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l’inchiesta

Quando “radio carcere” avvertì il boss di Mammola. «Il tuo paesano ha saltato il fosso»

Le intercettazioni di Rodolfo Scali. «Facevamo quello che volevamo là a Torino». Le indagini in corso e il rapporto con il futuro pentito

Pubblicato il: 31/07/2023 – 7:00
di Pablo Petrasso
Quando “radio carcere” avvertì il boss di Mammola. «Il tuo paesano ha saltato il fosso»

REGGIO CALABRIA Nicodemo Ciccia è, tra i collaboratori di giustizia del Reggino, quello che più contribuisce a tratteggiare la figura di Rodolfo Scali, presunto boss di Mammola. Una conversazione captata dagli investigatori il 10 gennaio 2017 evidenzia – secondo i magistrati della Dda di Reggio Calabria – che Scali, già coinvolto nell’inchiesta “Crimine Infinito” avrebbe ancora un ruolo nella ‘Ndrangheta e fornirebbe «un importante riscontro alle dichiarazioni» del pentito sul clan del piccolo centro dell’Aspromonte. Da questa telefonata, gli inquirenti ricavano alcuni spunti sulle attività del “capo società”. La prima: «il gruppo dei detenuti calabresi spadroneggiava all’interno del carcere di Torino». E all’interno del penitenziario sarebbe stato «ben funzionante un sistema di ‘mbasciate anche in ordine alle scelte collaborative dei vari detenuti».

Rodolfo Scali

Osservazione che riguarda direttamente la scelta di alcuni pentiti: «Facevamo quello che volevamo noi là a Torino – dice Scali –. Arrivo a Voghera… mi hanno mandato una ‘mbasciata e mi hanno detto: “Rodò, vedi che il tuo paesano ha saltato il fosso” (riferendosi a Antonio Ciccia, ndr)… azzo!! Ho detto io perché mi hanno trasferito… perché il cornuto avendo a me lì… stava… sai come stava…». Scali racconta che, «non fidandosi completamente dell’associato Nicodemo Ciccia era stato ben attento a non rivelargli troppi dettagli in ordine alla propria attività delinquenziale». Una scelta che «si era rivelata accorta, dato che il sodale Ciccia – appunta il gip – era, successivamente, divenuto un collaboratore di giustizia». 

«Con me buongiorno e buonasera, non è che gli dico i c… miei»

«Io non li conoscevo questo ragazzi – spiega Scali al proprio interlocutore – non me li ricordavo… ti dico la verità, no… Non me li ricordavo… Quando sono arrivato a Torino io, c’erano persone di Gioiosa, Platì, così, a destra, a sinistra… Ci siamo salutati con tutti, dopo un poco “Rodolfo, vedi che ci sta un paesano tuo, che è un bravo ragazzo”… qua e là… chi è?… me lo hanno presentato…. a Nicaredo, io non lo conoscevo… ha detto: “Vedi che è un ragazzo che vale la pena, che qua che la”… gli ho detto: “A me piacere mi fa”… però io sono rimasto sempre nel mio ti dico la verità, non è che i cazzi miei glieli dico a dico a lui… meno male… Che con me buongiorno, buonasera..». 

«Stanno vedendo se riescono a intercettare me e vedere chi sono gli altri»

Sei giorni dopo, Scali torna sull’argomento e dichiara «di essere sicuramente oggetto di indagine a seguito della collaborazione dei fratelli Ciccia». Il presunto boss cerca di mantenere «un profilo basso per tutelare gli altri appartenenti all’associazione mafiosa». «Loro dicono – racconta – che lui è l’unico che qua non riusciamo a curvare è lui, okay… Adesso loro cosa fanno, pensano che io sono uscito e torno a… ad organizzare tutte cose, no! Teniamolo sotto perché così; perché ci sono i Ciccia, i fratelli Ciccia, quelli che se la sono cantata… lo l’ho conosciuto nel carcere (Nicodemo Ciccia, ndr), però gli hanno detto chi è… hai capito chi è?… Non è… è stanno vedendo se loro riescono ad intercettare a me a vedere chi sono gli altri… evito di andare da una parte e dall’altra per non inguaiare le persone…».

Il trasferimento da Torino a Voghera

I riscontri confermano il contesto delle intercettazioni. Il collaboratore di giustizia Antonio Ciccia è, in effetti, nato a Mammola nel 1972 «e le sue dichiarazioni hanno interessato la Locale di Mammola e Scali». Il pentito è stato in carcere a Torino tra il febbraio e il settembre del 2012 «e, per circa cinque mesi, codetenuto con Rodolfo Scali». Altra conferma: Ciccia ha reso le sue prime dichiarazioni ai carabinieri di Ivrea il 6 giugno 2015 e Scali è stato trasferito nella casa circondariale di Voghera il successivo 12 luglio. Quando racconta quel trasferimento, il boss rievoca il proprio stupore. «Ci stava un appuntato che è venuto lì, la mattina alle sette… gli ho detto io “apri la cella”, che alle sette mi aprivano la cella. Mi ha detto: “Scali, non capisci niente… preparati la roba che tra un’ora devi essere in partenza”». Una stranezza che non sfugge al boss. E che trova una forma compiuta una volta che il trasferimento si concretizza e Scali arriva a Voghera. Quel «Rodo’, vedi che il tuo paesano ha saltato il fosso» spiega tutto. E forse preoccupa il “capo società” di Mammola, anche se nelle intercettazioni non lo dà a vedere. Sei anni dopo la Dda di Reggio Calabria chiude nuovamente il cerchio su Scali e il suo gruppo. (p.petrasso@corrierecal.it)

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