Piemonte, in una dichiarazione spontanea resa oggi in corte d’appello a Torino al processo “Fenice-Carminius”. Rosso risponde di voto di scambio e in primo grado è stato condannato a 5 anni: l’accusa è di avere versato denaro a due persone legate alla ‘ndrangheta in cambio di un aiuto per una campagna elettorale nel 2019. «Non ho mai avuto – ha sottolineato – alcun sospetto sul loro conto. Mi erano arrivati per il tramite di due persone che mi aiutavano da anni, una delle quali moglie di un ex carabiniere in forza ai servizi segreti. Non potevo immaginare che fossero dei criminali. Se non ci si può fidare di un uomo dello Stato, di chi ci si può fidare?».
Il processo annovera una ventina di imputati e riguarda le infiltrazioni della ndrangheta nella zona di Carmagnola (Torino). Rosso ha sottolineato che dai due (già giudicati e condannati in un procedimento separato) non gli arrivò nessun aiuto.

Il caso della parentela di Garcea con un presunto boss


«Se non fosse tutto drammaticamente vero sembrerebbe una commedia dell’assurdo: io condannato a 5 anni, Domenico Garcea consigliere comunale a Torino». Il caso della parentela di Garcea con un presunto boss della ‘Ndrangheta è stato sollevato oggi in Corte d’appello, nel corso del processo Carminius-Fenice, da Roberto Rosso, ex assessore regionale in Piemonte accusato di voto di scambio. Rosso, intervenuto con una dichiarazione spontanea, ha fatto riferimento, senza lanciare accuse al consigliere, alla posizione delle due persone, Franco Viterbo e Onofrio Garcea, (già condannate in un procedimento separato) alle quali avrebbe versato denaro in cambio di un aiuto nella campagna elettorale per le regionali del 2019. Entrambe, per gli inquirenti, sono legate alla ‘Ndrangheta, ma Rosso ha ribadito che all’epoca non lo sapeva e non poteva saperlo. «Dopo anni di processo – ha detto – ho compreso cos’è il fenomeno della mafia “fluida”. Col senno del poi è facile criticare. Ma la mia percezione, quattro anni fa, non era questa». L’ex assessore ha ricordato che Onofrio Garcea è parente di Domenico Garcea, «mio diretto concorrente alle stesse elezioni, che conoscevo perché eravamo cresciuti insieme in Forza Italia».
Quanto a Viterbo, a suo dire gli chiese solo un rimborso spese per la benzina e le ore di lavoro perse mentre si prodigava ad attaccare manifesti e distribuire volantini. «Figuratevi come mi sono sentito – ha sottolineato – quando ho saputo che chiamava la gente a mangiare per me (cene dedicate alla raccolta di contributi elettorali, ndr) e la invitava a votare Garcea. Sembra una commedia dell’assurdo». Domenico Garcea, che non è indagato né imputato nel procedimento, è stato eletto in consiglio comunale a Torino due anni dopo, nel 2021. Onofrio fu arrestato nell’inchiesta Fenice alla fine del 2019. (Ansa)

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